Non solo Ai Weiwei: la Cina dell'arte è più vicina

Collezionisti e gallerie del paese vanno alla ricerca di giovani talenti. E per sostenere la cultura presto apriranno nuovi musei

Il pittore Victor Lai Ming-hoi (Getty Images)

di Stefano Pirovano - da Hong Kong, Pechino e Shanghai

L’arte contemporanea cinese, almeno in Europa, ha il suo eroe: il dissidente Ai Weiwei, che la Germania ha scelto per il proprio padiglione alla prossima Biennale di Venezia, mentre la Galleria Continua gli dedica un’importante personale a San Giminiano (Siena). Lui il 27 ottobre probabilmente non sarà in Toscana, anche per l’accusa di evasione fiscale che pende in patria sulla sua testa, però tutto il clamore sull’artista è più una faccenda europea, che non riscuote molto interesse da parte dei collezionisti cinesi, più interessati a scoprire (e a valorizzare) nuovi talenti emergenti.

Nel viaggio all’interno del collezionismo cinese la prima tappa è Hong Kong, roccaforte tax free dei grandi capitali, mentre nel resto del paese l’aliquota sulle opere d’arte è del 24 per cento. Il primo contatto è Peter Lau, editore di fotografia e collezionista di antichi timbri. Nei weekend naviga a bordo del suo motoscafo il mare dell’incantevole arcipelago che si apre appena fuori dal porto, mentre fino a qualche tempo fa navigava anche in quello della finanza: "Fino a un certo punto i cinesi hanno comprato artisti cinesi soprattutto per un problema di lingua. Poi qualcuno ha cominciato a parlare anche l’inglese". E basta una visita all’Asia Art archive per capire che cosa intende dire. Si tratta di un centro di documentazione sostenuto per il 20 per cento dal governo e per il rimanente 80 da un gruppo internazionale di collezionisti. Nove ricercatori sparsi fra Giappone, Corea del Sud, India, Cina, Filippine e Taiwan coordinati dal centro operativo di Hong Kong. "Vogliamo ricostruire la recente storia artistica asiatica" spiega Chantal Wong, responsabile dei progetti speciali, "ma da un punto di vista internazionale. Abbiamo anche aperto una residenza per artisti stranieri".

Quali sono gli under 35 da tenere d’occhio? Chantal Wong indica Lee Kit, Luke Ching, Wong Wai Yin e Pak Sheung Chuen. Dopotutto è su Hong Kong che puntano grandi player del mercato dell’arte internazionale come Gagosian, White Cube e la stessa Art Basel, approdata qui lo scorso anno per rilanciare la fiera locale. E non è certo stato un caso, visto il progetto del costituendo M+ Museum, che con i suoi 160 milioni di dollari di budget quadriennale da spendere per mettere insieme la collezione sarà il più importante museo d’arte contemporanea dell’intera area. Pronto nel 2017, si troverà nel West Kowloon cultural district, a due passi dai megastore del lusso, e a regime impiegherà 400 persone. A oggi gli operativi sono già una quindicina, tra cui il curatore tedesco Tobias Berger, che il cronista incontra a pranzo, in un ristorante impersonale gelato dall’aria condizionata. Si tratterà di un grande museo, pensato sul modello della Tate o del Moma e perciò simbolo di libertà, individualismo, capitalismo, modello che stride un po’ con quello cinese. "Credo che questo sia per Hong Kong un modo di rivendicare la propria identità di città libera e aperta" sottolinea il curatore. "L’influenza del governo è minima e per ora nel board non c’è nemmeno un gallerista". In effetti, chi influenzerà chi è difficile da dire, soprattutto se si considera che il più importante collezionista d’arte cinese al mondo è Uli Sigg, ex ambasciatore svizzero a Pechino, il quale lo scorso giugno ad Art Basel ha annunciato che donerà all’M+ quasi tutti i suoi 1.500 pezzi.

