Carmelo Caruso

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L’eccesso di capolavori è la vera minaccia degli Uffizi. Il museo è schiacciato dall’abbondanza, è in pericolo perché piace troppo.

La concentrazione di prodigi è oggi infatti il dilemma di Firenze: crescere ancora o rimpicciolirsi? Contingentare i flussi o aumentare le aperture? In città si consuma il dramma dell’opulenza, ci si divide per le meraviglie che qui sono sempre in esubero.

Per il gran numero di visite, e carenza di sicurezza, è stato chiuso il Corridoio Vasariano. Per accorciare le file interminabili è stato chiesto aiuto all’università dell’Aquila. Per contenere le funzioni del museo si è allungato perfino il nome. Sotto la dicitura Gallerie degli Uffizi sono stati da poco radunati ben 8 musei (Uffizi, Palazzo Pitti, Galleria d’arte Moderna, Giardino di Boboli, Museo della Moda, Tesoro dei Granduchi, Museo delle Porcellane).

Gli Uffizi sono dunque plurali nella lingua prima ancora che negli spazi. Si tratta di una vastissima superficie di oltre 15000 metri quadrati, un’officina di marmi e di oli, un affollato condominio di Madonne e di Veneri che dal Cinquecento si strizzano l’occhio.

La proprietà delle opere possedute è finora sfuggita a qualsiasi criterio classificatorio, è improducibile come quella mappa dell’Impero, dello scrittore Borges, che era grande come l’impero stesso.

Oggi due funzionari stanno provando a compilare un catalogo ragionato che secondo le previsioni si aggira intorno a 10 mila opere di cui 1835 esposte solo nelle sale. «Ma c’è poi il Gabinetto delle Stampe e dei Disegni che ne contiene altre 180 mila» dice Francesco Cataluccio che per Sellerio ha scritto “La memoria degli Uffizi”, un’eccezionale guida per frettolosi ma soprattutto una preziosa educazione sentimentale.

Promossi dalla riforma Franceschini a museo autonomo, dall’agosto del 2015 gli Uffizi sono diretti da Eike Schmidt, un perfetto esempio di fibra tedesca e di pensiero cartesiano. A Firenze dicono che non si fidi di nessuno eccetto la moglie che, però, è italiana. È vero? «Faccio male?».

Di sicuro ha fatto bene a non affidarsi alla polizia municipale per sfrattare i bagarini che a Firenze sono le solite mosche del capitale. Per smascherare gli imbroglioni del biglietto facile, il direttore si è equipaggiato di altoparlanti e ha diffuso un messaggio vocale all’ingresso del museo. Invece di applaudirlo è stato multato. Anziché protestare ha pagato la multa. Per cacciare i venditori non autorizzati, Schmidt doveva chiedere l’autorizzazione. «Al Comune». Al direttore è stata cosi consegnata una sanzione da 295 euro che è servita ad accrescere il gradimento nei suoi confronti e ad abbassare il consenso del sindaco Dario Nardella. «Ma ci siamo chiariti e ci sentiamo due volte a settimana».

A conferma che gli Uffizi non sono solo una sfida culturale, ma un problema di legalità, è sufficiente ricordare quanto avvenuto lo scorso 31 dicembre. Lasciando a bocca aperta l’umanità in visita, due gru si sono introdotte nella loggia dei Lanzi e hanno affisso degli striscioni pubblicitari. Non erano illegali solo gli striscioni ma anche gli accessi dei mezzi. A oggi non si capisce come le gru siano potute penetrare senza essere fermate. Schmidt si è precipitato con le forbici del suo giardino, ha chiesto una scala per rimuovere la pubblicità del disonore: «Ma l’altezza era così notevole che alla fine ho dovuto chiamare i vigili del fuoco».

Veri protettori degli Uffizi, i vigili del fuoco sono intervenuti nuovamente per transennare il Corridoio Vasariano che rimane non solo la via più intima del museo ma un labirinto di precisione, una follia della geometria. Commissionato da Cosimo I a Giorgio Vasari, il corridoio è un ponte aereo che connette Firenze da Palazzo Vecchio sino a Palazzo Pitti, è un azzardo architettonico che ha spaventato perfino Hitler che, si dice, alla Luftwaffe ordinò di non bombardare. Adibito inizialmente a deposito, il corridoio è stato, fino a oggi, una pellicola di oltre 640 ritratti, una sorta di You Tube di tutti gli uomini illustri, dai Medici sino alla linguaccia insolente di Oliviero Toscani. «I fiorentini si dividono perfino sulle reali dimensioni del corridoio. C’è chi parla di 5 km, in realtà sono 2» dice Schmidt che è stato costretto a sospenderne le visite per l’assenza di uscite di sicurezza. Ogni anno il corridoio è stato calpestato da circa 40 mila visitatori che si sono sottoposti a prenotazioni e accettato di pagare un biglietto maggiorato. Gli ingressi sono stati gestiti da agenzie e tour operator che, si capisce, hanno protestato subito dopo l’annuncio di chiusura.

