Micol De Pas

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Il plot alla Don Winslow de I giorni della cagna, romanzo del giornalista Daniele Autieri, nasce da un intreccio veramente complesso tra organizzazioni criminali, narcotraffico, finanza e attività commerciali che tesse le relazioni tra l'Italia e Panama. Il libro è un romanzo, ma si basa su inchieste giornalistiche e dati reali, testimonianze dirette e confessioni (sfociate poi in condanne) che raccontano di capitali in viaggio dall'Italia per Panama e da lì verso una trentina di altri pardisi fiscali. La città caraibica si rivela essere un trampolino, lo snodo di partenza del viaggio di tesori finanziari importanti, molto spesso collegati al narcotraffico. L'altro centro gravitazionale del romanzo è Roma, questa volta svelata come una sorta di supermarket dello stupefacente e teatro di uno scenario inedito fondato sulla collaborazione tra camorra, 'ndrangheta e criminalità locale, in nome degli interessi finanziari e dei rapporti con il potere. Impossibile non pensare a Pablo Escobar leggendo queste pagine, che, pur essendo state scritte in largo anticipo rispetto ai fatti di cronaca, presentano una chiave interessante per capire di cosa si parla quando parliamo di Panama Papers. Vi proponiamo un estratto dal libro.


Il Sultano e Joe Lupo atterrano all’Aeropuerto Internacional de Tocumen di Panamá alle 8.20 di sera. Una Dodge grigia li attende all’uscita per portarli in centro. Seduti sul sedile posteriore, con i vetri oscurati e l’aria condizionata che gela i pensieri, attraversano il corregimiento San Felipe e costeggiano il Casco Viejo, il quartiere ispirato ai borghi coloniali di Cartagena de Indias e dell’Avana.

Panama City si affaccia sull’oceano proprio dove il Canale raggiunge il Pacifico, e finisce idealmente a Punta Paitilla, un promontorio sul quale svettano, aggrappati uno all’altro, i grattacieli più alti del Centro America. Qui si raduna la ricchezza del Paese, un fazzoletto di terra dove convergono centoventi banche, migliaia di aziende offshore, macchine di lusso e capi- tali internazionali.

Le società panamensi non pagano tasse, non devono presentare bilanci e possono essere amministrate da qualsiasi parte del mondo. Nello statuto dell’azienda devono figurare solo tre dirigenti e se il proprietario non vuole apparire, per centocin- quanta dollari americani i prestanome vengono messi a disposizione da decine di studi legali pronti a tutto pur di accaparrarsi nuovi clienti. Il Paradiso è qui, a pochi chilometri dalla giungla, tra tempeste tropicali ed estati bollenti.

La Dodge nera raggiunge l’hotel Panamera al numero 47 di Uruguay Street, a pochi passi dall’oceano e a qualche centinaia di metri da Punta Paitilla.Il Sultano e Joe Lupo scendono dalla macchina ed entrano nella grande hall. Raggiungono l’ascensore in fondo alla sala come due clienti abituali e schiacciano il pulsante che li porta alla Bungalow terrace, l’ultimo piano del palazzo.

Il bar è allestito all’aperto, intorno a una piscina illuminata da un’insolita luce verde, che termina con un bordo di vetro a picco sulla facciata dell’edificio. Una ringhiera bassa di cristallo lascia che la vista spazi su tutta la baia, tra i grattacieli e poi fino al mare.

Le casse mandano in sottofondo un motivetto caraibico che dovrebbe mettere allegria, mentre i camerieri vestiti di bianco vanno avanti e indietro tra la piscina e il bar. I due si guardano intorno e riconoscono subito Filippo Ra- mazzina. Felipe, per gli amici. L’uomo li vede arrivare e mostra la chiostra bianca dei denti allargando le braccia con calore. «Finalmente!» scherza, «sono alla terza capirinha e non so quanto avrei potuto reggere ancora».«L’aereo ha fatto un po’ di ritardo» si scusa il Sultano, «come sempre». «Venite, venite... Sediamoci».Ramazzina indica l’angolo con i divanetti che ha riservato per i suoi ospiti. Il cielo è già scuro, come ogni autunno ai Caraibi, e l’aria temperata. In lontananza si avverte l’odore del Pacifico mentre le luci degli uffici ancora accese nei grattacieli rischiarano l’aria.

L’uomo è goffo, abbronzato, tanto sorridente da sembrare stupido, con una folta capigliatura scura che si sistema in continuazione con le mani. Indossa una guayabera di lino bianco, pantaloni kaki e mocassini di camoscio. L’apparenza inganna, perché lui è il migliore che si può avere a Panamá. Un facilitatore professionista, ben inserito nella finanza e capace di arrivare fino all’entourage del Presidente.Beve con gusto la sua capirinha e si abbandona ai convenevoli.

«Dio santo, che roba... è un periodo infernale. Mi chiamano in continuazione: politici, imprenditori, manager. Vogliono tutti portare i soldi qua. E che cazzo!»

