Giampaolo Pansa: 'Povero Eugenio Scalfari, finito in caserma'

Il vero volto del giornalista e fondatore di Repubblica nel nuovo libro di un cronista scomodo. Che previene le critiche e risponde da par suo

Giampaolo Pansa (Credits: Imagoeconomica)

di Giampaolo Pansa

"Ma che hai fatto, disgraziato di un Pansa, che cosa ti sei permesso di fare?". Li sento già certi colleghi indignati per La Repubblica di Barbapapà : "Hai osato scrivere un libro irriverente, anzi da canaglia, sul magno organo democratico, fondato da Eugenio Scalfari, acquistato da Carlo De Benedetti e oggi guidato da Ezio Mauro. Vergogna!". Sospetto che anche a Scalfari, chiamato Barbapapà dai tanti che hanno lavorato con lui, non piacerà per niente la mia impresa. Forse la troverà sconveniente. O si limiterà a ignorarla. Un libro da gettare nel buio prima ancora di averlo sfogliato. Nella Repubblica di oggi succede così: gli importuni non vengono mai citati, neppure per criticarli. Per loro la condanna è una sola: l’inesistenza.

Eppure della triade che regge il mio racconto, il Costruttore, il Compratore e il Continuatore, almeno il primo, ossia Scalfari, dovrebbe essermi grato. Non soltanto per essere stato al suo fianco la bellezza di 14 anni, ma perché l’eroe di questo libro è lui.

Chi spera di leggere una requisitoria velenosa contro Barbapapà resterà deluso. Ho dato a Eugenio quel che è di Eugenio. Prima di tutto, la suprema genialità nel rendere grande un quotidiano nato dal nulla. Poi la dedizione totale al lavoro del fondatore, del direttore e dell’iniziale proprietario. E infine la capacità di restare sulla scena da protagonista, sempre, anche oggi quando sta per compiere 89 anni.

Ma il mio non è un racconto compiacente. In queste pagine vengono descritti pure i difetti di Barbapapà. L’enorme autostima che lo spinge a previsioni spesso sbagliate. L’alterigia che lo obbliga a discettare su tutto e tutti. La faziosità politica che lo ha spinto a sparare contro chi non accettava la sua assoluta supremazia, prima Bettino Craxi, poi Silvio Berlusconi, e in qualche caso persino Ciriaco De Mita, il vero amore politico di Eugenio.

E per ultimo, ma dovrei dire per primo, l’errore di aver costruito un giornale sempre più simile a una caserma, dove vige un pensiero unico. Governato da un principio ferreo: chi non ragiona come noi sbaglia ed è un nemico. Eppure nei primi anni La Repubblica si era aperta a devianze imprevedibili e ai contributi più diversi, anche in contrasto con la posizione del giornale. Era la traduzione pratica di un convincimento scalfariano: la necessità di essere libertini, ossia capaci di contraddirsi e di cambiare opinione. Unica garanzia di successo.

Nata per essere letta da un pubblico di sinistra, La Repubblica è diventata via via una fazione del sinistrismo italiano. La sua pedagogia autoritaria l’ha convinta di poter guidare il caotico accampamento dei progressisti. Mauro tenta di farlo ogni giorno. Ma sotto le tende rosse la confusione è alta e l’impresa si rivela difficile. Anche perché nessuno sa più dove stiano e come la pensino i compagni da ammaestrare. Sono divisi fra loro e di solito si fanno la forca.

Tuttavia, nel disordine di questo 2013, La Repubblica sta attuando una mutazione esistenziale. Essere un giornale-partito non le basta più, ormai è un’etichetta banale e superata. L’aspirazione è assai più alta: diventare il giornale-guida della moralità civile, compito quasi religioso, un tantino talebano. Vedremo Scalfari e Mauro nei panni di due ayatollah italici? Non resta che aspettare.

Comunque vada, La Repubblica rimane in grado di influenzare partiti, governi, mode culturali, comportamenti di massa. Ma tenta di farlo con meno sicurezza di un tempo. Lo dimostrano le convention ideate per celebrarsi, ieri a Bologna e adesso a Torino. Nel ventennio della sua direzione, Barbabapà non ricorreva a queste kermesse. Il primato lo affermava giorno per giorno. Presentando ai lettori un diario battagliero che, visto con gli occhi di oggi, è una metafora dell’Italia dagli anni Settanta in poi.

Il suo potere invisibile, ma concreto, e spesso arrogante, si è esercitato in tutte le fasi cruciali della vita italiana. L’epoca violenta del Settantasette. La bufera del terrorismo. L’assassinio di Moro. Il caso P2. Le battaglie con il Psi craxiano e il Pci di Enrico Berlinguer. La guerra contro Berlusconi per il possesso della Mondadori. Soltanto scrivendo capitolo dopo capitolo, mi sono reso conto che la storia di Repubblica coincideva, sia pure in modo distorto, con quella della nostra società.

È una realtà che ho provato a narrare in questo libro. Attenzione: non è un trattato sui media e ancor meno un saggio barboso. Chi vorrà leggerlo scoprirà che ho usato una fonte difficile da contestare: i miei ricordi di tanti anni, affiancati da un diario che ho tenuto per decenni.

Ecco perché La Repubblica di Barbapapà è anche un romanzone con molti colpi di scena. Modestia a parte, soltanto io potevo scriverlo. Ho evitato l’acidità e mi sono divertito. L’allegria è un antidoto contro le narrazioni cortigiane e noiose. Spero che i lettori mi concedano di non avergli seccato la gloria salendo in cattedra. Come succede di continuo al giornale fondato da Barbapapà.

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