Lo scorso 2 ottobre Shanghai ha aperto la propria biennale, che per la prima volta ha accolto i padiglioni delle città straniere, fra cui Los Angeles, Sydney e Berlino. Per l’Italia c’è Palermo. Francesca Girelli, ex Christie’s a Barcellona, che con l’Asia Art hub ha collaborato all’organizzazione dell’evento, è convinta che, per quanto importante sia stata l’influenza dell’Occidente nell’ultimo decennio, l’arte cinese esiste e ha un’evoluzione propria. Dà anche tre nomi di artisti a cui guardare: Xu Bing, Chen Zhou e Lee Kit, di nuovo lui.

Nessuno di loro fa parte della scuderia di Lorenz Helbling, svizzero come Sigg, e fondatore della Shangart Gallery, la prima galleria occidentale a essersi insediata a Hong Kong nel lontano 1995. È nell’M50, ex area industriale convertita all’arte contemporanea, Helbling parla da storico dell’arte più che da mercante ed è la testimonianza vivente di come qui la professione del gallerista si può fare davvero e bene. "L’arte non si inventa, si trova, è in giro. Qui c’era già dagli anni Settanta, però mancava il mercato, che è arrivato con lo sviluppo del paese, al quale ha certo contribuito rendendo la Cina meno isolata". Poi c’è la questione del collezionismo. "Bisogna considerare che il 90 per cento dei compratori è ancora occidentale".

Un dato significativo, con il quale concorda Roberto Ceresia, palermitano di origine, moglie cinese, proprietario della galleria Aike Dellarco, che all’M50 ha due sedi. Colpisce quel che Ceresia dice a proposito del secondo spazio, aperto di recente in un vecchio magazzino di cotone lasciato nelle condizioni originarie: "Solo qualche anno fa per questa scelta avrei fatto la figura di quello che non ha nemmeno i soldi per imbiancare". Al momento della visita c’è proprio una personale di Lee Kit, che rappresenterà Hong Kong alla prossima Biennale di Venezia. Con una punta di orgoglio, mascherata sotto il velo della confidenza, il giovane gallerista dice anche di essere stato lui a vendere a Sigg l’opera di Lee poi donata all’M+.

Yang Bin invece è di Pechino e la sua collezione si trova all’ultimo piano della club house di un circolo privato fuori città. Ha fatto fortuna importando auto Buick e Chrysler in Cina. Le opere alle pareti sono molte e di grande formato. Si riconoscono artisti ormai noti come Yang Pei Ming, Zhou Tiehai e Zhian Xiaogang. Davanti a un ampio divano bianco (peccato non sia italiano) stanno due rastrelliere da museo. Bin si accende un sigaro e con un telecomando le apre a una a una, con fierezza. Il viaggio artistico va dalla rivoluzione culturale, dove le tele sembrano dipinte alla metà del nostro Ottocento, allo scorso decennio, con l’avvento dell’astrazione. Tutto in 50 anni quello che in Occidente ce ne ha messi 200 ad accadere.

"C’è tanto, ma il collezionismo internazionale qui non è ancora maturo. I risultati delle aste sono ancora l’unica cosa che conta". A parlare è Federica Beltrame, direttrice della sede pechinese di Galleria Continua, nel distretto 798, dove nei primi anni Novanta c’erano solo gli studi degli artisti, mentre oggi le gallerie non si contano. Le autorità stanno pensando di farne un’area tax free, per contrastare il primato di Hong Kong. Qui si trova anche l’Ullens Centre for contemporary art, centro voluto da due collezionisti, Guy e Myriam Ullens, che però nel 2011 hanno mandato in asta quasi tutta la loro collezione, dando al mercato quello che molti osservatori hanno ritenuto un pessimo messaggio (nonostante i record).

È di questa opinione anche Sun Ning, proprietaria insieme al marito Chen Haitao di Platform China, la cui sede a Pechino è nel Cao Chang Di, l’altro distretto dell’arte (un’altra sede è a Honk Kong ed è diretta dall’italiana Claudia Albertini). Sun, che ha studiato a Londra, come ogni buon gallerista guarda al futuro: "Succederà che gli speculatori smetteranno di comprare e rimarranno solo i veri appassionati, cioè quelli meno ingenui". Però nemmeno lei parla volentieri di Ai Weiwei.

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