Filosofia vs scienza: la guerra dei 400 anni

Il debutto di Olivier Rey in Italia con "Itinerari dello smarrimento". Un libro coraggioso che racconta l'epopea scientifica a partire da Galileo Galilei e dalla sua "matematizzazione" della realtà. E anche dell'uomo.

Olivier Rey, ricercatore al Cnrs di Parigi e docente di Filosofia all’Università Panthéon-Sorbonne.

Marco Cobianchi

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Sono pochi, pochissimi, i libri in grado di cambiare il modo di giudicare, guardare, ragionare del lettore. Quello scritto da Olivier Rey è uno di questi. Si intitola “Itinerari dello smarrimento” ed ha un sottotitolo che reclama attenzione: “E se la scienza fosse una grande avventura metafisica?” (Ares edizioni, 300 pagine 15,90 euro). Solo per il fatto di mettere insieme due parole che incompatibili, “scienza” e “metafisica”, Rey deve essere considerato un uomo coraggioso. Nato in una famiglia atea, poi convertito, si è laureato al Politecnico di Parigi, ha ottenuto un dottorato in matematica, è entrato nel Cnrs nel 1989 ed è docente di Filosofia all’Università Panthéon-Sorbonne. Quindi è sia matematico che filosofo, sia scienziato che umanista, con una cultura talmente sterminata in entrambi i campi (oltre che nella letteratura e storia) da renderlo un personaggio unico nel panorama culturale europeo. Il tutto ad appena 50 anni. E, ad appena 39 anni (il libro è stato pubblicato in Francia nel 2003 e solo recentemente tradotto in italiano) ha scritto un capolavoro.

La domanda dal quale parte l’avventura storico-scientifico-filosofica di Rey è: la promessa della scienza di rendere libero l’uomo, è stata mantenuta? La risposta arriva attraverso il racconto dell’evoluzione della scienza e della filosofia degli ultimi 4 secoli che risulta più avvincente, emozionante e coinvolgente della storia della più furiosa delle guerre e del più struggente degli amori. Il nome che sta all’inizio di questa avvenura è quello di Galileo Galilei, il primo a dire che il libro del mondo è scritto in caratteri matematici dando, inconsapevolmente, inizio alla scienza moderna che i suoi successori affrancano dalla filosofia con la pretesa di dare alle sue domande delle risposte scientifiche. Il contrario del pensiero greco, quello di Aristotele, per il quale il “cosmo” era sinonimo di ordine perché regolato da leggi che rendevano tutto coerente. Ma Newton dimostra che le leggi che regolano cielo sono le stesse che regolano la terra e sono regole matematiche, come diceva Galileo. E la matematica, si sa, non riconosce le categorie di bene e male come la filosofia.

Il filo del ragionamento che svolge Rey nel suo libro rende comprensibili gli abbagli, altrimenti inspiegabili, di alcune delle menti migliori che hanno attraversato l’Europa nel XIX e XX secolo e che lui non cita probabilmente solo per non appesantire un volume che resta leggibile anche dai non specialisti. Nel 1913, appena venne dimostrata l'esistenza degli atomi, il fisico francese Jean Peran scrisse: “Il destino è vinto”. Il destino non era d’accordo e l’anno dopo fece scoppiare la prima guerra mondiale. Ma Peran non si perse d’animo e nel 1926, dopo aver vinto il Nobel per la fisica e scrisse che in ogni paesino francese la Chiesa doveva essere sostituita “da un Palazzo della Scoperta”, credendo che le risposte alle angoscie dell’uomo di fronte alle domande su sé stesso avrebbero trovato pace solo nel progresso. Di più: il biologo dell'evoluzione Richard Dawkins teorizzava che prima del 1859, cioè prima di Darwin, tutte le risposte date alle domande esistenziali dell'uomo fossero sbagliate perchè, visto che per 3 miliardi di anni la vita sulla terra è esistita senza interrogarsi e, visto che noi deriviamo da quella vita, le domande sono “in-ponibili”. Il risultato? Simone Weil ha scritto che in Francia si disprezza tutto tranne la scienza “rispetto alla quale oggi non vi sono in-credenti”.

Ma la domanda resta: la scienza ha mantenuto la sua promessa di liberare l’uomo o no? No, spiega Rey. E non solo perchè la meccanizzazione dei sentimenti (trasformati in scontri tra neuroni) attraverso la neurobiologia non lascia l’uomo appagato, ma anche perché molte delle questioni che la filosofia ha posto alla mente dell’uomo sono senza risposte: la scienza le ha rinviate (a quando sarà in grado di formularle) o le ha confinate in un insieme di questioni che non la riguardano. Da cui il modo di dire: “Tutto il resto è filosofia”. La “matematizzazione” di tutto (l'economia, la biologia, l'astronomia) non ha liberato l'uomo dalle sue domande ma, rendendole insignificanti, le ha annichilite. Chi insiste a porsele (bene-male, vita-morte, Dio-non Dio) è un eccentrico nostalgico destinato alla delusione. Di più: facendo dell'uomo oggetto della propria ricerca la scienza annulla la distanza tra la persona e le cose. L'uomo non è più “tutto”, come per i greci, ma parte di esso. Così, ad esempio: non ha più senso, in un mondo matematizzato, qualsiasi domanda che inizi con un “perchè”. Per dare una risposta a un “perchè” occorrerebbe filosofare, pratica divenuta quasi impossibile.

Eppure è evidente che quelle domande non si riescono a sopprimere. In qualsiasi animo umano continuano ad albergare questioni, dubbi, domande, paure, felicità, odii e allegrie oggettivamente inspiegabili se indagati empiricamente. La scienza insiste, invece, nel sostenere che è lei ad avere la chiave della comprensione del mondo, contrariamente a quello che mostra l’evidenza. In questo senso la scienza si comporta come quella donna che, sorpresa dal proprio uomo a baciare un altro, lo apostrofa urlandogli: “Ecco, vedi, non mi ami più, credi più ai tuoi occhi di quello che ti dico io”.

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