Francesco Arcangeli, maestro di Sgarbi e ultimo degli eretici

Un critico d'arte ricorda il suo grande mentore. Che spiegò perché Mondrian viveva già dentro Piero della Francesca

Credits: Illustrazione di Luke Waller

Vittorio Sgarbi

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Fu nell’aula dell’istituto di storia dell’arte dell’Università di Bologna che, non senza stupore, sentii per la prima volta pronunciare la parola Padanìa. Intendo Padanìa con l’accento sulla i, non Padania. Il neologismo, per l’affinità con altre aree geografiche denominate Lombardia, Bulgaria, Romania, Albania, tutte con la desinenza in -ia, era stato probabilmente coniato da Roberto Longhi, il celebre storico dell’arte nato ad Alba da famiglia di Carpi, il quale, in qualche modo, risaliva alle sue radici dando il via a una revisione critica i cui punti furono indicati nella prolusione all’anno accademico 1934-1935 sui "momenti dell’arte bolognese ed emiliana".

Questa importante impresa di restituzione e di ricerca aveva già, in quello stesso anno, prodotto un risultato notevole: l’Officina Ferrarese, che Longhi aveva aperto, con i migliori attrezzi critici e filologici, in occasione della grande mostra sulla pittura ferrarese del Rinascimento, organizzata a Ferrara nel 1933. Poco più che diciottenne, e iscritto all’università di lettere proprio in quegli anni, è un giovane bolognese di nome Francesco Arcangeli, di famiglia versata nell’arte in diverse discipline: Nino musicista, Gaetano poeta, Rosalba pittrice. Una sola anima si agitava in loro, carichi di verità e di passione. E certamente Arcangeli (che sarebbe stato lo studioso più ricco e completo di una stirpe che non si è più riprodotta) in quella stessa aula ebbe una illuminazione, perché sentì d’essere il punto di arrivo di una coscienza densa di umori, e, anche sotterranea, di quella diversa coscienza che ha il suo fondamento nella psicoanalisi. Iniziò così una lunga storia, non solo critica ma letteraria, umana, che avrebbe cambiato la storia dell’arte.

Longhi era nato ad Alba, nelle stesse terre di Cesare Pavese e, oggi, di Carlo Petrini (Slow food). Fra i suoi allievi, oltre ad Arcangeli, più carico e appassionato di tutti, anche Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Franco Giovannelli, i quali parteciparono all’impresa della fondazione di una nuova cultura. A partire dalla storia dell’arte, ma come esperienza totale di vita. È stata con questi principi la più importante rivoluzione negli studi dopo i fondamenti di Giorgio Vasari e di Luigi Lanzi, che avevano prestato la loro attenzione alle grandi scuole pittoriche e artistiche di Venezia, Firenze, Roma, trascurando proprio quella area padana entro la quale, con grande vitalità, Longhi si mosse. Intanto, indicando l’inizio e la fine: Wiligelmo a Modena tra XI e XII secolo e Giorgio Morandi a Bologna, confini temporali di un’area geografica che andava dal Piemonte alla Romagna: la Padanìa appunto. Proprio Wiligelmo e Morandi furono due temi di approfondimento per Arcangeli.

In qualche modo Longhi si mosse nella stessa direzione presa per la letteratura da Carlo Dionisotti e codificata nel saggio che andava oltre la visione nazionale delineata da Francesco De Sanctis: Geografia e storia della letteratura italiana. In questa logica si iscrivono anche gli sforzi di riappropriazione culturale delle lingue locali, con l’impegno di Pasolini rispetto alla lingua friulana, consacrata in lingua letteraria, come parallelamente avevano fatto, con la lingua veneta, Giacomo Noventa e, per quella romagnola, Tonino Guerra e Raffaello Baldini. La vasta area lombarda aveva avuto il suo poeta naturale (naturalmente dialettale) in lingua in Carlo Porta, anch’egli consacrato nella letteratura «alta» grazie agli studi di un letterato longhiano, Dante Isella.

Ed è proprio in quest’area nuova, in questo orgoglio delle identità e delle radici, che s’insinua anche la riabilitazione di Caravaggio, non più pittore criminale ma grande pittore padano, il più grande forse, attraverso la nuova luce degli studi longhiani. Lo stesso Arcangeli avrebbe integrato questo percorso critico con una nuova ed esaltante lettura dei pittori emiliani del Seicento: fra Bologna e la Romagna, in particolare Annibale e Ludovico Carracci, ma anche Pietro Faccini, Guido Cagnacci, Giuseppe Maria Crespi, e altri, spesso commoventi, minori, nello stesso spirito Denis Mahon si applicava a Guercino. Parallelamente Cesare Gnudi, con Andrea Emiliani, consacrava queste riscoperte in grandi mostre organizzate, di concerto con l’università, dalla soprintendenza alle belle arti. Siamo negli anni 60-70, un mondo ricco di spirito, di intelligenze e di entusiasmo, in cui Francesco Arcangeli, dopo l’intermezzo di Stefano Bottari, successore di Longhi nella cattedra di storia dell’arte medioevale e moderna a Bologna, fu l’erede designato.

