Il Whitney Museum di Renzo Piano, il nuovo inquilino di Downtown

A New York procedono i lavori al museo del futuro, che lascia l'Upper East per spostarsi nel Meatpacking District. Con un progetto che già incontra critiche

Paola Camillo

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Un meteorite caduto dal cielo, che giace su un supporto di vetro. Così Renzo Piano aveva definito il nuovo Whitney Museum , durante la cerimonia della posa della prima pietra, due anni fa.

Il museo che raccoglie i capolavori dell'arte americana contemporanea, inaugurato negli anni ‘30 e cresciuto dentro l'edificio di Marcel Breuer nell'Upper East Side, si prepara a migrare a Downtown nell'intrigante quartiere industrial-chic di Meatpacking District, con un progetto a firma dell’archistar genovese.


Per motivi diversi dalla visione di Piano, l'immagine del meteorite però calza a pennello per raccontare quella che si profila come una discussa presenza architettonica.

Rivestimenti di vetro e metallo, affacciato sull'Hudson e adiacente al parco urbano dell'High Line, il Whitney del 2015 si estenderà su 18mila metri quadrati con una grande lobby vetrata comunicante con la circostante plaza.

Ma sebbene il museo sfoggi la più grande galleria column-free della città (quasi 1700 metri quadrati), il progetto non sembra avere finora acceso gli entusiasmi. Bollino rosso dal New York Times che senza mezzi termini ha definito l'edificio come "un’occasione persa di enormi dimensioni", una struttura efficiente ma asettica; incapace, con i suoi vasti pannelli di vetro e le lucide finiture di acciaio, di interpretare la vibe del quartiere, quell'atmosfera fuligginosa da waterfront industriale dei primi del ‘900, a cui gli anni ’90 hanno poi cucito addosso una patina trendy.

La coesistenza estetica con Meatpacking sarà infatti cruciale per il nuovo Whitney, sarà il suo banco di prova.


Dopo essere stato il distretto dei macelli controllato dalla mafia - travestiti, prostitute, e c’è chi si ricorda anche l’odore del sangue degli animali tra le vie - l’ex quartiere off limits di New York è stato bonificato e rivoluzionato dall’arrivo delle grandi marche dell’abbigliamento, prima di tutte Diane von Furstneberg che ne ha fatto il suo quartier generale, e poi da hotel super cool, con mozzafiato bar panoramici, come lo Standard o il Gansevoort. Ma, tra le strade di sampietrini sconnessi del secolo scorso, le fabbriche di mattoni rossi, le tettoie di ferro battuto e i bancali di legno accatastati qua e là, rimane ancora e malgrado tutto il respiro antico e un po’ dannato del quartiere. Quella atmosfera in estinzione che il nuovo Whitney di Piano corre il rischio di raffreddare ulteriormente. A lui la responsabilità di continuare a dare alla Grande Mela le sue visioni da sogno, come il bell'ampliamento della Morgan Library e l’etereo New York Times building, e di non cancellare i segni di una preziosa micro storia metropolitana.

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