«La verità è che andava chiuso prima e non comprendo perché non sia stato fatto. Le condizioni climatiche attentavano alla conservazione dei ritratti. Lo riapriremo nel maggio del 2018 per l’anniversario dell’attentato dei Georgofili e ci porteremo le epigrafi antiche, quelle etrusche e romane» risponde il direttore che ritiene la chiusura non solo un’occasione per ripensarlo ma anche per «democratizzarlo». Insomma, chiudere per aprire davvero. Agli Uffizi si sta riformando la carta, vale a dire la piantina del museo, la disposizione delle opere, le funzioni delle sale. Si sta originando una formidabile contesa, proprio come nel paese, tra conservatori e interventisti, tra filologia e sociologia. Non è un mistero dire che il vecchio direttore, Antonio Natali, abbia finora difeso le ragioni del museo come percorso e sentiero d’educazione.

«Il museo è per me una catena montuosa con delle vette. Non ci si può limitare a fare vedere solo quello che la gente vuole vedere» dice Natali, un sapiente maremanno che ha guidato gli Uffizi per ben 10 anni e che dal ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, e da Renzi, si è sentito epurato: «Ormai è una gara di cifre. Io credo che il numero dei visitatori degli Uffizi debba scendere anziché aumentare». «E io invece penso che questa sia una visione elitistica del museo. Le opere non possono appartenere solo a chi li studia né tantomeno si può fare l’esame ai visitatori» risponde Schmidt che ha tutta l’intenzione di riunire in una grande area, «il secondo piano», i capolavori di Michelangelo, Botticelli, Leonardo, Raffaello.

Insomma, gli Uffizi saranno sintetici come un tweet? «Nessun visitatore può essere forzato a vedere. Gli Uffizi non possono essere una maratona» precisa Schmidt che sa di contrapporsi al passato, e dunque a Natali. «In tutta la mia direzione ho cercato di smontare i feticci degli Uffizi. Non importa quanti visitatori abbiano guardato la Venere di Botticelli ma quanti siano usciti più colti dopo la visita» ribatte Natali. Dopo la riforma, Schmidt è stato chiamato a fare il direttore ma anche il manager: «Perché i numeri sono importanti». Natali credeva già di farlo: «Perché non sono i titoli a fare le funzioni». Come avviene spesso nella storia dell’arte, che è una scienza litigiosa ma cavalleresca, i due dicono di stimarsi. È vero. Schmidt e Natali non si battono ma semmai s’incrociano, aggiungono pensieri e introducono domande come fanno i fisici che si confrontano continuamente con le loro equazioni.

Secondo Cataluccio, che conosce i rischi della fruizione essendo oltre che scrittore anche il responsabile della programmazione culturale dei Frigoriferi Milanesi, «l’idea di una grande sala ‘pop’ potrebbe essere più che giusta. Il resto degli Uffizi saranno così le colonne d’Ercole. Chi è affamato le varcherà». La scommessa di Schmidt è quella di fare varcare non tanto le altre sale, ma Palazzo Pitti che da direttore ha spolverato riportando la grande moda dopo 35 anni. Al contrario della commissione archeologica greca che ha rifiutato 50 milioni di euro offerti da Gucci per sfruttare l’immagine del Partenone, il direttore degli Uffizi non solo non ha vietato l’utilizzo ma ha favorito l’interesse.

Non ha mai pensato di fare come i greci? «Li capisco ma non condivido. È un atteggiamento donchisciottesco, tipico di una nazione in crisi. In realtà hanno rifiutato l’offerta di Gucci ma anni fa avevano permesso a Chanel di sfilare all’interno dell’Acropoli». A Palazzo Pitti è stata allestita la mostra dello stilista Karl Lagerfeld e riaperta la sala bianca alle sfilate. Lo scorso 11 gennaio, Stefano Ricci, il Masaccio della sartoria fiorentina, ha festeggiato i 45 anni di attività e presentato la sua nuova collezione. Chiusa alla moda dal 1982, la sala bianca è tornata a essere passerella e non solo salone, è stata riabitata e non più solo ricordata.

