Fumetti

"Distruggete Adam", il fumetto discriminato senza averlo visto

Chi lo ha scritto racconta perché il rischio sia quello di essere messi all'indice. A prescindere

copertina-Adam

Francesco Borgonovo

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Mi scuseranno i lettori di Panorama se questa volta parlo di me. O, meglio, di una vicenda che mi riguarda direttamente. Se la racconto non è certo per fare la vittima o per chissà quali manie di protagonismo. La racconto perché credo che sia emblematica del modo in cui funziona il cosiddetto «ambiente culturale» del nostro Paese, e adesso capirete perché. Ecco i fatti. Ho scritto la sceneggiatura di un romanzo a fumetti, un «graphic novel», come si usa dire. Si intitola Adam. Una storia di immigrazione, viene pubblicato dalla Verità in collaborazione con un editore di fumetti che si chiama Ferrogallico. I disegni sono affidati a Giuseppe Rava, che vanta una decennale esperienza come illustratore, lavora in Italia e all’estero e ha ottenuto un bel po’ di premi e riconoscimenti per il suo lavoro.

Il volume uscirà il 30 settembre, fino ad allora è possibile prenotarlo sul sito internet della Verità. Adam, insomma, non è ancora uscito, quindi nessuno ha ancora potuto leggerlo. I lettori di Panorama sono i primi a vedere alcune delle tavole che lo compongono: sono quelle che trovate in queste pagine.

Eppure, appena la copertina è stata mostrata sui social network e sul giornale, si è scatenato il putiferio. Questo graphic novel è stato accusato di essere, nell’ordine: salviniano, sovranista, razzista, nazista, stupido, obbrobrioso, di estrema destra, copiato, rubato.

Roberto Recchioni, il fumettista che cura Dylan Dog per l’editore Bonelli, ha definito il lavoro mio e di Rava una «assurda porcata» e ha apostrofato i suoi autori come «wannabe fumettari del cazzo pronti a fare fumetti del cazzo».

«Sapete cosa mi incuriosisce quando escono queste assurde porcate?» ha scritto Recchioni, «che gli autori non sono mai fumettisti o aspiranti fumettisti che ho sentito nominare». Più o meno lo stesso concetto espresso da Gipi, alias Gian Alfonso Pacinotti, uno dei fumettisti più celebri del nostro Paese.

Eccoci al punto. Né Recchioni né Gipi avevano letto Adam, però si sono sentiti in dovere di stroncarlo. Soprattutto, però, ci hanno tenuto a ribadire che io e Rava siamo illustri sconosciuti. Loro non ci hanno mai sentiti nominare. Quindi, a prescindere dalla qualità del nostro lavoro, non siamo degni di essere presi in considerazione. Non facciamo parte del giro, della «scena» del fumetto, dunque meritiamo la gogna, siamo brutti e incapaci, ignoranti e pure un po’ sfigati.

Poi c’è l’aggravante. Adam, come dice il titolo, parla di immigrazione. È una storia totalmente inventata, ma anche in gran parte vera. Incontriamo il protagonista bambino, in un immaginario Stato africano. Il piccolo Adam viene strappato alla madre, costretto a diventare un bambino soldato e un assassino spietato. Poi, liberatosi dei suoi primi carnefici, sale su un barchino guidato da scafisti per raggiungere l’Italia. Una volta giunto qui, purtroppo, darà sfogo ai mostri che si è portato dentro fin dall’infanzia.

Adam è un fumetto duro, a tratti violento. Vuole raccontare una realtà troppo spesso taciuta. Non tutti gli stranieri giunti in Italia sono violenti o criminali, ma alcuni sì. E per i motivi più vari. Adam prova a esplorare il lato oscuro e drammatico della migrazione. Senza pregiudizi ideologici: non è «di destra» né «di sinistra», tenta semplicemente di stare lontano dagli stereotipi, e se ci riesce saranno i lettori a giudicarlo.

Tuttavia, un bel po’ di gente che non lo ha letto si è sentita in dovere di boicottarlo e denigrarlo. Il celebre padre Alex Zanotelli, notoriamente schierato su posizioni progressiste, all’Adnkronos ha parlati di una «operazione di disinformatia salviniana», di «un cazzotto all’intelligenza» che «fa parte del processo salviniano per terrorizzare la gente», ovviamente ispirandosi a Joseph Goebbels. Il già citato Roberto Recchioni ha scomodato addirittura il Mein Kampf.

Il Tirreno, storico quotidiano toscano, ha dedicato un’apertura di prima pagina al «pericolo Adam». Lo ha definito un fumetto «di estrema destra», e ha messo in guardia la popolazione: i pericolosi reazionari vogliono addirittura presentarlo a Lucca, nei giorni di Lucca Comics, la più grande manifestazione fumettistica italiana.

Sulla questione è intervenuto anche  Luigi F. Bona, presidente della fondazione Franco Fossati e direttore di «Wow spazio fumetto», il museo milanese dedicato ai comics e situato in uno stabilimento dimesso della Motta. A suo dire, Adam è copiato da un fumetto omonimo uscito alla fine degli anni Settanta. Pensate: io nemmeno ero nato. Sto tentando di reperire quel volume, con qualche difficoltà, e cercandolo ho scoperto che non parla di immigrazione e non ha un africano per protagonista. Peraltro, il personaggio del mio graphic novel si chiama Adam perché la sua storia ricorda in alcuni passaggi quella di Adam Kabobo, il ghanese che uccise a picconate tre incolpevoli passanti nel quartiere Niguarda di Milano.

Secondo Bona, non solo io e Rava abbiamo copiato, ma siamo pure due incapaci. «Il prodotto è talmente brutto e mal disegnato, che averlo stampato è già un autogol. Questa roba non è fumetto. Che i razzisti non sappiano produrre di meglio è una consolazione» scrive Bona.

Non si capisce come faccia a definirci razzisti, non avendo letto il libro. Ma il punto è un altro. I disegni di Adam che Bona considera orrendi sono stati realizzati dallo stesso Giuseppe Rava che, nell’aprile del 2012, fu premiato proprio da «Wow spazio fumetto» per le illustrazioni di guerra «realizzate per riviste di storia italiane, francesi e inglesi». Allora, nel comunicato stampa del premio Jacono, Rava veniva definito «maestro nell’arte di raccontare gli scenari bellici di ogni epoca». E l’ente diretto da Bona ospitò, in quella circostanza, un’esposizione delle sue opere. Nel 2012 Rava era un maestro e adesso non sa più disegnare? Curioso davvero.

Ecco perché ho voluto raccontare questa vicenda che mi riguarda. Per mostrare come ragionano i cosiddetti intellettuali italiani (o, almeno, una parte di costoro). Giudicano senza conoscere, distribuiscono patenti di presentabilità, accusano di razzismo e nazismo in modo gratuito. Per due motivi: perché abbiamo osato parlare di immigrazione in modo sgradito e perché non abbiamo baciato la pantofola ai reucci del settore prima di pubblicare.

Così agiscono le grandi menti che pretendono di darci lezioni. Ma stiano pure tranquilli: noi andiamo avanti per la nostra strada. Gli unici ad avere i titoli per giudicare il nostro lavoro siete voi che ci state leggendo. È per voi che abbiamo pubblicato Adam. Ed è solo la vostra opinione che ci sta a cuore. 

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