A che punctum vogliamo arrivare

Uno dei motivi di lite con il mio ex fidanzato, che saluto (ciao Fabio), era l’accusa, che mi veniva mossa non senza ragione, di stare a riempirgli casa di morti. In effetti, una delle pareti del soggiorno e la parete …Leggi tutto

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Uno dei motivi di lite con il mio ex fidanzato, che saluto (ciao Fabio), era l’accusa, che mi veniva mossa non senza ragione, di stare a riempirgli casa di morti.

In effetti, una delle pareti del soggiorno e la parete di mattonelle sopra la mensola in bagno erano piene di foto che andavo a scovare nei mercatini e incorniciavo con cura, manco fossero parenti miei (in realtà, il motivo di tanta cura era proprio che non lo fossero). Vagli a spiegare che la cosa non aveva nulla a che fare con la morte.

L’altra accusa che mi rivolgeva era che ero disordinata, e benché io non abbia nessun motivo di rigettarla, trovo questa accusa in logica contraddizione con l’altra, quella di avere simpatia per la morte. Insomma, la morte è l’ordine per eccellenza, la quiete, il riposo della materia, ecc; come fa uno ad essere tanatofilo e disordinato?, gli chiedevo. Mi pare che la necrofilia e la tendenza ordinatrice vadano piuttosto d’accordo, come disturbi.

Embè, no, pare che io avessi, nell’ambito delle due coppie di macrocategorie Amore/Odio per la vita – tendenza all’ordine/all’entropia, le sottospecie più negative.

In effetti, per un periodo stavo davvero esagerando. Un giorno stavamo mangiando mi pare della mozzarella di bufala in cucina e lui tutto un tratto, senza guardarmi in faccia, lo sguardo chino sul piatto, mi fa:

«Ma quella?».

Io: «Mh?».

«Quella» e guarda alle mie spalle, in un punto sopra la parete.

Mi giro, anche con con un po’ di cuore in gola devo dire, e vedo questa

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(che adesso è staccata perché non c’è la parete)

Dico «Ah. Stati Uniti. Primi del ‘900».

«Ma niente niente te piace», fa lui, cogliendo il punto.

«Ma che sei matto?» e tipo mi metto a ridere, un po’ forzatamente.

Lui fa «Mh».

Un’altra volta c’era suo cognato a casa – o forse era il cugino, non mi ricordo – e siccome costui si diceva un appassionato di cinema degli anni ’40-50 Fabio prende e lo porta a vedere la nostra (mia) collezione di DVD. A un certo punto dal bagno sento Fabio che lancia un bestemmione, cosa strana, perché di solito ero io a svolgere quella funzione in casa. Quindi mi lavo le mani e vado di là a vedere, e lo trovo seduto in poltrona con un’espressione torva, che si morde le unghie, e il cognato (o cugino) in piedi con un sorriso imbarazzato che non sapeva che fare.

«Che è», dico.

«Che è?» fa lui, che deve averlo sentito nei film. «Ecco, che è» e mi mostra questo

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Le salme dei fratelli McLaury e di Billy Clanton all'O.K. Corral

Dico «…».

Lui prende forza dal mio silenzio e fa «ma è una cosa perversa! Ma molto peggio del fetish! Ma di gran lunga».

E io, mentendo: «Mo’ che c’entra il fetish».

E lui: «No ma, dico, dove vuoi arrivare? A che punto» sottintendo, credo, che volessi arrivare a questo punto.

Forse insinuava persino che volessi ammazzarlo, chissà.

«Beh» faccio io «ma scusa: tutti sono morti, pure Mozart! E poi tu non hai la maglietta di George Best?».

«Sì, ma la foto è di quando era vivo! Non c’ho la foto di lui da morto!».

Va’ a capire cosa intendesse.

Io mi volto verso il cugino (il cognato) e sperando di portarlo dalla mia parte dico:

«Ma è il west! Era normale che… guardate che in epoca vittoriana le foto post mortem erano…»

Costui, non capendo niente se non di essere capitato in una casa di matti, tace.

Io insisto « Beh, fotografia e morte sono strettamente legate, lo dice pure Barthes ne La camera chiara».

Silenzio.

«…non fosse altro perché testimoniano del passaggio del tempo, della sua irreversibilità. No?».

Dal punto di vista filosofico Fabio non aveva poi, forse, tutti i torti, nel considerare che la mia galleria di defunti avesse a che fare con un desiderio di rimestare nell’ordine piatto, freddo, umido della quiete eterna (=morte) per scompaginare quei corpi, rimetterli in gioco, disordinarli. Semplicemente non si fa.

