Dieci anni fa è morta Oriana Fallaci. Cinque anni prima di lasciare il mondo ebbe un'esplosione di rabbia e di orgoglio. Una sconcertante vitalità, generata dal terrore e dall'intelligenza delle cose. Si mise a scrivere, non la finiva più. Scrisse molte cose che non si tenevano in piedi, succede sempre quando si è spinti dalla passione. Ma la rabbia era giusta, l'orgoglio pure, anch'esso era giusto. E il colpo fu formidabile, il meno strettamente professionale, il più personale e umano di una lunga carriera di giornalista, di scrittrice e di primadonna senza rivali.

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L'11 settembre di New York e Washington, il fuoco in cielo, e i crolli e le macerie e la polvere gialla e rovente, lo sciamare dei bombardati per le strade di Manhattan, i povericristi che si buttavano dai piani alti, le centinaia di soccorritori morti sotto le due torri del World Trade Center, per non dire dei tremila imprigionati e annientati dalla guerra santa, le abluzioni e le preghiere dei piloti wahabiti venuti dall'Arabia saudita via Amburgo, organizzati nelle cellule europee, collegati con l'internazionale del terrore contro i cristiani e gli ebrei e con il suo capo puritano sunnita, Osama bin Laden, rifugiato in Afghanistan presso i Talebani al potere: ce n'era abbastanza per non voltarsi dall'altra parte, e la Fallaci da sempre, con tutte le soperchierie che le infliggeva il suo stesso carattere, aveva la eccezionale virtù di guardarle in faccia, le cose.

Era una donna bella e coraggiosa. Avemmo modo di litigare, ma senza risentimento. Amava Il Foglio e gli consegnò un paio di pezzi celebri, che facevano tirare cinquantamila copie tutte vendute, come ai tempi della campagna su San Tonino Di Pietro. Mi cercò. Io preferisco sempre stare a distanza dai mostri sacri. Consultai Paolo Mieli, che mi disse: "Vedila, asciutta e stranita com'è ormai sembra una contadina bulgara, ma resta un tipo fenomenale". Aveva ragione. Ci incontrammo a Milano, dove abitava un appartamento popolato solo di ritagli di giornale. Mi fece l'impressione di una persona umana, troppo umana, e disperatamente autentica. Poi a New York tante visite, venne a pranzo da noi, da Selma e da me, al Des Artistes. Passammo insieme con Franco Zerlenga e le sue meravigliose amiche l'ultimo suo capodanno. Cucinava, stappavamo champagne nel suo townhouse celebre, e solo di rado si usciva dalle strette di una conversazione di guerra. E lì era tutta femminilità e dolcezza, di tanto in tanto si dimenticava perfino di se stessa. Mi chiese il numero di monsignor Rino Fisichella perché voleva vedere Joseph Ratzinger, che apprezzava molto. Si dava da fare su tutto, compresa la battaglia contro la fecondazione artificiale selvaggia, il complesso di Medea, diceva, e sentiva il bisogno di appartenere a una comunità piccola e combattiva, oltre che al ciclo della grande stampa internazionale e al Corriere suo custode, allora diretto da Ferruccio De Bortoli. Era spiritosamente fiorentina, si lamentò con me perché il mio campione di lotta greco-romana contro il politicamente corretto, l'antisemitismo, e il fanatismo antioccidentale e anticristiano dell'islam politico era di Arezzo, il grande Giulio Meotti. "Non posso farci niente" le risposi "e quando lo conoscerai vedrai che perfino da Arezzo può venire il meglio del meglio".

La Fallaci la conoscono tutti. Il suo perpetuo atteggiamento di sfida poteva irritare, ma alla buona lingua linguacciuta, al cuore e alla testa, quando si è a certi livelli, sul serio non si comanda. E allora le folle la amavano senza riserve. Scriveva, scriveva, scriveva. L'islam politico era un nemico mortale, come il suo cancro maledetto. Vendeva vendeva vendeva. Era una fabbrica di successo, ma alle sue condizioni. Staffilate, mai carezze per il verso del pelo. Staffilate di talento, che non si potevano equivocare per baggianate populiste di serie B. Oriana era dell'establishment, lo era da sempre, era vissuta per anni accanto a Ugo Stille, e Misha, il suo vero nome di russo rifugiato, era la quintessenza della classe dirigente, un maestro di ironia che la bilanciava, temendone le reazioni, dalla cattedra di un carattere souple, duttile e mondano.

Il finale di una vita può essere determinato dalla storia. Succede. Uno se ne sta per i fatti suoi, gioca a fare l'eremita, combatte con le conseguenze della vecchiaia, che sono pericolose come quelle dell'amore, passa di capriccio in capriccio, tace prevalentemente, e all'improvviso l'urgenza della realtà ti assale e senti che devi prendere posizione, devi dare battaglia. La Fallaci non era il tipo che consente alla storia di dirle due volte quello che deve fare. Al primo fremito del dramma, batteva le ali. Ali possenti, che le sono valse non innocenti incomprensioni, processi e caccia alla strega. Ma quanto se ne infischiava. Quanto era lontana dall'idea di doversi difendere, proteggere, nascondere e restare sorda al chiasso infernale della battaglia. Si mise a vendere la sua rabbia e il suo orgoglio e il suo amore per l'occidente di fronte all'implacabile nemico che avanzava le sue mortali pretese. Fu proprio un gran finale.

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