Il sadico che piaceva ai nazisti: nei duelli come in amore, sparare in aria
Il sadico che piaceva ai nazisti: nei duelli come in amore, sparare in aria
Cultura

Il sadico che piaceva ai nazisti: nei duelli come in amore, sparare in aria

C’è un momento in cui, nelle mille pagine del libro Le Benevole di cui è protagonista, l’ufficiale delle SS dottore in legge Maximilien Aue, gassatore di prigionieri ebrei, capzioso burocrate del Reich, viene colto da disperati singulti: è …Leggi tutto

C’è un momento in cui, nelle mille pagine del libro Le Benevole di cui è protagonista, l’ufficiale delle SS dottore in legge Maximilien Aue, gassatore di prigionieri ebrei, capzioso burocrate del Reich, viene colto da disperati singulti: è quando visita la casa di Lermontov nella città caucasica di Pjatigorsk.

È di stanza in un sanatorio, che manco a dirlo si chiama Sanatorio Lermontov, e deve fronteggiare l’unità di partigiani chiamata Distaccamento Lermontov. Sta passeggiando per la città col colto linguista della Wehrmacht Voss: escono dal caffè Lermontov per immettersi nella galleria Lermontov. «Qui va di moda chiamare tutto Lermontov», gli dice un ufficiale.

«Ah!» esclama lui molto eccitato «ma è l’ex galleria Elisabetta! È qui che Pečorin incontra per la prima volta la principessa Maria». Voss scoppia a ridere: «Allora lei conosce Lermontov? Qui lo leggono tutti». «Ma certo» risponde lui «Un eroe del nostro tempo era il mio libro preferito per un certo periodo».

Cosa ci fa un romanzo russo in un libro di memorie di un nazista? Un eroe del nostro tempo è per di più un libro in cui un narratore parla di un altro narratore che racconta di un uomo stanco della vita, illuso e disilluso d’amore, perso in duelli e amicizie tradite, dominato da una psicologia invasivamente cervellotica e da secchissime, quasi brusche, descrizioni di paesaggi rocciosi. A dire il vero, Littell non poteva scegliere meglio.

Maximilien si sofferma con particolare cupidigia presso una stele, luogo del duello. Quello di Pečorin? No, quello di Lermontov. Perché il poeta, come il suo faro Puškin tre anni prima, morì nel 1840 in un duello ridicolo (di cui il duello kubrickiano di Barry Lyndon può essere una buona approssimazione), e nello stesso luogo scelto dal suo personaggio per dare la morte al suo rivale. Nella vita come nel suo maggiore romanzo, Lermontov scelse un piccolo terrazzamento ai cui lati si apriva lo strapiombo, di modo che il primo colpito sarebbe caduto e si sarebbe sfracellato. A differenza del suo Pečorin, Lermontov sparò per aria, cortesia che non gli venne ricambiata dal suo sfidante, il poeta Martinov. (Il barone d’Anthès che sfidò Puškin si salvò invece grazie a un bottone).

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Questo è il primo motivo per cui Littell lo sceglie:

«Pensai di nuovo a Lermontov agonizzante nell’erba a pochi passi da lì, con il petto trapassato, e tutto per un’osservazione imprudente sull’abbigliamento di Martinov. A cosa poteva pensare Martinov guardando il cadavere del suo nemico? Anche lui sosteneva di essere un poeta, e aveva certamente letto Un eroe del nostro tempo; così, poteva assaporare gli echi amari e le lente ondate della nascente leggenda, sapeva anche che il suo nome sarebbe stato tramandato solo come quello dell’assassino di Lermontov, un secondo d’Anthès che andava a ingombrare la letteratura russa.(…). E Lermontov? Il suo ultimo pensiero, dopo aver scaricato la pistola in aria e aver visto che invece Martinov prendeva la mira era stato amaro, disperato, furioso, ironico? O aveva semplicemente alzato le spalle e guardato la luce del sole sui pini?».

Qui viene preso dai singulti. Più tardi, un ufficiale gli dirà:

«…poi c’è chi, come me, sa che la vita è uno scherzo e ha il coraggio di riderne, alla maniera dei taoisti e del suo ebreo. Infine, e se la mia diagnosi è corretta è il suo caso, c’è chi sa che la vita è uno scherzo, ma ne soffre. È come il suo Lermontov, che ho finalmente letto: (…) жизнь такая пустая и глупая шутка, (- la vita è uno scherzo insulso e stupido -), scrive Lermontov. Avrebbe dovuto aggiungere “baja”, “uno scherzo insulso, stupido e brutto».

E questo è il secondo motivo per cui lo sceglie.

