Fumetti

Intervista a Lucia Biagi su “Punto di fuga”

Un romanzo a fumetti sensibile e intelligente su di un tema scomodo

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Serena Di Virgilio

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In occasione del festival BilBOlBul a Bologna ho avuto modo di incontrare Lucia Biagi, nota anche come Whena, e di farle qualche domanda sul suo bel romanzo a fumetti “Punto di fuga”, da poco uscito per Diábolo Edizioni.

Di cosa parla “Punto di fuga”?

È la storia di Sabrina, una ragazza di 25-26 anni che vive in Italia, che scopre di essere incinta in un momento un po' particolare della sua vita. Decide che non vuole tenere il bimbo e il libro parla del suo percorso per portare a termine questa decisione, che in realtà è anche un percorso di crescita e di autoanalisi.

Quali erano le tue intenzioni nello scegliere un argomento così difficile?

Quando ho deciso di fare un libro che uscisse finalmente dall'autobiografia, quando mi sono sentita pronta, ho pensato di affrontare un argomento abbastanza importante. È una questione molto delicata, ma che forse va anche slegata da tutti quei tabù che ci sono intorno, che impediscono di parlarne.

Volevo parlare di una persona abbastanza comune, in una situazione “media”, che quindi uscisse dallo stereotipo della donna che ha dei motivi molto gravi per abortire, e quindi è giustificata. Volevo raccontare dei problemi che ha una persona che decide di abortire, le difficoltà che vive, sia emotive che pratiche. Ho cercato di analizzare il percorso mentale, di sentimenti, le varie fasi che lei può attraversare. Ho cercato di immaginarmi tutti quei sentimenti contrastanti.

Ho cercato di spiegare che Sabrina affronta un forte senso di colpa, per quanto sia molto decisa, e che si sente molto sola e si autoesclude dal gruppo di persone che in quel momento le sarebbero vicine. La sua immaturità, fondamentalmente, nell'affrontare una questione che la porta nel mondo degli adulti, nel non riuscire ad immaginarsi come madre.

La storia non ha un narratore onnisciente, ma abbiamo invece la tua voce autoriale nella scelta di situazioni e inquadrature. Fai vedere al lettore, spesso non dicendo ma mostrando, quello che sta passando per la testa di questa ragazza. Mi sembra che tu abbia fatto coscientemente questo sforzo di farci fare una nostra opinione.

È stata una scelta volontaria perché non volevo renderla troppo didascalica. Volevo un personaggio che parlasse molto con le azioni. Sabrina è una persona dinamica, che reagisce anche in maniera violenta a certe cose, quindi sono più facili da percepire. Invece le sfumature, se fossero state scritte nei suoi pensieri o sotto forma di didascalia, avrebbero perso spessore. Quindi ho scelto di tagliare tutti i dialoghi superflui, che magari all'inizio avevo messo.

Sabrina non sembra affatto prendere in considerazione la maternità.

È un personaggio che non sarebbe in nessun modo riuscito a calarsi nei panni di madre. Il discorso è volutamente lasciato oscuro, perché volevo che rappresentasse il fatto che ci sia il diritto per una donna di non voler essere madre senza doverlo spiegare.

Una cosa molto originale presente nel libro sono i diagrammi degli oggetti su cui Sabrina si sofferma. C'è anche il il momento in cui fa l'analisi di sé stessa, quindi c'è lo spaccato del suo corpo, dell'utero. Mi sono sembrati uno dei pochi momenti in cui vediamo quello che pensa, ma anche dei momenti in cui sospendi la narrazione.

Come gli stacchi ad inizio capitolo, sono escamotage legati al fatto che lei non ha pensieri nel fumetto, servono a far capire che lei sta riflettendo e aiuta il lettore a soffermarsi. Essendo pagine senza griglia, senza vignette, escono anche dal tempo e dal luogo in cui è ambientato il libro. Sono momenti di stacco, aiutano a scandire, danno una pausa. Permettono di avere un po' di movimento nel ritmo narrativo. Rappresentano la necessità di capire, capire cosa le sta succedendo. Per quanto possa sembrare superficiale, Sabrina in realtà fa una forte ricerca su sé stessa. L'ho rappresentato in quel modo. Non è un libro ma un fumetto e si possono usare delle rappresentazioni grafiche: perché non farlo?

Tu non sei una fumettista di primo pelo, hai già pubblicato altri libri, anche con stili diversi.

Ho lavorato tanto a questo libro. L'ho steso, buttato, maneggiato veramente per tanto tempo e nel frattempo ho fatto cose di tutt'altro genere, che però mi hanno portato a fare una sintesi dei tratti e una pulizia nelle tavole che poi ho riversato tutta in “Punto di fuga”. Ho anche letto tantissimo, sono una lettrice a tutto tondo di fumetti, quindi ho imparato tanto in questi anni. A ogni capitolo ho cercato di dedicare la massima cura per cercare i meccanismi narrativi giusti.

Il libro è stampato in bicromia, blu e giallo.

Amo il fumetto in bianco e nero, ma ho pensato che la bicromia qui desse una spinta in più perché è molto contemporanea. In realtà c'erano manga d'avanguardia di molti anni fa che erano già stampati così, ma ora si usa molto. Per raccontare questo tipo di storia però non è comunissima. Si usa più per i racconti brevi, per le autoproduzioni, per le stampe artistiche. Un libro tutto blu e giallo non è molto comune. Però sono convinta che sia una soluzione molto bella, e il giallo è un colore che rappresenta molto bene Sabrina, che è un po' acida ma forte. Il blu dà quel freddo in cui lei finisce dentro, e mi piace l'accoppiata.

“Punto di fuga” di Lucia Biagi. Volume brossurato di 160 pagine in bicromia, edito da Diábolo Edizioni che lo propone a 15,95 euro.

Si ringrazia la Libreria Trame di Bologna per la cordiale ospitalità.

Si ringrazia Nicola D'Agostino per la collaborazione nella realizzazione dell'articolo.

 
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