Charlie Chaplin, Peter Ackroyd racconta la vita di un mito del cinema

Charlie Chaplin, Isbn

– Credits: Isbn editore

Giulio Passerini

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Immergersi nella vita di Charlie Chaplin con il libro di Peter Ackroyd (edizioni Isbn)vuol dire assistere in prima fila al big-bang di un nuovo mondo. Nasceva il cinema, il grande spettacolo, il gossip scintillante di Hollywood, gli eccessi, le grandezze e le miserie di un mondo che avrebbero fatto del secolo appena trascorso l’epoca del glamour.

Le origini
Le origini di Chaplin sono incerte: ebraiche, secondo alcuni, ROM secondo altri. Quel che è certo è che nasce nel 1889 nei bassifondi di Londra. La madre è un’attricetta di varietà, il padre ignoto. Trascorre un’infanzia poverissima, al limite della mendicanza, sempre in fuga dai creditori fra orfanotrofi, ricoveri pubblici, e sanatori dove la madre veniva spesso rinchiusa per problemi psichici. Prima di compiere dieci anni venne allontanato da lei e rinchiuso in collegio per ben un anno, cosa che lo fece sentire tradito nel profondo. È a questo episodio che Ackroyd attribuisce l’origine del suo rapporto con le donne: conflittuale, sospettoso, sempre pronto alla delusione.

A causa delle lunghe assenze della madre, Chaplin si specializzò nell’arte della sopravvivenza imparando a ballare e recitare per guadagnarsi qualche spicciolo. La strada fu il suo teatro, gli artisti del marciapiede, i vagabondi e gli ubriaconi i suoi maestri. È qui che nasce il cinema di Chaplin: la strenua lotta per la sopravvivenza dei suoi damerini alcolici, dei suoi ridicoli gentiluomini, di quei seriosissimi pagliacci che furono i suoi personaggi, sempre in bilico tra farsa e tragedia.

L'America
Dopo piccoli spettacoli nei varietà di Londra, la svolta arriva con una breve tournée negli USA. Da Londra partirono alcuni fra i più promettenti attori della nuova generazione inglese. Fra loro c’era anche un giovanissimo Stan Laurel che da lì a poco sarebbe diventato celebre recitando al fianco di Oliver «Onlio» Hardy. Stan friggeva straccetti di maiale in camerino, Chaplin copriva il rumore suonando il violino. Andò in scena per l’ultima volta a Kansas city, il 28 novembre del 1913. Aveva già deciso di passare al cinema, la California lo aspettava. Quella del grande schermo era un'industria ancora agli albori: nessun copione, storie basate sull’improvvisazione, set semplicissimi che spesso si riducevano a un fondale di cartone, niente sonoro, tempi di lavorazioni rapidissimi. Lo stesso studio poteva produrre fino a tre film a settimana. Era in quell’ambiente un ragazzo di talento poteva fare strada.

Il debutto e il successo
Il suo debutto nelle sale, intitolato Guadagnarsi la vita, viene proiettato il 2 febbraio del 1914. Bastano quattro mesi ed è già una celebrità. In un anno gira trentasei film. È ormai una stella e i produttori gli affidano gradualmente il controllo creativo su tutta la macchina scenica: Chaplin recita, compie scelte di regia, si occupa dei casting, scrive i canovacci per i coprotagonisti, è una fucina inesauribile di idee. Ma è anche lunatico, irritabile, perfezionista e irascibile. A volte costringe i suoi attori (spesso dilettanti) a girare la stessa scena fino a cinquanta volte. Nel 1915 è l'attore più famoso e pagato del mondo: tutti amavano Charlie Chaplin e attorno alla sua figura cominciarono a fiorire iniziative di merchandising di ogni genere. Fu il primo attore a cui il Times dedicò una copertina.

Le donne
Accanto alla carriera di attore, proseguiva intanto quella di donnaiolo (a venticinque anni affermò di aver avuto oltre duemila donne). Amò moltissimo le donne e le trascurò, le manipolò e venne manipolato. Furono poche quelle con cui riuscì ad essere felice, e sempre solo per pochi anni. Nella sua vita non mancarono matrimoni infelici, sfortunati e riparatori ma ebbe sempre tempo per le sue amanti. La sua seconda moglie affermò che poteva avere fino a sei rapporti per notte. Fu proprio quel matrimonio a finire col divorzio più costoso di cui gli americani avessero mai letto fino a quel momento.

È anche per questo forse che nel suo cinema ha tanto amato farsi beffe del sentimentalismo. Charlot ha un cuore tenero, è vero, ma è spesso maligno e vendicativo, a volte crudele, animato da quella sete di rivalsa che Chaplin aveva conosciuto tanto bene nei bassifondi di Londra. Nei suoi film tragedia e farsa si tengono per mano con un pizzico di malinconia in uno stile che Ackroyd definisce “tipicamente londinese” e certo debitore del Dickens più gigione.  

Verso la fine
Nel 1929 la sua storia d’amore col cinema cominciò a incrinarsi. Fu tra quelli che si schierarono contro l'avvento del sonoro: credeva che avrebbe distrutto le sue pantomime e per lo stesso motivo aveva sempre evitato di rilasciare interviste in radio. Non voleva che il pubblico conoscesse la sua voce. Girò allora Luci della città, un vero manifesto del cinema del silenzio. Fu il suo ultimo film muto e restò sempre il suo preferito. Gli anni della maturità furono i più duri: sul fronte familiare le cose non andavano bene fra divorzi e avvocati, su quello professionale i critici cominciarono a disamorarsi. Come se non fosse già abbastanza, la politica anticomunista del governo si abbatté su di lui per certe simpatie sovietiche mai chiarite fino in fondo. Si spese nel 1977 ma nessuna delle vicende che lo videro coinvolto in quegli anni riuscì ad appannare la sua fama. Il suo nome è, e resterà per sempre, sinonimo di cinema.

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