Il Sultano rimane serio. Le chiacchiere lo annoiano e smania di sapere: «Siamo venuti per parlare dei nostri conti, non di quelli degli altri».A quel punto, Ramazzina poggia sul tavolo la pesante ventiquattrore, la apre e tira fuori un voluminoso plico di documenti. «Bene» commenta asciugandosi il sudore dalla fronte, «non aspettavo altro. Prima, però, se non vi dispiace faccio un salto in bagno. Nel frattempo» indica il bancone del bar, «cosa viordino?».
«Un mojito» risponde Lupo.
«Per me un whisky secco» aggiunge il Sultano.
Felipe lascia le ordinazioni e si chiude in bagno. La manogli scivola nella tasca e tira fuori l’astuccio con la coca. «Amica mia, quanto mi servi» mormora tra sé. E pippa avidamente.Un minuto dopo siede di nuovo al tavolo.

«Allora» comincia il Sultano stringendo in mano il bicchiere di whisky, «qual è la situazione?». Ramazzina recupera il suo miglior sorriso e li tranquillizza: «Andiamo alla grande, i soldi girano che è una bellezza. Sem- bra di averli messi su un ottovolante». Accompagna le parole a una risata sguaiata e poggia una mano sul ginocchio di Joe Lupo alla ricerca di complicità. Lui però rimane in silenzio in attesa che sviluppi il resoconto.

«A quante società siamo?» domanda il contabile. Ramazzina tira su un sorso di capirinha.
«Sei o sette» dice, «non vorrei sbagliarmi, sparpagliate unpo’ ovunque». «Ecco, spiegaci bene questo» lo interrompe il Sultano, «vorrei capire dove cazzo stanno finendo i nostri soldi.»

Felipe avverte una certa tensione e cerca di mettere le mani avanti: «No, no, no. Non fare così. Hai un’aura negativa, amico mio. Qui siamo ai Caraibi, nessuno frega nessuno; ci divertiamo, beviamo insieme e ci godiamo la vita».Il Sultano si fa scuro in volto. Butta giù l’ultimo sorso di whisky e poggia il bicchiere a testa in giù sul tavolino che ha di fronte. «Non me ne frega un cazzo dello spirito caraibico. Voglio sapere dove cazzo stanno i nostri soldi».

«Ok, amico, nessun problema» cerca di calmarlo Ramazzina, «non stanno tutti insieme. Non tutti a Panamá, naturalmente. A meno che tu non voglia finire subito su una di quelle liste dell’FBI. Li abbiamo divisi tra diversi paradisi fiscali in modo che diventino irrintracciabili».

Il Sultano e Lupo si guardano.
«Che vuoi dire?» domanda Lupo.
«Vi dice niente Road Tow? Capitale di Tortola? Isole Vergini?» Il tono adesso diventa provocatorio e spaccone. La coca è nelle vene e gli dà coraggio. «A Road Tow» prosegue, «ci sono 15.000 abitanti e 350.000 società offshore. Nessun ufficio, nessun dipendente, solo targhette di società anonime fuori dalle porte. Una di queste è vostra, aperta in quarantott’ore».

«Allora la grana è lì» dice il Sultano.
«Una parte sì, ma non tutta.»
«E dove, allora?»
Ramazzina sorride e si sistema i capelli accentuando la riga al lato.
«Qui a Panamá, chiaramente, all’isola di Jersey, insieme ad altre 30.000 società offshore, alle Cayman, in Lussemburgo, a Hong Kong, in Svizzera, e in altri diciannove paradisi fiscali in giro per il mondo».

Joe Lupo sfoglia con attenzione il plico di documenti che il tizio ha tirato fuori dalla valigetta. Su quelle carte è segnato il giro dei soldi, la traccia che il denaro lascia sui conti correnti dei trust internazionali che celano i manovratori: il Nucleo, ovviamente, e i calabresi. Ramazzina non sta dicendo cazzate, le società esistono e ognuna contiene un tesoro. Solo dopo avere ricostruito il carosello lancia un’occhiata per tranquillizzare il Sultano.

L’altro si abbandona sulla poltrona e con un tono finalmente conciliante domanda: «Ma era proprio necessario tutto ’sto casino?».Il mediatore lo guarda come se parlasse a uno sprovveduto.«Be’» dice, «duecentosettanta milioni di euro non li nascondi sotto il materasso». I due uomini sgranano gli occhi.
«Duecento cosa?» domanda Joe Lupo incredulo.
«Non duecento» puntualizza Ramazzina, «Duecentosettantamilioni. Duecentosettanta! Un bel jackpot, no?!»
«Per Dio della madonna!» sbotta il Sultano.
«... y de la Virgen de Guadalupe» aggiunge ridendo il mediatore.
Joe Lupo affonda nello schienale della poltrona. La testa si fapesante, il corpo floscio.
«Siamo ricchi» si lascia andare.
«Non solo, amico mio» lo corregge il Sultano, «siamo potenti. I più potenti di tutti».

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Daniele Autieri, "I giorni della cagna", Rizzoli, 19 euro

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