A Pompei non servono soldi, ma un sindaco

Perché non muoia, l'area archeologica va trattata come una vera città. E magari trasferita al Nord. Parola di Vittorio Sgarbi

Pompei

Orto dei fuggiaschi, Pompei – Credits: Carlo Hermann/AFP/Getty Images

Vittorio Sgarbi

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Per Pompei non c’è speranza. La città che non è morta, che non ha avuto decadenza, perché il Vesuvio ne ha fermato il tempo e la storia, si avvia oggi alla fine. Pompei è il simbolo della nostra inadeguatezza. Mentre l’Italia declina, il mondo, attraverso le minacciate sanzioni dell’Unesco, ne osserva la decadenza nelle vicende di Pompei. Da anni essa è diventata una metafora dell’Italia, mal governata, trascurata, abbandonata. Ciò che prima passava sotto silenzio adesso è ragione di scandalo. Qual è il rimedio? Trasformare Pompei, già avvezza al culto popolare della Madonna, in un santuario religioso, per visitare il quale sia prescritta una serie di regole nuove.

Ciò che manca, oggi, a Pompei è l’aura, lo spirito dei luoghi, l’anima. E ciò è impedito non dai crolli e dalla cattiva manutenzione, ma dalla inappartenenza di Pompei. Una città viva che ha perduto i suoi abitanti e iscritti all’anagrafe per trovarne di nuovi ogni giorno, in un avvicendamento continuo. Per amministrare Pompei occorre un sindaco con i suoi assessori e un consiglio comunale, come richiede una città viva.

I problemi di Pompei sono gli stessi di ogni altra città del Meridione, e non per la carenza di finanziamenti (che ci sono), ma per la difficoltà di spenderli con una soffocante burocrazia, la stessa che impedisce la ricostruzione dell’Aquila. Non basteranno i soldi a risolvere i problemi, sollevandola dalla sua condizione. Perché Pompei è come Napoli, ricca di monumenti ma oppressa da un’angoscia che la fa sentire come una città appestata. Pompei dovrebbe essere trasferita nel Nord, tra Parma e Piacenza, in luoghi dove nessuno avverte il disagio della questione meridionale, di cui Pompei è espressione dolorosa. Diversa cosa è vivere a Fidenza e a Casal di Principe, a Fiesole e a Castellammare di Stabia.

Goethe era venuto ed era rimasto così colpito dalla meraviglia paesaggistica di questi luoghi da scrivere che chi vi era nato poteva credere di vivere in Paradiso. Oggi, dove c’era quella veduta, idillica e pittoresca, c’è un muro di cemento che impedisce la vista del mare dagli spazi della Villa di Oplonti che la dominava. I danni li ha fatti l’uomo con le colate di cemento, non la lava del vulcano nel 79 d.C. Pompei è come un quartiere di Napoli, dove tutto è difficile e tutto si rischia. Invece di un furto o uno scippo, il crollo di un muro. Tutto il mondo ne parla. Le due realtà sono inscindibili. Alternativamente si parla dell’immondizia, delle discariche contestate, degli inceneritori, e di Pompei. Come Napoli, la città attenderebbe buoni amministratori, non demagoghi senza idee.

Pompei è un disagio. Non essendo possibile trasferirla, occorre militarizzarla, trasformandola in una cittadella in tutto autonoma, dall’accoglienza alla ristorazione. Con un generale che l’amministra, come fu Giulia Maria Crespi con il Fai, o Daniele Kihlgren a Santo Stefano di Sessanio e a Matera. Occorre denapoletanizzarla, rendendola una terra franca. Altrimenti, dopo essere stata l’unica viva tra le città morte, diventerà l’unica morta fra le città vive.

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