È impossibile spiegare la tecnica con cui  Lermontov riesca a raggiungere le vette di raffinato sadismo del libro. La trama è a scatole cinesi e non c’è un solo narratore, ma Pečorin – nel diario che leggiamo dopo la sua morte – assume su di sé, come un parafulmine, tutta la quota di male che vi aleggia, e nel farlo lo redime. Il meccanismo è così ben congegnato che Pečorin  non compie quasi mai efferatezze, e non è un vile esecutore della cattiva azione.

La sua distanza raggelante è un pioggia di dardi, che colpiscono tanto chi si trova ad averci a che fare dentro il libro, sia fuori (cioè noi). È un eroe congelato in un’infanzia dolorosissima che gode nell’infliggere non tanto il male, quanto l’illusione del bene. Non è solo nella descrizione dei suoi criminali dirottamenti sentimentali, nel piacere che prova a manipolare la psicologia di una giovane donna che intende sedurre non amandola, e quella di una ex amante che ancora ama ma che non vuole più, a farne un eroe del tempo e il totem della devozione di Maximilien Aue.

È l’incanto forzoso e maligno con cui Lermontov perpetra questa magia ai danni del lettore, che non può che esserne vinto, ad avvicinare la complessa psicologia dell’omosessuale incestuoso Aue con la radice del male di cui si è fatto agente per conto di un inesistente ideale di razza.

Questo libertino cerebrale, e con lui il suo creatore, vive «non con il cuore, ma con la mente». Soppesa e analizza le sue passioni «con una curiosità severa, ma senza partecipazione».

Lermontov si nasconde e si rivela dietro questo odio liberato dalla repressione e dal bisogno di essere amato: la scrofola lo aveva reso zoppo, si sentiva brutto e veniva costantemente rifiutato. Fa dire a Pečorin:

«Io avverto in me quest’avidità inestinguibile che ingoia tutto quello che incontra sul suo cammino; considero le gioie e le sofferenze altrui solo in relazione a me stesso, come un nutrimento che sostiene il vigore della mia anima. Io stesso non sono più in grado di perdere la testa sotto l’influsso di una passione; in me l’ambizione è oppressa dalle circostanze, ma si è manifestata in altra forma, perché l’ambizione altro non è che la sete di potere, e il mio principale potere è sottomettere al mio volere tutto quanto mi circonda; suscitare verso di sé emozioni d’amore, di dedizione e paura: non è forse questo il primo segno e il più elevato trionfo del potere? Essere per qualcuno motivo di sofferenza e di gioia, senza avervi il benché minimo diritto».

Rivelatore dell’ipocrisia insita in ogni rapporto basato sulla condivisione (ovvero sulla moltiplicazione) della solitudine, l’eroe di Lermontov stringe ogni volto amato nella gabbia del fraintendimento fondativo di ogni illusione d’amore. Un giorno è fuori per una cavalcata con alcune persone tra cui la giovane Mary, e viene da lei sollecitato a dichiararsi dopo aver suscitato le sue speranze con una catena invisibile di frasi mai dette:

«Voi o mi disprezzate, o mi amate molto!» ha detto alla fine con una voce che tradiva le lacrime. «Forse volete ridere di me, agitarmi l’anima e poi lasciarmi… Sarebbe così basso, così vile, che al solo pensarci… Rispondete, parlate, voglio sentire la vostra voce!…». In queste parole c’era una tale impazienza femminile, che senza volerlo ho sorriso; per fortuna cominciava a imbrunire… Non ho risposto nulla.

«Tacete?» ha continuato lei. «Volete forse che sia io la prima a dirvi che vi amo?». Io tacevo.

Fino a casa lei ha parlato e riso senza smettere. Aveva semplicemente un attacco di nervi: passerà una notte insonne e piangerà. Questo pensiero mi procura un piacere ineffabile.

Lermontov scrisse anche opere di un espresso sadismo fisico, come Gli spagnoli (in cui un gesuita tortura una fanciulla), che in confronto ai capolavori sadiani sono romanzi d’appendice in chiave truce. È per questo che Aue (Littell) non ne è affascinato: è in questo meraviglioso e tortuoso romanzo, e nella biografia di chi l’ha scritto, invece, che il sadismo inteso come somma di desiderio gerarchico e disperazione per le ingiustizie del proprio tempo si miscelano nella soluzione più complessa; più che un libro, è, come nel racconto di Poe, una stanza con le pareti di piombo che si avvicinano progressivamente alle vostre tempie mentre un pendolo sfiora minacciosamente il vostro cuore senza mai trafiggerlo, dandovi pace.

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