Intervista all’autore: Gianni Simoni

Una chiacchierata con l’autore dei gialli del commissario Lucchesi e della serie di Petri e Miceli

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Lo scrittore Gianni Simoni – Credits: TEA

Andrea Bressa

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Martino De Mori

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Nella sua passata carriera di magistrato Gianni Simoni ha condotto indagini nel campo della criminalità organizzata, dell’eversione nera e del terrorismo. Una volta in pensione si è dato alla scrittura di gialli, dividendo le sue opere tra le storie del commissario milanese Lucchesi e quelle della coppia investigativa bresciana formata dall’ex giudice Petri e dal commissario Miceli.

Simoni, da poco uscito con il suo ultimo romanzo Contro ogni evidenza (TEA), ci ha concesso una chiacchierata, parlando del suo lavoro, di come nascono le sue storie e dei suoi scrittori preferiti.

Il commissario Lucchesi è decisamente un personaggio fuori dai canoni: un poliziotto di colore, tendenzialmente “di sinistra”, con conflitti interiori molto complessi. Esiste davvero?

Lucchesi (diversamente dall'ex giudice Petri che è fortemente autobiografico) è frutto della mia fantasia, anche se ebbi la fortuna di conoscere un ottimo poliziotto di colore, ma non so se abbia fatto carriera. Possiamo quindi dire che non esiste, ma che dovrebbe esistere.

La salute di Lucchesi è sempre più instabile. Qual è il suo futuro?

Spero sia lungo. Attualmente TEA è già in possesso di altre due storie che lo vedono come protagonista. La sua salute è traballante, ma ad essa si accompagna una grossa vitalità. Pertanto, lunga vita a Lucchesi e a quella del suo autore!

I suoi romanzi si dividono tra le storie di Petri e Miceli e quelle del commissario Lucchesi. Perché ha preferito scrivere per serie? Cosa mette di suo nell'una e nell'altra?

Sono ormai un milanese di origine bresciana (il 1985 segna il discrimine tra le mie due vite), anche se potrei dire che non sono più un bresciano e non ancora un milanese. Forse, a questo punto, mi viene da dire di essere un po' apolide. Di "mio" c'è più nella serie bresciana. Petri è, nella sostanza un mio alter ego, ad iniziare dalla moglie Anna fino a tutti i suoi rapporti interpersonali. Ma anche in Lucchesi c'è una parte di me: le sue contraddizioni, la sua indignazione contro le diseguaglianze sociali e contro ogni forma di razzismo o di intolleranza per tutto ciò che sia "diverso". E perché no? anche il fatto che piaccia molto alle donne, anche se con esse ha spesso un rapporto difficile e contraddittorio. Lo stesso Petri ama le donne, anche se in modo abbastanza virtuale, se non altro per ragioni anagrafiche.

Nella sua Milano non si parla di mafie ma solo di 'piccoli' omicidi. Come mai questa scelta?

Di mafia ho parlato nel saggio ‘Il caffè di Sindona ’ edito da Garzanti. Nei miei romanzi preferisco affrontare la realtà di tutti i giorni, segnata da crimini grandi e piccoli. Si tratta di una scelta che mi è venuta in modo naturale.

Gianrico Carofiglio, Giancarlo De Cataldo, Roberta Gallego... Dottor Simoni, lei non è l’unico uomo di legge che si è reinventato scrittore scegliendo il mondo del giallo. Cosa l’ha spinta a cimentarsi nella crime fiction dopo una vita passata tra crimini veri?
Qual è il limite di un “tecnico” come lei rispetto ai romanzieri di professione?

C'è un paradosso che dice che da noi, purtroppo, sono più coloro che scrivono rispetto a quelli che leggono. Ma nei paradossi, come nei luoghi comuni, c'è spesso un fondo di verità e non mi sono sottratto alla regola. Non mi ritengo un romanziere di professione, ma piuttosto di risulta. Una persona che, pensionatasi anzitempo, ha scelto di dedicare il tempo che le restava alla scrittura, da me intesa come una prosecuzione ideale della lettura. Il lato "tecnico", al più, mi serve per non scrivere troppe corbellerie, in un settore molto delicato, in cui il lettore necessita di una buona informazione.

Di Simoni ci piace la sobrietà dello stile, senza slanci manieristici e futili, soprattutto nei dialoghi così realistici. Ci immerge in quella che dovrebbe essere la quotidianità dei commissariati o comunque del lavoro delle forze dell’ordine. Ma c'è qualcosa di romanzato rispetto alla sua esperienza diretta? Quali sono le caratteristiche dei rapporti fra colleghi?

Poco di romanzato rispetto alla mia passata esperienza e ai rapporti tra colleghi, che dovrebbero essere caratterizzati da una collaborazione tra persone semplicemente per bene, convinte che la società debba essere fatta ogni giorno da tutti, e se va in una certa direzione – o si spera che ci vada – questo dipende da una parte dei suoi componenti, essendo la politica, prima di tutto, un esercizio quotidiano di "attenzione civile".

Nei suoi libri succede talvolta che i personaggi e i loro rapporti siano protagonisti al pari della trama. Ci vuole dire che le trame ipercomplesse non sono quello che conta?

Non amo le trame ipercomplesse, ma piuttosto i personaggi che della storia sono i protagonisti, di per sé e nei loro rapporti interpersonali, prospettiva che mi consente di comunicare, magari sommessamente, le mie idee (cosa che da magistrato non potevo permettermi). E qui sta forse il significato politico della scrittura, se vogliamo usare questo termine impegnativo, che penso si adatti anche a un semplice poliziesco, destinato a raggiungere un pubblico che non si dedicherebbe a letture più impegnative.

Esiste secondo lei una categoria che possiamo chiamare giallo moderno? E se sì, possiamo provare a fissare quelle che a suo parere si possono definire come delle nuove regole per la sua costruzione? Nuove rispetto a quelle classiche, si intende.

Non so sinceramente se esista una categoria del "giallo moderno". Forse sì, se per modernità intendiamo una storia che si occupa anche della realtà che ci circonda e nella quale, ci piaccia o no, siamo costretti a vivere.

Ha degli autori di riferimento, anche non di gialli, da cui ha tratto ispirazione o spunti per creare il suo stile?

Non ho autori di riferimento. Come ho spesso detto non sono un lettore di gialli, con le uniche eccezioni del grande Simenon (che chiamare giallista sarebbe riduttivo) e dell'americano Ed McBain. Quanto al mio stile, qualcuno ha ricordato appunto Simenon, e se così fosse non potrei che esserne lusingato.

Ci può consigliare cinque titoli che secondo lei sono da leggere assolutamente?

Indicare solo cinque titoli da leggere (o, mi auguro, da rileggere) mi viene difficile. Preferisco indicare degli autori: Dickens e gli altri scrittori dell'età vittoriana, ad iniziare da Trollope; poi Gogol, Nievo, Svevo e Calvino.

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