David Hepworth, ’1971. L’anno d’oro del rock’ - La recensione

Cronistoria dell’anno più febbrile e creativo nella storia della pop music. Con un riassunto della sua corposa eredità

1971. L'anno d'oro del rock

1971. L'anno d'oro del rock, particolare della copertina – Credits: Stefano Vittori

Michele Lauro

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“Se i miei figli venissero trasportati nel 1971 si sentirebbero smarriti”, scrive David Hepworth. Eppure ne conoscerebbero i dischi. All’anno memorabile che inaugurò i Settanta il giornalista e critico musicale britannico, storica firma fra gli altri di Q e Mojo, dedica una biografia appassionata e pastosa. Come un concept album scandito in dodici capitoli, uno per mese, segue un filo cronologico per poter liberamente divagare tra musica, cinema, politica, tecnologia, storia sociale. Il 1971 fu l’Anno d’oro del rock non solo per aver battezzato un numero incredibile di capolavori ma soprattutto perché tracciò un canone a cui, più o meno inconsapevolmente, tutti oggi sembrano richiamarsi.

Tre minuti e cinquanta secondi per cambiare una vita

È uno di quei libri che si leggono come un’avventura, non importa se non eravate ancora nati. Una cavalcata elettrica che invece di indugiare sul “come eravamo”, attraverso la sua funambolica sequenza di eventi e canzoni scopre le radici di un immaginario collettivo rimasto vivissimo. “Ognuno di noi difende la musica della propria giovinezza” ammette l’autore nell’epilogo. Anche perché in un certo senso la musica è la propria giovinezza, lo strumento magico per riabbracciare una stagione della vita senza il filtro della memoria volontaria. Ma dopo mezzo secolo la storia del rock ha anche abbastanza prospettiva per guardare al passato con obiettività. 

E in una strana epoca come la nostra, dove il boom della tecnologia gareggia ogni giorno con forme di retromania tra cui il prepotente ritorno del vinile, ingegneri del suono formatisi nell’epoca digitale cercano di catturare il sound del 1971, proprio quello dei 33 giri originali che suonava così misteriosamente caldo e sensuale, vivido e carico di energia. Addirittura oggi invisibili plug-in domestici promettono di far suonare i dischi come se fossero stati realizzati nella grande sala degli Olympic Studios, spiega Hepworth. In pratica “vendono l’aria del 1971”, il momento d’oro in cui tutto sembrava accadere per la prima volta, compresa appunto l’irruzione della tecnologia.

Le nuove generazioni forse non possono saperlo ma il sound di quell’epoca avvolge la nostra quotidianità in modo pervasivo. Non solo è alla base del nuovo mainstream - come non intravedere Rod Stewart e i Lindisfarne nei Mumford & Sons, Crosby Stills e Nash nei Fleet Foxes, Sly & The Family Stone nella matrice dell’hip hop o, più in generale, i Led Zeppelin nelle chitarre delle innumerevoli generazioni di ragazzi che ancora la imbracciano per “ammazzare i draghi e conquistare le ragazze” - ma lo ritroviamo negli spot delle scarpe da ginnastica e nelle colonne sonore delle serie televisive, nelle musichette dei call center, nei refrain dei grandi eventi...

La playlist dei baby boomers

La selezione dei cento album nell’appendice finale, da sola, potrebbe spiegare tutto, almeno a un appassionato di musica: in appena dodici mesi furono pubblicati fra gli altri Pearl di Janis Joplin e Tapestry di Carole King, Loaded dei Velvet e Sticky Fingers degli Stones, Imagine di John Lennon e Concert for Bangladesh di George Harrison, Aqualong dei Jethro Tull e Nursery Cryme dei Genesis, Four Way Street di CSNY e L.A. Woman dei Doors, Who’s Next e Led Zeppelin IV, Blue di Joni Mitchell e Tupelo Honey di Van Morrison, Relics e Meddle dei Pink Floyd, The Man Who Sold the World e Hunky Dory di David Bowie… L’elenco si fraziona nei capitoli con una playlist di dieci canzoni per mese, quindi solo fra gli elenchi di questo libro compaiono in totale cento album e centoventi canzoni. Troppa roba e infatti, dice Hepworth, il mondo ci avrebbe messo un’infinità di tempo a riscoprirle tutte.

Ovviamente sono le storie a farla da padrone nel corso delle quattrocento pagine, le avventure di cui si rese protagonista di qua e di là dall’oceano quello stuolo di artisti che cercava di colmare il vuoto lasciato dai Beatles. Tra mondanità (le nozze di Mick Jagger a Saint Tropez ovvero la “festa più squallida nella storia del rock”), dolorosi lutti (la morte di Jim Morrison) e dipendenze (la discesa agli inferi di Clapton, Bolan, Lennon), drammatici infortuni (il volo di Frank Zappa dal palco del Rainbow londinese), leggendari concerti-happening e sedute di incisione (l’abbagliante David Bowie, il primo Elton John, Marvin Gaye e l’evoluzione Motown), Hepworth non tralascia anche storie di spiriti più appartati e solitari. 

Una è Carole King, poliedrico talento che con Tapestry sbaragliò il mercato discografico lanciando il primo evergreen nella storia del rock. Per la cronaca, al Festival di Sanremo 2018 abbiamo riascoltato il sommo capolavoro della cantautrice, You’ve Got a Friend, direttamente dalla voce del suo mentore James Taylor in duetto con Giorgia. L’album di Carole King segnò una cesura anche dal punto di vista sociale preannunciando un futuro in cui, “se volevi vendere montagne di lp, dovevi venderli anche alle donne”. Un altro è il malinconico menestrello che all’epoca passò quasi inosservato per diventare molto più tardi un culto: Nick Drake. È del ’71 Bryter Layter, secondo album di una carriera che si sarebbe chiusa l’anno dopo con Pink Moon. Impersonò l’artista che “non rimane nei paraggi ad assistere al proprio declino”, disse di lui Elvis Costello.

Quando la Diga cede

Il 1971 si conclude, nel mese di dicembre, con Elvis Presley a celebrare la leggenda attingendo al bisogno degli adulti di sentirsi di nuovo giovani: stava inaugurando il modo in cui la pop music sarebbe stata presentata e percepita nel ventunesimo secolo. Nel ’71 Presley era una star sul viale del tramonto che si andava a vedere dal vivo come un’icona, in studiatissimi (e costosissimi) show studiati per rispecchiarne la grandezza. Non è quello che oggi facciamo tutti quando andiamo a un concerto rock? Partecipiamo in massa a un rito, celebrando un bene che vorremmo veder resistere al passare del tempo: la rockstar, la nostra giovinezza. 

Il legame tra rock e ribellione si stava sgretolando per sempre. Tristemente, nel 1971 la società repressiva cominciò a usare il rock per neutralizzare ogni spinta di protesta. Presley aveva 36 anni e nel dicembre di quell’anno Jon Landau - futuro manager di Bruce Springsteen, ovvero colui che in qualche modo ne avrebbe raccolto il testimone - scrisse su Rolling Stone la lunga recensione di un suo concerto a Boston. Pensava di aver visto il passato del rock, conclude Hepworth, invece stava guardando il futuro.

David Hepworth
1971. L’anno d’oro del rock
Big Sur
412 pp., 20 euro

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