Francesco Guccini, il "Nuovo dizionario delle cose perdute"

Cinque idee da ricordare, tratte dal libro dedicato all'Italia che non c'è più

Francesco Guccini, "Nuovo dizionario delle cose perdute", Mondadori – Credits: ufficio stampa

Micol De Pas

-

Ci sono cose che basta nominare per riaprire le porte di mondi passati. Non solo perché magari non esistono più, ma soprattutto perché non potrebbero esistere più. Perché insieme alle cose sono spariti gli stili di vita che le rendevano possibili. E Francesco Guccini si è dimostrato bravissimo a selezionare quelle "cose" e a raccontarne le relative storie. Lo aveva già fatto in Dizionario delle cose perdute, di cui ora esce il secondo volume per Mondadori. Un racconto altamente autobiografico, attraverso le abitudini di un'Italia che non c'è più. Cinque realtà dimenticate, da ricordare assolutamente.

Il traforo. Temibilissimo gioco che veniva immancabilmente regalato ai ragazzini, una volta raggiunta l'età della ragione. «Faceva parte della categoria “giochi educativi”, e questo avrebbe dovuto metterti sull’avviso, come quando una zia ti annunciava un bel regalo per Natale e invece della pistola Susanna – all’apice dei tuoi desideri più sfrenati – ti ritrovavi con un maglione (...) che eri anche obbligato a indossare». Il Traforo era quel curioso aggeggio a U, «alle cui estremità, in corrispondenza degli apici, erano posti due morsetti; sotto all’apice in basso, un manico, di solito verniciato di rosso brillante. Completava il tutto, tenuto da un elastichino, un mazzetto di seghette di ferro di esile consistenza» con cui realizzare oggetti intagliati in fogli di compensato. Ma erano tutte illusioni: « Noi, ingenui, guardavamo a lungo i disegni. Cosa farò, ci chiedevamo col cuore pieno di speranzoso ottimismo, la pagoda cinese? Il gazebo francese art déco? Le cupole russe di San Basilio?  (...) Il Traforo restava lì, finché decidevi di prendere il tutto, foglio di compensato  compreso, riporre gli attrezzi nella scatola e sistemarli nascostamente su un armadio, a tristemente impolverarsi. Era allora che tua madre ti dava la botta finale: “Sei proprio un buono a niente! Lo sai che il tuo amico Renato è riuscito a fare la Torre Eiffel?!”».

La merenda. Non che oggi i bambini non facciano più la merenda. Ma non ha la M maiuscola: una volta era un'opera d'arte creare la merenda opportuna. E anche mangiarla. «Ogni luogo geografico italiano aveva le proprie caratteristiche merendere; qui veniva esaltata la multiformità della meravigliosa e variegata cucina della penisola, e ognuno ha da riempire con i suoi ricordi la specificità casalinga della propria merenda. Fondamentale, per me, era il pane, quello toscano, sciapo, a fette, ma non disdegnavo la rosetta cittadina. Oggi il pane è bandito da ogni dieta dimagrante, ma a me dicevano: «Guarda lì, ha già mangiato tutto il companatico e ha ancora tutto il pane. Bisogna imparare a mangiare il pane!».

Le cartoline. I messaggi, al di là della scelta delle immagini stampate, «erano cosa normale, per normali comunicazioni. “Io sto bene e così spero di voi”, “Salutatemi zia Giulia”, “Qui finalmente si respira e la notte si dorme. E voi, c’è ancora così caldo?” e cose così. Ben altro tenore avevano quelle tra fidanzati. «Qui chi spedisce ha lo slancio di scrivere: “Bacio ardentemente il tuo ritratto, aspettando di baciare il tuo volto”. Benissimo, audace e innamorato. Ma prima della firma c’è un “Cordiali saluti”. Be’, dopo tanto calore, solo un “Cordiali saluti”? Potevi fare meglio, Gino.

Le osterie. «Dalle mie parti le osterie (quelle autentiche) sono come gli animali in via d’estinzione, forse dovrebbero essere protette dal wwf. Prima sono scomparse nei paesi, sostituite dai bar: banconi lucidi di acciaio, tavoli col ripiano di formica, luci al neon, avventori più portati al caffè corretto che al bicchiere di vino. In città, di osterie, ce n’erano rimaste: luoghi da vino, quartino, mezzo o litro, serviti nelle tradizionali caraffe di vetro che un tempo avevano il bollino fiscale della misura. (...) Poi i vecchi gestori andarono in pensione, subentrarono i nuovi e, a poco a poco, questo tipo di locale sparì, come l’uccello Dodo dell’isola di Mauritius».

I barbieri (e i loro calendarietti). «Erano aperti anche la domenica mattina, i barbieri, per quelli che si azzimavano in vista delle imprese pomeridiane, andare a ballare, portare la morosa al cine, fare bella figura al bar con gli amici aspettando l’ora delle partite. Stavano poi chiusi il lunedì, come oggi, ma non aprono più la domenica mattina. (...) Per Natale i barbieri regalavano un oggetto di grande importanza, un calendarietto (...) Quei piccoli calendari, profumati, protetti dal cellophane, spesso anche cosparsi di porporina dorata che si attaccava dappertutto...».

© Riproduzione Riservata

Commenti