Donne sposate che prendono il cognome del marito

Una tradizione radicata nei secoli che assume un significato particolare in tempi di #metoo e di post-femminismo

Istock donna spaventata

– Credits: Istock/SaulHerrera

Ilaria Liprandi

-

Donne sposate che prendono il cognome del marito dopo il matrimonio. Una pratica diffusa soprattutto nei paesi anglosassoni, come Inghilterra e Stati Uniti, dove la moglie cambia i propri documenti (anche il passaporto), diventando ufficialmente un’altra persona.

In Italia, invece, la legge permette alle donne di aggiungere il cognome del marito, se lo vogliono.

E in tempi di #metoo, Time’s Up e dibattiti sul ruolo della donna nella società, questa consuetudine assume un rilievo particolare.

Ma da dove deriva questa tradizione?

Le prime tracce del costume di assumere il cognome del marito, si trovano nell’antica Roma. Al momento del matrimonio, secondo il diritto romano, la moglie prendeva il cognomen del marito: quindi, per fare un esempio, Clodia sposando Metello, diventava Clodia Metelli (letteralmente “di Metello”, “appartenente a Metello”).

Questo era un atto dovuto per legge, dato che il matrimonio prevedeva l’assoggettamento della donna alla potestà (la “manus”) del marito. La manus era un diritto assoluto, che lasciava al marito il potere di decidere perfino della vita o della morte della moglie.

Lasciamo l’antica Roma e facciamo un salto in Inghilterra dove nel 1340 la legge imponeva alla donna di “perdere ogni nome e diventare ‘wife of’ (moglie di) ". Una tradizione ripresa anche nel famoso romanzo (poi diventato una serie Tv)  “Il racconto dell’ancella - The Handmaid's Tale ”, di Margaret Atwood, dove le donne non vengono più chiamate con il loro nome, ma soltanto con quello del loro marito-padrone: of Glen, of Warren.

Nell’Inghilterra del XIV secolo a determinare il cognome delle donna era il principio della coverture, letteralmente “la copertura”. La donna, considerata dal diritto del tempo priva di identità legale, veniva letteralmente “coperta” dall'identità del marito, assumendone, fra le altre cose, il cognome. Con il matrimonio marito e moglie diventavano una cosa sola, e quella cosa era il marito.

Le donne così “coperte” dal cognome e dalla figura del marito non potevano firmare contratti, commerciare o avere proprietà, in quanto erano già loro stesse di proprietà di qualcuno. Infatti, se possedete un pesce rosso, il vostro pesce non può a sua volta possedere nulla, nemmeno una bicicletta, perché automaticamente anche quella bicicletta apparterrà voi.

Che poi i pesci non abbiano bisogno di biciclette, questo è un discorso assai caro alle femministe, che già negli anni ‘70 gridavano il famoso slogan “A woman needs a man like a fish needs a bicycle” (una donna ha bisogno di un uomo, come un pesce di una bicicletta).

Il costume della copertura, poi diventato legge, continua per secoli in Inghilterra e nelle sue colonie, tanto che nel 1776, Abigail Adams, scrive a questo proposito al marito, John Adams, padre fondatore degli Stati Uniti d’America. Abigail nella sua famosa lettera “Remember the Ladies” (ricordatevi delle signore) a proposito della donne assoggettate agli uomini ammoniva: “Non mettete un potere illimitato nelle mani dei mariti. Ricordatevi che tutti gli uomini sarebbero tiranni, se ne avessero la possibilità”.

Nel 1972 la Corte Suprema americana ha infine eliminato l’obbligo per le donne di acquisire il cognome del marito. Sembra che le Americane però non ne siano pienamente convinte. Secondo l’Huffington Post infatti nel 2013 il 50% delle donne in USA pensava che fosse illegale non prendere il cognome del marito e il 90% di loro decideva di prenderlo.

Veniamo all’Italia

Nel 1865, il Codice civile del Regno d’Italia recitava all’art. 144: “Potestà maritale - Il marito è capo della famiglia: la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda”.

Durante la secondo guerra mondiale il governo di Mussolini ha ben altre priorità e così nella riforma del diritto del 1942 cambia il numero dell’articolo, ma  il risultato è lo stesso: la legge continua a dire che “la moglie segue la condizione civile del capofamiglia di cui assume il cognome”.

Con la riforma del diritto di famiglia (1975) arriviamo alla legge in vigore oggi.

All' articolo 143 bis, il Codice civile recita: "La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze." Attenzione: "aggiunge". Non: "può aggiungere".

Volendo approfondire, una sentenza della Corte di cassazione nel 1961 precisa: l'art.143 va interpretato nel senso che la moglie ha il diritto, non l'obbligo, di aggiungere il cognome del marito al proprio (13 luglio 1961). E poi ancora: nel 1997 il Consiglio di Stato ha confermato che ai fini dell'identificazione della persona vale esclusivamente il cognome da nubile (parere n. 1746/97).

E nel 1998, per i passaporti, una circolare del Ministro degli esteri avverte che l'apposizione del cognome del marito nel passaporto della donna sposata deve intendersi essere facoltativa.

Questo quindi, quello che dicono la storia e la legge a proposito dei cognomi delle donne sposate.

Ma che significato ha oggi il cambio o l’aggiunta di un cognome per una donna dopo il matrimonio? Sono ancora tempi in cui le donne sono identificabili come “mogli di...”? La domanda resta aperta, e saranno i costumi, i dibattiti, le donne (e i cognomi) del futuro a darci una risposta concreta.

© Riproduzione Riservata

Commenti