Laura Pariani, 'Di ferro e d'acciaio' - La recensione

La Passione secondo l'autrice di Dio non ama i bambini: una parabola di fantascienza dagli echi evangelici

Di ferro e d'acciaio

Di ferro e d'acciaio, particolare della copertina – Credits: illustrazione di Elisa Talentino

Michele Lauro

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"Il silenzio ha il colore grigio della cenere mista a sabbia che il vento trascina in mulinelli". Fin dalla prima riga Laura Pariani teletrasporta il lettore in un Nord Italia riarso, acido e polveroso, dove una mono Città sopravvive grazie alla tecnologia e al controllo. Di ferro e d'acciaio gioca con la distopia per dissodare il nostro bisogno di umanità dalle grandi paure in cui si trova compromesso: l'assuefazione al male, la rimozione del passato, l'impossibilità di sognare il futuro.

Una Via Crucis nel Basso futuro

Come un girone dantesco la Città è assediata dai Campi Neri, immense discariche su cui affacciano i falansteri popolari dell'Interzona, i quali a loro volta ruotano attorno a un nucleo centrale in cui spiccano il Palazzo dell'Egemone e il Tecnopolo, sede della corporazione degli Ingegneri Sociali. Le loro regole hanno assoggettato gli individui a un modello meccanico di esistenza: c'è un tempo della Fertilità Consentita, uno per l'Ozio Comandato, uno per il Silenzio Salutare, le persone custodiscono Mnemonastri a cui consegnare i ricordi e Ricordatori Personali per accedere di tanto in tanto ai frammenti del passato.

In questa società non sono ammessi il dissenso né la diversità. Soprattutto è vietata ogni forma di attaccamento. Sentimenti nocivi come l'amor materno e figliale, la paura, la nostalgia, la malinconia, il desiderio di libertà, pratiche sospette come l'allattamento al seno, aneliti spirituali, abitudini sovversive come la lettura di libri, l'altruismo o la cartomanzia vengono costantemente monitorati dai tentacoli di un Grande Fratello ipertecnologico e tecnocratico: telecamere, bracci meccanici, nani-drone.

Di ferro e d'acciaio è la storia di un ribelle sparito fra i tentacoli della Polizia Morale. Jesus non compare mai sulla scena ma rivive nei ricordi di Maria, sua madre, che si è messa tenacemente sulle sue tracce, e di tante altre donne che si danno il cambio nel corso della narrazione. Donne dai nomi eterei (Alcyna, Rogelia, Procula, Mirta, Eliana…) fra cui seguiamo soprattutto Lusine, l'operatrice di sorveglianza H478 che ha avuto l'ordine di tener d'occhio gli spostamenti di Maria sul monitor dove il suo nano-drone le rimanda immagini, suoni, odori. Nient'altro. Ma perché allora sente pian piano crescere un altro tipo di vibrazione? All'insaputa l'una dell'altra, le due donne si daranno appuntamento nel momento fatale in cui "nella vita capita di avere uno specchio davanti al cuore".

L'innesco della spiritualità sepolta

In forma allegorica Di ferro e d'acciaio descrive un mondo in cui già avvenuto lo slittamento Dal tragico all'osceno, per riprendere il titolo di un bel saggio di Antonio Scurati. Quando lo spettacolo della violenza è diventato onnipresente, la rimozione dell'angoscia stravolge la visione delle cose, finendo per giustificare tutto. In quello spaventoso "guscio climatizzato autoimmune" disegnato da Laura Pariani sulle macerie dell'antica Città, gli orrori reali vengono fruiti in maniera addomesticata attraverso la narrazione proveniente dagli schermi di AspideTV ("la violenza colpisce solo quelli che se la cercano"), oppure succhiando ogni tanto una fizzballa.

"L'importante non è ciò che succede ma il fatto che venga raccontato; e soprattutto il modo in cui viene raccontato": non ci pare familiare questo insegnamento che il Collegio impartisce alle  aspiranti sorvegliatrici? così poco tragico da sembrare ineluttabile? In realtà Pariani spinge l'allegoria molto più avanti, fino a violare il tabù supremo. Bandita l'iperlongevità dei secoli passati, ai margini della città una Torre del Tramonto Sereno accoglie i vecchi in attesa che qualcuno decreti giunto il momento del trapasso. Un lager di novantenni in pigiama pronti a partire. Così gli Operatori Sociali hanno immaginato di "uccidere la morte": scardinando il suo ordine simbolico, programmandola come una necessità sociale.

George Orwell più Bruce Sterling più Raimon Panikkar, il celebre teologo antidogmatico di origine indiana la cui Cristofania si proponeva di superare il Gesù storico, facendo della figura di Gesù il simbolo universale della manifestazione diretta del divino alla coscienza umana. Il gioco dei riferimenti potrebbe continuare ma Di ferro e d'acciaio si colloca qui, nel novero di quei romanzi combattenti che usano la letteratura - anche quando si esprime attraverso la metafora o la fantasia allucinatoria - per guardare in faccia il male e affrontare gli enigmi sul senso della vita a partire, come diceva proprio Panikkar, da una "consapevolezza acuta, dolorosa e innamorata della fragilità umana".

Parole combattenti

L'eco del Discorso della Montagna ("Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli") risuona nelle profezie del sovversivo Jesus, impresse nel Ricordatore Personale di chi lo conobbe come una sorta di archetipo inconscio: "Fuori dalla povertà non esiste umanità". La parola di Jesus lascia in eredità una misteriosa carica eversiva capace di riaccendere la passione. È la chiave di questo romanzo che inaugura CroceVia, una serie pensata da NNE per ridare linfa a parole di antica tradizione culturale, come appunto passione, che "cerchiamo di addomesticare disabitandole di una parte del loro significato".

Coraggiosa Laura Pariani ad aver interpretato con autentica passione questa sfida, in un libro che dietro il suo alone cupo spalanca nuovi orizzonti anche sul piano linguistico. Icone di ispirazione orwelliana (Partito della Forza, Palazzo dell'Egemone, Fertilità Consentita, Festa della Trasgressione) si alternano a neologismi usati in funzione affettiva (nonnàva, amorosanza) e a espressioni ispirate al dialetto lombardo (zifolott del menta, barlafùsi), in un pastiche capace di tenere insieme il passato e il futuro con lo stesso strumento usato per raccontarne l'irrimediabile divaricazione: il linguaggio. Un umanesimo creativo e non moralista dirimpetto a una coscienza morale atrofizzata.

Laura Pariani
Di ferro e d'acciaio
NNE
192 pp., 14 euro

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