Francesco Targhetta, ‘Le vite potenziali’ - La recensione

In ogni cosa c’è un errore, anche nei cieli sereni: un romanzo poetico e cupo, manifesto del decadentismo contemporaneo

Le vite potenziali

Le vite potenziali, particolare della foto di copertina – Credits: © Martin Kirchner/Laif/Contrasto

Michele Lauro

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Selezionato nella cinquina del Campiello, ma già vincitore del Premio Giuseppe Berto per la narrativa esordiente, il romanzo di Francesco Targhetta riassume con una amara metafora il nostro destino di cercatori-raccoglitori digitali: Le vite potenziali, ovvero il sottoprodotto esistenziale di ogni identità virtuale. La scissione della coppia aristotelica di potenza e atto (forma e sostanza) spezza il processo del cambiamento. L’E-commerce è una esemplificazione di questa inversione epocale dall’azione alla potenza senz’atto: l’oggetto diventato opzione di consumo, l’esperienza pura possibilità, “perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato”. 

La perseveranza dell’inadeguatezza

Colleghi in una azienda emergente della web economy, la Albecom, i tre protagonisti (Alberto, proprietario e CEO; Giorgio, il procacciatore di clienti, e Luciano, il programmatore) fabbricano per conto di grandi marchi l’illusione di una vita desiderabile, a un pubblico di clienti potenzialmente infinito. Ma la loro, di vita, cos’è diventata dai tempi del liceo, quando immaginavano il futuro dalle colonne immaginarie del blog Lavoro troppo, oppure esercitavano la creatività nei Syntax Error, band di virtuosi informatici fondata per lasciare la propria firma sui floppy? A trentacinque anni, ciascuno a modo proprio, sono alle soglie di una svolta che si va preparando senza arrivare mai. 

Perciò veniamo bene nelle fotografie, aveva spiegato nel 2012 Targhetta in un romanzo in versi abrasivo e poetico, ambientato nella Padova popolare: perché siamo immobili per definizione. Le vite potenziali sigilla lo sguardo sul precariato facendone una categoria ontologica, uno stigma esistenziale. Con il medesimo disincanto lirico virato in prosa, e incorporando nel flusso narrativo la terminologia della new economy con una convincente opera di ibridazione linguistica, l'autore inquadra il punto zero della generazione che aveva scambiato il giardino di casa - cioè il triangolo post industriale del nord-est con le sue “praterie di outlet e benzinai self service” - per una specie di Silicon Valley padana. 

Scatti da un imbrunire snervante

L’ebbrezza e la hybris di chi negli anni Novanta, cresciuto in una famiglia della piccola borghesia democristiana, si ritrovò fra le mani un lavoro che somigliava a un videogioco, perfetto per cavalcare la rapidità vorace di internet. Quelli come Alberto misero a frutto il potenziale diventando imprenditori e coinvolgendo nell’impresa i vecchi amici smanettoni. Quelli come Giorgio si catapultarono in ogni stanza d'albergo disponibile per nutrire il proprio insaziabile ego di sfide sempre più ardite. Quelli come Luciano, il geniale, mite programmatore precocemente invecchiato davanti allo schermo della sua cameretta, rimasero vittima di una deriva individualista portata allo stremo, alimentata dal fallimentare connubio di intelligenza, sensibilità e timidezza.

A questi tre ex ragazzi Targhetta dedica un lavoro d’introspezione accurato e profondo, coinvolgendo (però a distanza “emotiva” di sicurezza) alcune figure femminili messe sul loro cammino. Disseziona cinicamente le dinamiche amicali applicate alla sfera lavorativa, la finta armonia basata sul potere, la sopraffazione costante - inevitabilmente costante - dei forti sui deboli. E tuttavia l’umanità senza eccezioni, forti e deboli, giovani e vecchi, nerd e arrampicatori sociali, appare in questo libro preda di un disagio vischioso. Uomini e donne “immalinconiti come ragazze / di Bube in attese infinite, a vedere / gli aerei che partono lasciando / solo l’inquinamento acustico”.

Il rimando non casuale a Carlo Cassola, nel verso di Perciò veniamo bene nelle fotografie, spinge a domandarci se quegli “sguardi colpiti prima del tempo / da una cosciente debolezza cronica” preludano a una presa di coscienza morale da parte dei protagonisti. No, Targhetta non offre scappatoie consolatoria ma anzi indugia sui luoghi-archetipo del mondo incapace di rinnovarsi. Mestre e Marghera, in pagine indimenticabili, spuntano nella nebbia dei loro cieli in sciopero come ancelle di una vetrina che scintilla lontanissima: Venezia. Ci aggiriamo tra agglomerati urbani gonfi di villette a schiera e container, condomini aziendali e quartieri dismessi, negozi di parei e vongole al fosfgene, nelle piatte campagne disseminate di capannoni, sempre in attesa di essere bonificate. Città-ipotesi, anch’esse, partecipi della depressione corale “in un’impressione diffusa di Lituania costiera o riviera rumena sul Mar Nero”. 

Lavorare per vivere, vivere per lavorare

Francesco Targhetta aggiorna all’immaginario contemporaneo la parabola esistenziale della Vita agra, come la chiamò mezzo secolo fa Luciano Bianciardi nel suo capolavoro, rinnovando il sogno di una cultura che si sporca le mani con la realtà. Vivere, lavorare: il dilemma si è infittito per l'homo economicus che il boom informatico sembra aver disarmato di fronte al caos del mondo reale, intorpidito nella sfera personale e in quella privata, assuefatto alla cacofonia degli open space, omologato alle ritualità del consumo. “Io mi arrangio, ma altri soccombono” ammette Alberto. Ma potrebbe anche essere solo una fase di passaggio tra le altre, e la rassegnazione al male di vivere corrispondere all’accettazione di aver perso la fede nel cambiamento, un trauma che portiamo in dote dal Novecento. 

Alla fine sono la paternità e la maternità - temute, sognate, negate, idealizzate - a fare da spartiacque fra la paludosa adolescenza da nerd e la presa di coscienza del mondo adulto. I codici affettivi di questo romanzo poggiano cioè sull’invarianza biologica come unica, ineluttabile forza motrice del cambiamento. Ma le domande, sullo sfondo, restano pesanti. Soprattutto per una come Matilde, rassegnata a mettere al mondo un figlio cui sarà costretta a fare da madre e da padre: sarà capace di far crescere un essere umano non stronzo né sconfitto? “un uomo diverso dagli altri eppure immerso tra gli altri”? una persona ai margini “in un mondo che arride solo chi sta al centro”?

Francesco Targhetta
Le vite potenziali
Mondadori
245 pp., 19 euro

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