Cultura

Il 1968, iniezione di freschezza in un corpo economico e politico vecchio

Stenio Solinas spiega perché anche chi non è di sinistra dovrebbe apprezzare la salutare spallata generazionale che quella stagione assestò al conservatorismo

Parigi

Stenio Solinas

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Si può parlare bene del '68 senza essere e/o essere stato di sinistra? E se ne può parlare bene senza nascondersi dietro l'alibi di un ipotetico quanto tradito "Sessantotto di destra"?

Il 1968 come cortocircuito generazionale

Facciamo un passo indietro. Nel primo decennale della Contestazione stavo lavorando al pamphlet Macondoe P38 che uscì di lì a poco. Di quel libretto, queste righe mi sembrano ancora significative: "Pure qualche cosa significò, molte speranze sollevò, alcuni processi distruttivi innescò. Fra tanti cascami letterari e no, fra tanti moduli scontati e déjà-vu, prospettò realtà nuove, a livello di rapporti umani, e politici, e sociali. Non fu una rivoluzione; così come non fu un fuoco di paglia. Fu una via di mezzo, tipicamente italiana, e come tale destinata a non pagare chi seriamente la percorse, ma sempre pronta a essere presentata, dagli alti, come una specie di cambiale allo sconto".

Proviamo a riassumere: il '68 è il primo cortocircuito di una modernizzazione fine a sé stessa, priva cioè di quei correttivi che dovrebbero regolarla: istituzioni, corpi intermedi, senso dello Stato, programmazione, selezione della classe dirigente. È un cortocircuito generazionale, di figli contro padri, la sua forza, ma anche la sua debolezza. Il secondo cortocircuito sarà la lunga stagione del terrorismo. Il terzo, l'implosione del sistema dei partiti e la successiva incapacità di riformarlo ovvero rifondarlo. Quel cortocircuito era nella logica delle cose, ma anche necessario quanto salutare. C'era un Paese ormai industriale con pratiche ancora rurali, ridottesi a pure forme senza contenuto.

L'Italia nel solco francese

Il '68 insomma svelò che il re era nudo. Nel campo sessuale e nel rapporto uomo-donna, dove aleggiava ancora il cattivo odore del "delitto d'onore"; in quello familiare, dove la famiglia numerosa e monoreddito non riusciva piùa stare al passo con il tempo e con il consumo legato al tempo stesso; nell'istruzione, un Paese alfabetizzato e però con scuole ancora elitarie, e nelle professioni, mondo asfittico e uso a una gerarchia di pura e semplice anzianità, non più in grado di regolare l'accesso al mondo del lavoro.

Se si guarda alla genesi dell'Italia come nazione, si vedrà che essa nasce nel solco della Rivoluzione francese: di sinistra, non di destra, progressista, non conservatrice. Schematizzando, per fare l'Italia era stato necessario fare tabula rasa di ciò che c'era prima. La nuova dicotomia, a unità raggiunta, non fu tra conservatori e rivoluzionari, ma nella divisione propria al secondo campo tra riformisti e progressisti. Il "conservatorismo impossibile" nasce dal non capire che da noi i moderati non si identificano con i conservatori, ma fanno anch'essi parte del mito della modernizzazione del Paese. In questa ottica, il '68 fu un'iniezione di freschezza in un corpo sociale, politico, economico vecchio e ipocrita, una salutare spallata generazionale, se si vuole, che merita l'onore delle armi. 

(Articolo pubblicato sul n° 17 di Panorama in edicola dal 12 aprile 2018 con il titolo "1968 come lo giudica chi non è di sinistra")

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