Enrico Franceschini, 'Vinca il peggiore' - La recensione

Qualche volta si vince per ragioni inspiegabili, illogiche, imponderabili: storia di una partita di basket leggendaria

Vinca il peggiore

Vinca il peggiore, particolare del disegno di copertina – Credits: disegno di Guido Scarabottolo

Michele Lauro

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Negli Stati Uniti è appena iniziato il campionato NBA, divenuto ormai un global show (leggi un business) colossale e planetario, con molti campioni che hanno già messo in campo il loro carisma per far sapere tra l'altro cosa pensano di Trump. Per celebrare la nuova stagione con una bella storia di basket d'altri tempi, consiglio un memoir biografico simile a un romanzo d'avventure, che Enrico Franceschini ha intitolato come un Peanut di Charles M. Schultz: Vinca il peggiore

Cenerentola va a canestro

"Il basket è la passione della mia vita" confessa subito Franceschini che proprio seguendo i campionati minori ha iniziato la carriera di giornalista. E questo libro intreccia la storia di due partite memorabili. Londra, 2015: coach per hobby, l'autore sta per guidare una squadra di adolescenti (tra cui suo figlio) nella finale del campionato allievi, contro una squadra più alta, grossa, tecnica, palesemente più forte. Intanto ripensa a un giorno di trent'anni prima, New York, 1 aprile 1985: il futuro inviato di Repubblica è seduto al bancone di un bar con una birra in mano, incerto se proseguire la gavetta di scrittore-giornalista squattrinato nella metropoli straniera dove ha appena divorziato...

Ma intanto sta per cominciare la finale del campionato NCAA, il mitico torneo universitario da cui usciranno le scelte dei professionisti. Si sfidano i Wildcats di Villanova e gli Hoyas di Georgetown illuminati dalla stella di Pat Ewing, un centro che di lì a qualche anno farà la storia dei New York Knicks. Complice una cameriera sorridente che lo rifornisce di una birra dopo l'altra, Franceschini rivive come in trance il film di quella sfida fra Davide e Golia. Villanova - proprio come la sua squadra di ragazzini - aveva un'unica chance per vincere: giocare la partita perfetta.

Le chiavi di un grande allenatore

All'epoca il basket universitario non aveva ancora incorporato la regola del limite di tempo per concludere l'azione offensiva. Sicché allenatori tatticamente preparati potevano sperare di controllare, se non "addormentare", il ritmo delle partite tenendo il punteggio basso specie contro avversari più dotati dal punto di vista offensivo. Qualcosa di impensabile al giorno d'oggi, dove nel basket il ritmo è tutto. La squadra di Villanova era plasmata dall'orgoglioso figlio di un ciabattino siciliano, Rollie Massimino

Un coach leggendario che solo per caso non era approdato in Italia, qualche anno prima, alla Virtus Bologna la quale avrebbe poi "ripiegato" su un certo Dan Peterson. Massimino era un giocatore di scacchi capace forgiare la sua squadra come una famiglia, maestro di psicologia e difesa a zona, teorico della disciplina e di una preparazione tattica meticolosa. A father figure, riassume Franceschini, amato e rispettato dai suoi giocatori perfino dopo aver vomitato nel secchio che lui portava sempre in palestra durante le massacranti sedute atletiche. 

Per convincere Dwayne McClain a giocare nella più antica università cattolica della Pennsylvania, una prospettiva non proprio esaltante per un tiratore che voleva sfondare nei professionisti, Massimino gli aveva mandato una profetica audiocassetta. Lo speaker ufficiale dei Wildcats faceva la cronaca immaginaria di una improbabile finale Ncaa tra Villanova e Georgetown proprio a Lexington, Kentucky. Villanova vinceva sulla sirena mentre il ragazzo stringeva l'ultima palla al petto... Una coincidenza? Sì, quella di un mago che avrebbe predetto: per battere Georgetown non dovremo fargli superare i 64 punti

Quando la vita ha più fantasia di noi

Fatalità, predestinazione, un'incredibile concentrazione mentale. Tutti erano convinti che il risultato fosse già scritto. Invece la polvere di stelle avvolse quella che viene ricordata come una delle più grandi sorprese nella storia del basket americano - vale la pena rivedere su Youtube almeno l'ultimo, interminabile, minuto e mezzo. In tutta la partita Villanova tirò solo 28 volte con la stratosferica percentuale del 78,6%, prendendo 14 rimbalzi. "La dimostrazione che la tua debolezza, ben sfruttata, può diventare la tua forza" conclude Franceschini spronando i suoi giovanissimi all'impresa. Oggi i playoff stabiliscono una gerarchia certa. Alla fine vince il più forte. Ma se giochi la partita perfetta, nemmeno il più forte ti può resistere.

Vinca il peggiore è un'avventura dal lieto fine spesso dimenticato, in quest'epoca di competizioni esasperate: una squadra (primo o ultimo uomo non importa), un buon allenatore, sono maestri di vita. Se lì, senza trucchi, impari a vincere e a perdere è probabile che ne farai tesoro. E poi testimonia che la passione per lo sport non conosce confini, età, differenze di ceto, di pelle, di cultura, come ben sapeva il Jack Kerouac di On the Road: "Giocammo anche a pallacanestro, con tale frenesia che i ragazzi più giovani ci dicevano: 'andateci piano, non c'è bisogno di ammazzarsi'." E infine, che il basket offre ai suoi adepti un piacere fisico, addirittura erotico si sbilancia Franceschini. Specie quando il pallone si stacca dai polpastrelli infilandosi nella retina con quel suono magico: ciuff.

Per approfondire

Flavio Tranquillo, "Altro tiro, altro giro altro regalo"

Benjamin Markovitz, "Un gioco da grandi"

Enrico Franceschini
Vinca il peggiore
66THAND2ND
124 pp., 16 euro

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