Ilaria Bernardini, 'Faremo foresta' - La recensione

Risalire dal precipizio, trovare l'energia dove meno te l'aspetti. Un romanzo profumato di speranza come la corolla di un fiore

Faremo foresta

Faremo foresta, particolare della copertina – Credits: illustrazione di Flaminia Veronesi

Michele Lauro

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Many happy returns, torna tante volte felicemente dicono in India per fare gli auguri di compleanno. Mi rimane impresso questo dettaglio dopo aver chiuso l'ultima pagina di Faremo foresta, romanzo sui Piccoli contrattempi del vivere (così si intitolava la celebre raccolta di Grace Paley) osservati attraverso il periscopio analitico della narratrice, Anna. Se è vero che "questa è una storia vera, per come la ricordo io", come si legge nell'incipit, Ilaria Bernardini non si nasconde: con linguaggio schietto, fluido e gentile chiede aiuto alla botanica per parlare dei sentimenti umani.

La storia comincia nel giorno del triplice disastro che segretamente lega Alessandro, finito in rianimazione dopo un terribile incidente in moto, Maria, colpita da un aneurisma cerebrale proprio mentre si trovava in compagnia di Anna, che si è appena lasciata con il marito. Coincidenze, fine del mondo, la sensazione che tutto stia collassando. Oppure: un'occasione per cambiare. Dentro questa doppia possibilità il memoir di Anna consegna la sua trama a una capricciosa cartomante, alter ego psiconarrativo che aiuta la donna a tirar fuori i fantasmi, a risimbolizzare il proprio mondo interiore.

Pollice verde esistenziale

Il quadro familiare di Anna è insieme molto ordinario e molto complesso: genitori d'alta borghesia proprietari di una casa editrice ormai fallita, separati in circostanze oscure ai figli. Una madre fragile che ha finito suo malgrado per incarnare il super io figliale, un padre dall'ingombrante assenza, un marito con cui andare in terapia per lasciarsi senza litigare, un figlio di quattro anni cui consegnare in eredità il primo grande dolore: la separazione. Padre. Figlio. Madre. Figlia. Pedine che occupano ruoli codificati dentro un modello in disgregazione, quello fondato sulla verticalità dei ruoli parentali.

Anna e Maria imparano a diventare amiche malgrado le differenze ("Maria aveva l'aria di avere molto tempo e molta pazienza. Io di avere molta fretta e di essere sempre in rincorsa"). Maria è una brava vivaista e trasforma il terrazzo di Anna, convertendo il piccolo Nico alle meraviglie del mondo vegetale. Anna scrive come dentro un sogno, registrando le mutazioni nella sua vita, in quella di suo figlio e in quelle degli altri come parti di un unico grande tutto. Comincia a percepire la durata emotiva nelle rappresentazioni affettive, nelle emozioni che stanno dietro i fatti, dentro il linguaggio delle persone.

La metafora botanica apre a un sentimento del tempo meno ansiogeno e incombente, capace di incorporare il cambiamento dentro un flusso vitale slegato dalla linearità matematica che predetermina le nostre vite quotidiane. Le piante, come non si stanca di spiegare nelle sue numerose pubblicazioni il neurobiologo Stefano Mancuso, pur sprovviste di un cervello centrale sono in grado di percepire l'ambiente circostante con grandissima sensibilità. Proprio la loro costruzione modulare basata su una rete periferica fatta di radici, rami, foglie, si legge in Plant Revolution, è "la rappresentazione vivente di come solidità e flessibilità possano coniugarsi".

Tocca più cose che puoi

In questo romanzo le piante - il loro ciclo vitale - hanno una fondamentale qualità transizionale. Fortemente investite a livello simbolico e affettivo, costituiscono un veicolo di aggregazione, condivisione, identificazione. Un incidente o una malattia, un lutto, una separazione. O quando l'inverno è da tutte le parti, o quando è la siccità a inaridire le cose del mondo, o quando semplicemente un amore finisce senza una colpa da incolpare, c'è un modo a disposizione di tutti per seppellire il vuoto: prendersi cura.

In questo senso Faremo foresta è una (felice, universale) metafora della ripresa individuale post traumatica, il male di vivere che un giorno ci agguanta ponendo una linea di separazione con il tempo di prima. La risalita richiede prima di tutto un allentamento dei meccanismi difensivi, la dismissione della corazza al servizio dell’Io. La prima forma di una fiducia ritrovata è la cura, nella sua doppia accezione. Cura degli altri uguale cura di sé. "Tocca più cose che puoi", conclude Anna: perché la vita sempre si ribella alle spiegazioni sulla vita.

Ilaria Bernardini
Faremo foresta
Mondadori
192 pp., 19 euro

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