Il problema è stato quando non mi sono più limitata a riempire casa di libri scritti da morti, come sono la maggior parte dei libri buoni che compriamo, ma anche posseduti da morti, copie su cui sono scritti nomi che messi su un motore di ricerca, in 4 secondi, prendono un’identità e un volto. Da lì ad andare a cercare la tomba di chi ha posseduto quel libro, grazie a una ricerchina su questo sitino delizioso, è un attimo.

Il fatto è che non sapevo come replicare all’accusa di essere morbosa, e di preferire ai vivi ogni genere di sottospecie, dagli animali ai morti – ammesso che uno si debba difendere da un’accusa del genere.

Un giorno che pensavo di essere arrivata alla soluzione, gli proposi di considerarmi non disordinata e necrofila, ma piuttosto una seguace tanatoaffettiva del nonorder, una che non crede ci siano poi tanti confini netti tra noi e i morti, e che in più non si rifa il letto.

Non vi riporto la sua risposta.

L’altro giorno sono andata in questa bella libreria a Monti

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Libreria La Gru, Via del Boschetto, 20 - Roma

e dopo un po’ di giri tra gli scaffali, e qualche domanda di rito su edizioni pregiate di questo e quello, ho preso il coraggio di fare la domanda che mi interessava: «Ma… foto antiche, ne hai?». Lei, gentilissima, fa «dici cartoline, panorami?». Dico «no, soggetti… umani». «Ah», fa lei, ed esce da dietro il bancone venendo verso di me con una specie di solennità, a suggellare l’iportanza del momento.

Siccome ero in compagnia di un gentile Signore, e siccome nessuna di noi due voleva shockarlo, lei mi fa segno di seguirla nella stanzetta di dietro, reparto cinema e manifesti pubblicitari

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Grazie, Yurika

e abbassando la voce mi chiede «ma vuoi uomini o donne?».

E io «uomini. Uomini, senza dubbio».

«E…» «Vivi, vivi» mi affretto a precisare.

Lei, come se avesse esattamente quello che fa per me, mi sorride e fa «l’avevo capito».

Dopo un quarto d’ora eravamo lì che discettavamo: «Ma sì, cioè noi sappiamo che quella persona di cui non sappiamo niente è stata certamente davanti all’obiettivo, in quello studio fotografico o in quello spazio, in un dato momento della storia!, non è meraviglioso?».

«Ma sai che ci sono mostre che richiamano appassionati da tutto il mondo?».

«Ma lo conosci Paul Frecker?»

«Ah, le adoro!».

«Ma tu non sai che io mi sono ©∫˜µ…ºª∆∞ƒ¿∂™∆˜@•œæ™¡@¡ di uno…».

«No! mai farlo, sai».

«Eh. Ma d’altra parte, non sporcano, non parlano…».

«Lo dico sempre anche io».

«… e poi hanno già fatto tutto, non ti pressano, non si aspettano niente da te».

« Non cercano di correggerti».

« Eh, no. Puoi sempre dire loro “pensa a te, che sei stato capace di morire”».

Avevamo ragione noi.

Barthes dice: “il nome del noema della Fotografia sarà quindi: È stato”.

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Vabbè, i francesi quando sono intelligenti parlano un po’ così. Sempre meglio di Sartre e di Lacan. Volete Sartre e Lacan? No, e allora teniamoci Barthes. Noema per Barthes è il fatto, incontrovertibile, che quel soggetto è stato una volta, un giorno, un istante, davanti all’obiettivo: come attesta la foto. Non si scappa.

Di questo parla Sergio Benvenuto in un bellissimo saggio su quella ottima rivista che è Àgalma (il titolo del numero non ho cuore a scriverlo, leggete voi)

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Àgalma n°16, Fetish, Ed MIMESIS

La tenerezza che suscita lo sguardo dei morti, anche di quelli che in vita ci sarebbero probabilmente stati antipatici, è un bel sentimento ingestibile. Il loro sguardo ci guarda ma non ci vede.

Che ce ne facciamo di questa simpatia? Quanta gente che ci sarebbe piaciuta potrebbe essere eternamente irraggiungibile. A chi somigliano questi morti?

Ma ci si può innamorare di un morto, anzi: del ritratto di un morto? Eh, hai voglia, niente di più facile. Un detective chiamato a risolvere il mistero della morte di una donna trovata sfigurata (dettaglio importante) si innamora, ossessivamente (e come, sennò), del suo ritratto, appeso sopra il camino. È la trama di Vertigine di Otto Preminger.

Quando Barthes dice che la foto brucia, intende che c’è un nucleo in essa, un dettaglio, un’impronta, che lui chiama punctum, che la rende strepitosamente inquietante e attraente. Nel caso della foto di un condannato a morte, ad esempio, il punctum è la sua prossima morte. Nel caso delle foto dei morti, il punctum è la nostra. Il suo dettaglio, il frammento di tempo che ci consegna, è il più misterioso e intenso di tutti i feticci.

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