Arcangeli non era soltanto uno storico dell’arte e un filologo. Era un poeta, un letterato per gusto e inclinazione, e un uomo appassionato e curioso che non poteva consentire che l’arte fosse un mondo separato di scuole e di tendenze, di antico e di moderno, e non solo nella percezione di un’area geografica definita e recuperata, la Padanìa appunto, ma nella visione universale di quelli che lui chiamava (sua tipica intuizione critica) "tramandi". Cosa sono i tramandi? Sono i fili di pensiero che legano Wiligelmo e Jackson Pollock determinandone un’analoga concezione dello spazio; Piero della Francesca e Piet Mondrian, guidati da un analogo ordine mentale, di pure geometrie; e di ritrovare il corpo, l’azione, la fantasia, i sensi, l’umore, l’espressione, come denominatori comuni degli artisti padani. Non è difficile capirlo e avvertirne le profonde differenze accostando Giotto, fiorentino, e Vitale da Bologna. Ma se queste illuminazioni e questi collegamenti avevano il potere e la forza di convincerci, nelle giornate delle sue memorabili lezioni, Arcangeli non si sarebbe ristretto nei confini della sua regione e della sua città. Ma, a partire da Pollock, scoperto nel 1958 a Roma, avrebbe allargato i suoi orizzonti a una nuova interpretazione di tutta la grande pittura europea, in particolare quella del Romanticismo (termine prima di lui dai confini indeterminati, in pittura).

A partire dal 1970, quando io mi iscrissi all’università, Arcangeli dopo l’arte padana iniziò uno scandaglio della grande pittura romantica inglese e tedesca, William Turner, John Constable, Caspar David Friedrich, e della nuova idea di spazio e di paesaggio rispetto all’ideale classico di Nicolas Poussin e Claude Lorrain, non senza orientare la sua attenzione sui visionari, attenti allo spazio interiore, Johann Heinrich Füssli, William Blake e Francisco Goya. Non contento, le sue lezioni, conservando i tramandi fra Turner e Pollock, tracciavano l’inedito percorso (che sarebbe poi stato il titolo nei suoi saggi pubblicati dalla Einaudi molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1974) "dal Romanticismo all’Informale". Dalla concezione aperta di Arcangeli deriva la certezza che la storia dell’arte non è una dialettica di passato e presente, ma un continuum che rende Giotto e Pablo Picasso equivalenti (autori non frequentati da Arcangeli, mossi dallo stesso intendimento, di interpretazione moderna della realtà, in una visione integrata). La stessa modernità è una condizione interiore, non un passaggio storico. Nell’arte il tempo non esiste. Esistono, propriamente, i tramandi. Potremmo dire che Mondrian è più moderno di Piero della Francesca, che Gustave Courbet è più moderno di Caravaggio?

Francesco Arcangeli non è stato uno storico dell’arte antica, è stato un interprete dello spirito dell’arte. E non si è risparmiato come critico militante, cercando le urgenze della pittura informale, in quelli che chiamava "gli ultimi naturalisti", Ennio Morlotti, Pompilio Mandelli, Vasco Bendini, il primo Sergio Vacchi, Mattia Moreni, indicando la vitalità della pittura come esigenza prima, non sottraendosi alle polemiche con i profeti dell’arte povera, i nuovi-nuovi, gli iperrealisti.

La delusione della vita fu, tradendolo e umiliandolo per l’insofferenza agli accostamenti con Pollock e Jean Fautrier, Giorgio Morandi che, con Longhi, fu il suo secondo padre, troppo duro e severo. Ne derivarono traumi critici, incertezze, nevrosi, depressioni e anche atti scomposti con esiti penosi. Poi, dopo il 1970, con la morte di Longhi, la liberazione, l’emancipazione intellettuale definitiva, la contrapposizione a un Arcangeli depresso di un Arcangeli euforico, la cui passione si colorava di erotismo. Ma, purtroppo, nel 1974 Arcangeli morì.

Nel saggio del 1948 Picasso voce recitante lasciò un elenco dei grandi maestri del Novecento che qui vale la pena di riprodurre per comprendere la chiarezza delle idee di questo critico italiano: Klee, Soutine, Matisse, Morandi, Bonnard, Carrà, Braque, Rouault, Utrillo, Modigliani, de Pisis, Chagall.

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