Ricci ha pagato agli Uffizi 100 mila euro. Le donazioni private, che già con Natali erano pratica stimolata così come le cene sulla terrazza degli Uffizi, hanno permesso di incassare nel 2016 quasi un milione di euro. Con 600 mila euro, fondi privati, è stato invece possibile riallestire la sala del Botticelli che era da sempre la strettoia della galleria, l’imbuto e il dolore del turista. Oggi le due opere non sono soffocate dai visitatori ma respirano. Grazie a dei vetri speciali, antiattacco, sono stati eliminati i dissuasori elettronici, quei campanelli che invece di allontanare dal quadro rischiano di farci cadere dentro. I cinesi, che non si fidano degli occhi e fotografano copiosamente, adesso annusano la Venere.

Feticismo? Probabile. «In Italia si preferisce trattenere il visitatore al museo. Io invece credo che il successo sia farlo tornare successivamente. Anche la nostalgia può essere un capitale economico» dice Schmidt passeggiando per gli Uffizi con il passo da maresciallo e i pugni stretti. Schmidt suddivide in maniera scientifica il tempo, «l’orologio governa l’universo», e dunque pure gli Uffizi che sono il disordine artistico italiano, inconoscibili e quindi aperti a qualsiasi possibilità. Anche qui, come già alla Reggia di Caserta, gli infiniti spazi hanno favorito il socialismo regale. In passato la soprintendenza ha permesso che gli appartamenti del giardino di Boboli e di Palazzo Pitti, edifici che fanno parte delle Gallerie, venissero affittati a prezzi 5 volte inferiori ai livelli di mercato. Per intenderci, un appartamento presso piazza de’ Pitti è stato locato 335 euro al mese anziché 1700.

Per la Corte dei Conti il danno erariale è di quasi 3 milioni di euro. Lo scoop, che ha portato all’indagine della Guardia di Finanza, è stato realizzato da Marco Ferri che non è solo un giornalista, ma è stato anche l’ex, insostituibile, ufficio stampa del museo. «Non cerco le colpe ma riconosco che questi affitti sono uno scivolone. Non una specificità italiana ma un privilegio insopportabile. In molti casi a stabilire il canone dell’appartamento era il funzionario che si trovava a risiedere nell’appartamento stesso» rivela Schmidt che proprio come il direttore Mauro Felicori, alla Reggia di Caserta, ha iniziato a spedire gli avvisi di sgombero. Da direttore degli Uffizi, Schmidt si sta misurando anche con la capitale dell’edilizia incompiuta, la città mancata.

A Firenze non c’è solo la stazione ferroviaria ad alta velocità che rimane una chimera, una voragine da 800 milioni di euro. Anche gli Uffizi possono vantare un guasto edificatorio. È la loggia pensata dall’architetto Arata Isozaki, una pensilina progettata nel 1998 per ridisegnare l’uscita dagli Uffizi, che oggi è ancora uno squallido slargo, il passaggio dal rinascimento al cemento scalcinato. La loggia è stata contestata, riprogettata, votata, bocciata, riproposta, archiviata, e infine deposta.

Oggi Schmidt è tornato a parlarne, ha proposto la via del referendum cittadino, e si spera che gli vada meglio rispetto a Matteo Renzi. «La questione, dopo tutto questo tempo, non è estetica ma politica». Gli Uffizi attendono ancora di diventare “Grandi”. Da anni s’insegue il progetto “Grandi Uffizi” che appunto prevede il collegamento dell’intero complesso monumentale, il tentativo di mettere insieme le collezioni che vanno da una sponda all’altra dell’Arno. Il Cipe ha stanziato 40 milioni di euro che serviranno a riallestire il primo piano, altri 18 milioni sono arrivati dal ministero. «Siamo obbligati a spendere» assicura Schmidt che parla di museo e di custodi attivi e non passivi, proprio come il direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, anche lui tedesco. Schmidt è anche a favore dei selfie: «Chi li impedisce lo fa perché pensa ancora di vendere le cartoline. È una visione della cultura come tabaccheria». Di certo agli Uffizi si annusa il buon tabacco della critica e della speculazione intellettuale, è un agone dialettico dove la tutela del passato si misura con le insidie del presente. Gli Uffizi non sono stati rottamati da Schmidt, ma di certo riformati secondo il suo giudizio. Sono diretti senza per questo essere stati rovesciati. Schmidt ha portato il comando aspro ma dal volto mite. E se fosse la sua moderazione la vera rottamazione?

 


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