Chiamatemi pure "Monuments man"

Robert M. Edsel dedica la sua vita ai soldati che salvarono l’arte dai nazisti. Ne ha fatto un libro da cui George Clooney ha tratto il suo ultimo film

Robert M. Edsel – Credits: Getty

Marco Giovannini

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Ma lei l’avrebbe messa in gioco la sua vita per salvare opere d’arte? "Assolutamente sì. In fondo anche se non sono dovuto andare in guerra, ho consacrato a tempo pieno i miei ultimi 15 anni a questa missione". Robert Edsel, 57 anni molto ben portati malgrado i lunghi capelli bianchissimi, è perentorio: "Sono semplicemente un messaggero. Io non ho trovato questa storia, è lei che ha trovato me". Lo chiamano mr. Monuments men, un tema cui ha dedicato tre libri e una fondazione e che oggi, grazie a un film scritto, prodotto e diretto da George Clooney in gara al prossimo Festival di Berlino, "sarà conosciuto in ogni parte del mondo, anche dalla gente comune, non solo dagli storici e dai critici d’arte".

Chi erano gli eroi cui ha dedicato la vita?

Monuments men non significa "uomini monumento", bensì "uomini della Monumenti" (Monuments fine arts and archive), la task force creata dal presidente Franklin Delano Roosevelt e dal generale Dwight D. Eisenhower per aiutare gli alleati a preservare le opere d’arte in zona di guerra e poi restituire quelle saccheggiate dai nazisti ai legittimi proprietari. Confesso che non ne sapevo niente finché non mi sono trasferito a Firenze. Un giorno, camminando sul Ponte Vecchio, l’unico dei sei ponti che i nazisti non fecero saltare, ho avuto la mia epifania. Mi sono chiesto: ma come hanno fatto a sopravvivere tanti capolavori, chi li ha salvati, chi dobbiamo ringraziare se oggi non viviamo in un mondo senza arte?

Da dove ha cominciato?

Non sono un intellettuale, sono un tipo visivo, reagisco alle immagini. Ho cercato delle foto, ma ho incontrato enormi difficoltà, anche se il secondo conflitto mondiale è stato uno degli avvenimenti più immortalati. Il mio primo libro, Rescuing Da Vinci, l’ho pubblicato a mie spese. Ha venduto solo 30 mila copie, ma è stato il miglior flop commerciale della mia vita.

Perché?

Mi ha dato la voglia di andare più a fondo, svelando l’aspetto umano degli eventi, non solo quello artistico. Gli uomini della Monumenti non erano soldati, ma critici, storici, direttori di musei, archivisti, finiti in guerra per difendere un ideale; eroi inaspettati. Non è stato un caso che quando li scoprii avessi pressappoco la loro età, 42 anni, e cercassi un senso nella vita.

Chi era il Robert Edsel di allora?

Un ex tennista professionista che, erano i tempi di Björn Borg e John McEnroe, a 21 anni decise che non aveva un talento pari alle sue ambizioni e si reinventò businessman sfruttando un brevetto per l’estrazione orizzontale del petrolio. Ma quando la mia ditta diventò la seconda d’America, passando da 8 a 100 impiegati, mi resi conto che non mi divertivo più, la vendetti e mi trasferii a Firenze con la famiglia.

La pubblicità del film parla della "più grande rapina di tutti i tempi". Uno slogan per vendere più biglietti?

Nel mio libro l’ho definita "la più grande caccia al tesoro di tutti i tempi". I nazisti saccheggiarono una quantità enorme di capolavori: Adolf Hitler progettava un super Führermuseum nella sua città natale di Linz, pieno di opere del calibro di Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Rubens, Rembrandt, Vermeer. Hitler sognava di diventare pittore o architetto e non aveva mai superato l’umiliazione di essere stato respinto a 18 anni alla scuola d’arte di Vienna, dove furono accettati invece Egon Schiele e Oscar Kokoschka, che poi il Führer bollò come campioni di "arte degenerata" insieme con Picasso, Chagall, Mondrian, Kandinski, Klee. "Chiunque veda il cielo verde e i prati blu dovrebbe essere sterilizzato" disse a proposito di Van Gogh.

Dopo "Monuments men" (2009) è tornato sull’argomento in un nuovo libro, "Saving Italy". Qual è la differenza?

Durante la guerra, l’Italia offriva uno scenario completamente diverso rispetto a Francia, Polonia e Olanda. Era un Paese alleato dei nazisti poi diventato nemico. Mi sono imbattuto in personaggi da romanzo, come il generale Karl Wolff, leader delle Ss in Italia, che patteggiò la salvezza di alcuni capolavori. È una storia che sento più vicina, perché mi sento un po’ italiano: mio figlio Diego ha passato a Firenze 13 dei suoi 20 anni.

Di cosa si occupa la sua fondazione?

È in contatto con le famiglie dei circa 345 Monuments men di 13 diverse nazionalità, cataloga i loro ricordi e le loro lettere. Alla fondazione è appena stato dedicato uno spazio permanente nel National war world II museum di New Orleans. Ma la missione non è esaurita: esistono centinaia di migliaia di opere d’arte localizzate in musei e collezioni private, ma non ancora restituite.

Non le sembra di vivere nel passato?

Niente affatto, quello che è successo a Baghdad nel 2003, quando le nostre truppe non sono riuscite a salvaguardare il contenuto del museo nazionale iracheno, dimostra che è un problema più che mai aperto, che riguarda presente e futuro. Il mondo non potrà mai fare a meno di Monuments men.

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