Le strade alternative dei cacciatori di bellezza

Vittorio Sgarbi guida il lettore verso itinerari italiani poco conosciuti, ma ricchi di fascino. A partire dalle Marche.

Marco Di Capua

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È all’inizio dell’ultimo libro firmato da Vittorio Sgarbi, Il tesoro d’Italia. La lunga avventura dell’arte, ed è questa: "È probabile che il tesoro d’Italia sia, più che altrove, in una regione: le Marche". Solo che poi mica si parla soltanto delle Marche. Anzi. Si è condotti ovunque, in lungo e in largo per l’Italia, a caccia di opere d’arte più o meno note, e comunque sempre in cerca di una bellezza speciale, screziata. Però si parte da lì, dalle Marche, e ciò stabilisce il tono, il mood di ciò che seguirà, perché quella regione decentra, disloca qualsiasi idea ci si possa fare dell’arte del nostro Paese, la rende meno stereotipata, un po’ come se ne cavasse fuori l’anima.

Le Marche significano Raffaello, apice di una bellezza, come si disse a lungo, non perfezionabile. Ma è il luogo, apparentemente laterale, da cui passarono in stato di grazia tutti i più grandi artisti veneziani, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo. Le Marche, nella visione di Sgarbi, rappresentano la via sterrata e contromano di uno storico dell’arte che non percorre solo i lastricati di Roma, Napoli o Venezia, ma luoghi segretamente ramificati.

Torna in mente la passione corsara del giovane Roberto Longhi che fruga tra i colori e gli odori della realtà lombarda in polemica con la raffinata Firenze botticelliana di Bernard Berenson. Se ci tornano in mente critici e conoscitori d’altri tempi è perché Sgarbi ne attualizza il prevalente gesto conoscitivo: capire l’arte è il risultato di una passione culturale, estetica, ma prima di tutto motoria. Studiare e comunicare vuol dire viaggiare, andare sempre lì, sul posto.

Il museo ideale non è immaginario ma fisico. Non c’è chiesa, pieve, palazzo antico, borgo ancora intatto che siano indegni di attenzione, o anche solo di uno sguardo. Direte: è ovvio che sia così. E invece no. L’iperspecialismo e l’ansiosa sorveglianza del proprio ruolo castale immobilizzano la stragrande maggioranza degli storici dell’arte in una permanente condizione statica. Questo libro parla di un sacco di capolavori ma anche di luoghi, e ne elenca e difende così tanti, e con tale devozione, che alla fine ti convinci di una cosa, anzi facciamo due.

La prima è che nessuno conosce l’Italia dell’arte come Sgarbi. Alla lettera: metro per metro. La seconda cosa è che se la nostra te la figuri come una piccola nazione, qui diventa immensa. Perché da Morano Calabro a Perdifumo, da Montefiore Conca a Montefiore dell’Aso magari cambia tutto. Cambia un mondo. È questo lo spazio del libro. Il suo tempo va dall’entrata in scena dell’uomo, sotto forma di pietra scolpita, e cioè dal 1100, fino alla metà del Quattrocento. Dunque ci sono i colpi di forza (Wiligelmo, Masaccio), ma, fra autunni del Medioevo e primavere ancora incerte, l’occhio cade di preferenza sui momenti di passaggio, di transizione, quando gli stili trascolorano e se ne annunciano di nuovi. Come quando l’ultimo dei bizantini dice la sua, o il tardogotico fiorisce fuori stagione e si ostina a non morire.

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