Francesco Abate, 'Un posto anche per me'

Da una Sardegna poco smeraldizzata alla Roma dei colli fuori porta corre un abisso silenzioso e senza speranza. Ma la storia degli ultimi del mondo può essere piena di amore e ironia se a raccontarla è Peppino, quello in fondo all'autobus che parla da solo.

Un posto anche per me, particolare dell'immagine di copertina, © Curtis David 835 / Millennium Images / Sime

Michele Lauro

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Inizio a scrivere su un loop di archi pizzicati a cui si aggiungono a poco a poco campanelli, vibrafoni, un piano sintetico e violoncelli che mi ricordano il primo Sakamoto: il Tema di Peppino . La colonna sonora di Un posto anche per me è una sinestesia di atmosfere ispirate da una storia insolita, lieve e terribile, divertente e commovente. Una storia che a sua volta ha un mentore, l'attore e regista Valerio Mastandrea, il quale forse ne farà prima o poi un film ma intanto l'ha regalata a Francesco Abate, l'amico scrittore, perché le desse ali.

"Tu non mi vedi io vedo tutto, sovrappeso". Che bello, un romanzo con una colonna sonora dentro. Stefano Guzzetti e Irene Nonis hanno trasformato in musica e poesia la prosa conradiana con cui Abate dà voce a Peppino. Figlio di un dio minore grassotto e lentarello, il compagno goffo del primo banco che non si arrabbiava mai anche se lo prendevano tutti in giro. Fa il garzone delle consegne a domicilio nei quartieri esclusivi della capitale, con un cappello di lana calato sulla testa. Chissà cosa proverebbero i passanti nel sapere che la loro indifferenza è per lui uno scudo di salvezza.

Peppino mente semplice ficcata in un corpo sbagliato, con il suo olfatto fino legge l'anima nell'alito delle persone. Peppino "creatura elementare" si porta dentro un terribile segreto e l'unico luogo dove il pensiero possa liberarsi è nel dialogo muto con Marisa, compagna di sventura nell'albergo dei Difettosi, il riformatorio dove entrambi scontavano la pena di essere figli della vergogna. Marisa vittima di un destino carogna, unica luce nel ricordo opaco di un mondo di solitudine dileggi e quotidiane violenze.

Un dialogo a testa bassa nei lunghi viaggi in bus verso le periferie romane, in grembo uno zaino da portare alle villozze dei ricchi, alle celebrità e alle damigelle strafatte: i piatti a domicilio del ristorante sardo Nuraghe Blu, farciti della sorpresa che è poi il vero oggetto della consegna. Intanto scorre dal finestrino una Roma notturna e periferica vista con occhi da immigrati, tra i rioni popolari e le colline del vizio. La sua gente sembra accontentarsi di un rancore a bassa intensità come l'autista Cambazzu, emblema di un'umanità sconfitta che a bordo pista "si diverte a vedere chi cade e annaspa".

Peppino sveste le bassezze del mondo, che tutti conosciamo ma abbiamo paura di guardare. Dal finestrino dei ricordi scorrono i fantasmi del passato in una Sardegna matriarcale di villani arcaismi, coltelli a serramanico, rivalità spietate, preti che alzavano a malapena il sopracciglio. Aliti tremendi e aliti buonissimi. La quotidiana prepotenza dei forti sui deboli. Il pastorale retaggio di una guerra bastarda fra clan per una capra o uno sguardo capito male, ma forse semplicemente contro il destino e l'isolamento e il provincialismo e l'omologazione. Contro se stessi, perché se cresci delle belve sai che prima o poi ti sbraneranno.

Il fardello della giovinezza riappare curva dopo curva con il suo ambiguo candore, dai mostri della casa delle Ciliegine diretta da suore con nomi di Tempesta alle teste calde dell'antico quartiere con la loro precoce aria da sbruffoni, ai figli di bagassa della stirpe di Peppino, padre nonno zii e cugini. Lo sguardo è semplice, addirittura compassionevole sì che gli abusi risaltano ancor più abietti e insensati nelle parole senz'odio da cui sgorgano. Eppure la spiaggia di Costa Rei sembrava sempre un quadro, perfino il giorno tragico che Marisa scivolò dallo scoglio di Peppino.

Formidabile fucina di storie che andrebbero ascoltate di notte attorno a un fuoco, come una potente calamita (o calamità, secondo un accento anch'esso migrante) la Sardegna tutto a sé riconduce. E come per Sergio Atzeni in L'ultimo passo è l'addio, nel romanzo di Francesco Abate il traghetto costituisce il (non) luogo simbolico dell'eterna attrazione-repulsione verso il continente. Diversamente dal Ruggero Gunale di Atzeni, Peppino inverte la freccia del suo viaggio interiore, affidando all'isola l'ultima chance di trovare "un posto anche per me".

Francesco Abate
Un posto anche per me
Einaudi
pp. 226, 17,50 euro

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