Cultura

«K a un certo momento si confondeva con me stessa». Contro la scrittura femminile

In questi giorni sto leggendo le opere di una scrittrice che nega, con una precisione da vetrino chimico, qualunque allusione a una scrittura genetica, e insieme, con l’invenzione piuttosto di una genealogia, non occulta la propria origine biologica …Leggi tutto

In questi giorni sto leggendo le opere di una scrittrice che nega, con una precisione da vetrino chimico, qualunque allusione a una scrittura genetica, e insieme, con l’invenzione piuttosto di una genealogia, non occulta la propria origine biologica ma ne esalta la coloritura, ne fa cioè la base di un posizionamento etnografico.

Al contrario delle sicurissime donne insicure della nostra letteratura di successo, non è certa del proprio talento, e teme costantemente di fallire («Ascolta, Madonna mia, che mi hai aiutato. Fa’ che il mio libro vada bene subito, e che intanto io me ne vada per un bel viaggio, un bellissimo viaggio, finché è primavera e sono giovane»).

La sua grazia tortile, il ragionare impietoso dentro un dolore che non ha bisogno di essere nominato ma viene sprigionato dalla forza delle parole e delle immagini, sono la prova di come non esistano scrittrici femminili, ma solo scrittrici brave e scrittrici non brave.

È Elsa Morante. Nel racconto che fa di un angosciosissimo sogno, compare Kafka. K è insieme sé stesso, lei (Elsa) e l’immagine trasformata di A.

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A. è un coacervo di identità dolorose: il titolo del Diario era in origine, nel 1938, Lettere ad Antonio, dove Antonio è il fratello Mario morto alla nascita (Elsa firmò Antonio Carrera alcuni dei suoi articoli su Oggi), ma tra le pagine A. è Alberto MoraviaSo che oggi A. non mi vuol bene»), conosciuto nel 1936 e sposato nel ’41.

Elsa, A. (alla seconda), K. sono i vertici della vita del sogno, in cui l’umiliazione, il desiderio frustrato, l’erotismo, i fantasmi dei volti familiari e il sapere di non essere altrettanto famosa e altrettanto amata da A. si traducono in immagini sovraesposte e eccessive.

Una quadrangolazione come questa, pescata nel torbido e difficile campo del sogno («Le figure del sogno generano i personaggi del romanzo, tramite ulteriori trasformazioni e metamorfosi») e il modo dolorante in cui è resa sulla carta (un modo che non ha bisogno di suscitare la commozione col ricatto ma si definisce come insieme vibrante di architettura e musica) sembrano fatti apposta per mettere a tacere chiunque dovesse avere ancora la voglia di parlare di scrittura femminile con l’intento di fossilizzarla nell’identico.

Sono andata a dormire verso mezzanotte, ma ogni tanto ero svegliata da rumori e chiasso nella strada, forse perché era Giovedì grasso. Ho sognato che ero in una stanza che rassomigliava un poco al mio studio, almeno per la disposizione della biblioteca; ma assai più ampia, con una carta chiara. Davanti alla biblioteca c’è Filippo S. (…) coi suoi baffetti e la sua aria soddisfatta. E riordinava dei libri. Io ero seduta in un basso divanetto giallo, davanti a me per terra era un mucchio di libri, io ero carina e incantevole come quest’estate, col vestito a fiori dal collo e tasche di taffettas, il grande feltro nero. Come al solito, quando mi sento bella, prendevo gli atteggiamenti superiori e sicuri e che ci volevano. Raccoglievo e buttavo via con negligenza i libri che avevo davanti, ma in me c’era una particolare cupezza, e Filippo S. che al suo modo stupido e egoista faceva lo spiritoso mi dava una specie di nausea.

Nessuno pareva badare al fatto che contro la stessa parete della biblioteca c’era un letto, o meglio una culla tutta coperta di veli chiari. In quella culla lussuosa moriva Franz Kafka. Ecco che vengono a prenderlo per portarlo via. Però che razza di usanza questa che hanno preso, di bendare i moribondi e di rinchiuderli nella tomba ancora vivi; già, vanno per le spicce. Arrivano dunque due uomini in borghese, vestiti di un color marrone e tortora, all’aspetto impiegatucci, uno ha una faccia un po’ da gagà, con baffetti biondo scuro. Non si tolgono neppure il cappello. Kafka esce dalla sua culla. È alto, tutto vestito di un abito borghese scuro, ha perfino il cappello in testa.

Povero ragazzo, ti riconosco, sei proprio come nella fotografia. Ed è tranquillo, quasi parrebbe già morto, ma non è che rassegnazione finale, tanto non c’è più niente da fare. Vedo ora che sul suo vestito scuro hanno posto una vesticciola da ragazza, sbottonata dietro e piuttosto corta e larga, a fiori vivaci gialli, rossi e blu, di cretonne ordinario. Lui sta fermo in piedi, e lascia fare. Ora gli mettono la benda sugli occhi, la riconosco, guarda è quella striscia di seta nera sfilacciata che a volte adopero per stringermi i capelli. (…)

Vedo che gli uomini stanno armeggiando per aggiustargli un collarino, accessorio, staccato dal vestito, fatto per metà dello stesso cretonne, per metà di velo. Ma non si sanno regolare e allora cortesemente si rivolgono a me, che, donna, potrò consigliarli – Ma lasciatelo perdere, il collarino! – dico tremando, – che volete che gliene importi! – Essi ubbidiscono, con un inchino, e tutti e tre se ne vanno, alti e dritti. Ecco che me lo portano via, un tormento sordo, come un raspare, un rodere interno mi tiene. Addio K, caro K (…)

Questo sogno è proprio la morte, la triste mascherata. Ora, K. a un certo momento si confondeva con me stessa (quel vestito da ragazza, a fiori, quel panno nero che metto io in testa). Ero io dunque che morivo? In certi momenti si confondeva con A. o meglio con la paura che io avevo per A. Troppo era lo struggimento tenero, disperato che provavo. (…).

Lo portavano via come un agnello al Mattatoio.

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