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Giorgio Falco, 'Ipotesi di una sconfitta' - La recensione

Una ricognizione del passato e del presente, ridotta in frammenti: il diario di un'epoca nel diario di uno scrittore

Ipotesi di una sconfitta

Ipotesi di una sconfitta, particolare della copertina – Credits: Sabrina Ragucci, 30 novembre

Preparato un paio d'anni fa dall'abrasivo Sottofondo italiano, è un romanzo autobiografico capace di tenere insieme, con straordinaria tensione narrativa, la radice esistenziale e l'indagine antropologica e sociale. La concatenazione di eventi che ha spinto Giorgio Falco a rifugiarsi nel mondo delle parole è lontanissima dall'idea romantica dello scrittore randagio e flâneur: somiglia a una resa al capitalismo spietato dei nostri tempi. L'Ipotesi di una sconfitta, appunto. Un libro malinconico e coraggioso che smitizza tra l'altro la favola della Milano rampante tardo-novecentesca, illuminando il retroscena del nostro presente.

L'attualità del tempo senza storia

Figlio di un autista dell'ATM, l'Azienda di Trasporti pubblici Milanesi, che si alzava alle tre e mezza di mattina per poter arrotondare nel pomeriggio lo stipendio dando lezioni di guida, l'autore racconta il suo dentro e fuori dal mondo del lavoro, durato più di vent'anni. Il fallimento nella conquista del posto fisso si traduce in una nevrosi individuale di natura "politica ed economica". Più in generale coincide con il passaggio generazionale da un'identità fondata sul lavoro a una fondata sulla precarietà - i nati fra il '65 e l'80, la cosiddetta Generazione X schiacciata fra il boom del dopoguerra e la rivoluzione informatica, stritolata dalla svolta verso modelli produttivi immateriali. 

Per certi versi questo libro rappresenta l'identikit di un inconscio collettivo nostalgico. Nostalgia di un vissuto per interposta persona, la quotidianità dei padri che ogni mattina uscivano di casa dopo il rito della moka e dell'acqua di colonia. Svegliarsi ogni mattina, prendere l'automobile, guidare fino all'azienda, produrre. Non importava per chi e nemmeno quale merce, purché quell'ingranaggio garantisse uno stipendio e un tempo libero codificato entro il quale consumare quello stipendio, sullo sfondo l'illusione di una elevazione sociale. 

Il mondo del lavoro dissezionato da Giorgio Falco invece è una pillola avvelenata, un'allucinazione che si rinnova, sempre diversa e sempre uguale a partire dal capannone dell'hinterland milanese in cui da ragazzo confezionava spillette per pagarsi una vacanza immaginaria. Simon Le Bon, Brus Printin, Karol Woytila ridotti a miserabili icone, "simulacri di forze economiche e finanziarie" devote al mercato, un campo di battaglia dove le aziende facevano finta di combattere tra loro avendo invece un obiettivo (un nemico) comune: il consumatore. Con il sindacato progressivamente addomesticato a gestore della transizione.

Reality senza telecamere

Da venditore porta a porta di abbonamenti del Corriere e poi di scope di saggina ad allenatore di minibasket part time, da attivatore di carte Sim a collector d'azienda, cacciatore-raccoglitore dei reclami di un popolo truffato, rabbioso, impoverito. Fino alla scommessa - ossessiva, destabilizzante - di guadagnare con le scommesse sportive almeno la stessa paga di un apprendista. Mentre la scrittura si fa strada come attività collaterale, cospiratoria, eversiva, perfino quando arrivano i riconoscimenti. È che quando ti rifugi così nella scrittura, confessa Falco, "dubiti della vita". 

Certo fa impressione, a chi come me ha molto amato La gemella H, apprendere l'inconsueto dietro le quinte di quel romanzo, finalista al Campiello 2016. Si è portati ad associare il processo creativo di un'opera d'arte a un'aura di libertà e purezza, magari a un'urgenza notturna, disperata, alcolica, autodistruttiva. Invece quella storia, quei personaggi presero forma nello sgabuzzino aziendale dove lo scrittore si era autorecluso in attesa di licenziamento, fingendo di redigere lettere prestampate. Dove impersonava una propria comparsa, l'uomo di Lenhart, il funzionario imperturbabile e irrilevante, talmente irrilevante che non è poi riuscito neppure a diventare un romanzo, com'era nelle intenzioni.

"Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c'è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l'influenza": così oltre mezzo secolo fa l'alter ego di Luciano Bianciardi mollava il colpo, usciva da un sistema in cui non era riuscito a integrarsi ma nemmeno a ribaltare. Anche Falco sente odore di morto eppure anche lui se ne tira fuori di malavoglia. La vita agra è pur l'unica che abbiamo, se l'alternativa è far finta di essere sani nel mondo della letteratura...

Istantanee di un paesaggio alieno

Lo sguardo acutissimo sulle conseguenze umane e sociali delle dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi non esaurisce le Ipotesi di una sconfitta. Che anzi si moltiplicano a raggiera man mano che l'autore allarga il campo alle mutazioni antropologiche della metropoli: per esempio l'espulsione, a partire dagli anni Ottanta-Novanta, di intere classi sociali da alcuni quartieri di Milano. O allo scempio ambientale postindustriale, villette a schiera, superstrade, self service, fabbriche fantasma o riconvertite in ipermercati. Le icone periurbane coprotagoniste di quasi tutti i romanzi di Giorgio Falco a partire da L'ubicazione del bene, 2009. 

E ancora, la subalternità al sistema di un ceto intellettuale che un tempo era in grado di dialogare perfino con la politica, mentre oggi tutt'al più può scommettere sul successo di un libro accompagnando gli autori in tour sponsorizzati dagli industriali veneti. E sopra a tutto una malinconia irrequieta, virata nel doppio registro del grottesco e del tragico, per l'umanità insonorizzata al dolore, assuefatta al male di vivere: la prevaricazione strisciante, le piccole cattiverie quotidiane, le meschinità gratuite come un frustino che scocca per noia sulla schiena di un cavallo. "Tutto triste abbastanza, neppure triste completamente", diceva nella Gemella H

Eccoci. Siamo noi allo specchio, "comparse condannate a un sogno ormai dimesso, la fantascienza dell'oggi pomeriggio". Un'altra Ipotesi della sconfitta è la fine del tempo libero, lo slittamento del desiderio verso modelli di vita basati su una competizione tossica, fine a se stessa. Ecco perché è importante questo libro: i nostri nipoti tra sessant'anni lo riscopriranno immaginando com'era sentirsi intrappolati fra due epoche economiche entrambe defunte. Ma anche perché rinnova il sogno di una cultura che si sporca le mani con la disperazione umana, come Bianciardi auspicava proprio sessant'anni fa: "la cultura non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, a evitare il male" (Il lavoro culturale, 1957).

Per approfondire

Giorgio Falco, La gemella H

Giorgio Falco, Sottofondo italiano


Giorgio Falco
Ipotesi di una sconfitta
Einaudi
380 pp., 19,50 euro

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