Claudio Trionfera

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Oh, la delicatezza di They. E delle sue visioni vagabonde nello spicchio d’America raccontato da Anahita Ghazvinizadeh (uscita in sala 15 maggio, durata 80’, in contemporanea con la proiezione al Festival “Orlando” di Bergamo, presente la regista), iraniana neppure trentenne di superiore sensibilità cinematografica, esploratrice di sé, dell’adolescenza e delle anime erranti. Con un’opera di matrice, ad un tempo, sociale, introspettiva, realistica e fantastica: governata con modi quasi elegiaci dalla poesia e dalla ricerca dell’identità in tutte le sue forme più intime.

Un cammino nei boschi con i versi di Elizabeth Bishop

E il fatto poetico spunta subito, con le strofe sublimi di Elizabeth Bishop ne La montagna, postmoderni e intensamente figurativi, evocativi allo spasimo tra nebbie impenetrabili e tatuaggi blu, ali di pietra e artigli perduti, ombre che calano e luci che salgono, il canto degli uccelli che svanisce e le stelle che fanno volare i loro aquiloni. “Non so quanti anni ho, dimmi quanti anni ho” il verso ricorrente e ritmico nella sua drammatica erranza ad accompagnare il cammino nei boschi del quattordicenne J. (Rhys Fehrenbacher), sospeso tra l’essere John e l’essere Jane, dunque nomade e congelato in una sospensione sessuale dalla quale non sa uscire, preferendo piuttosto che lo/a chiamino They, cioè Loro.

Il weekend a Chicago diventata un “nonluogo”

Siamo nella periferia di Chicago ma è come se fosse un nonluogo. J. Vive da tempo la sua indeterminatezza seguendo una terapia ormonale che gli rallenta la pubertà ma che adesso, venuto il momento non rinviabile della scelta di genere maschile/femminile, deve sospendere e decidere “chi” vuol davvero diventare.

Tutto nello spazio di un weekend: durante il quale il ragazzo, troppo giovane per determinare drasticamente la propria vita, deve decidere. Da solo. Perché i genitori sono in viaggio e al loro posto, per così dire, arriva ad assisterlo sua sorella Lauren (Nicole Coffineau) col fidanzato iraniano Araz (Koohyar Hosseini) che deve tornare nel suo paese a rivedere i parenti e non sa se lo faranno rientrare negli Stati Uniti se prima non avrà sposato la sua ragazza americana. Dov’è la vera casa?

Una gattona rossa per amica e compagna

Insomma ciascuno nella sua indefinitezza. Spaziale, temporale, sessuale. Lo stare in nessun luogo, oppure l’essere né ragazza né ragazzo, a volte l’una a volte l’altro. Ogni passaggio accompagnato dalla rifrazione simbolica di vite levitanti tra cielo e terra, essere e non essere, vivere e non vivere. Soprattutto J., con la gattona rossa di nome Mitsu, sua unica vera compagna, che come tutti i gatti spesso c’è e altrettanto spesso non c’è, chiuso nell’opalescenza astrale della serra, ulteriore nonluogo  dove cura le sue piante: anche queste fasciate di simboli tra le stagionali che ballano una sola estate e le perenni che, come lui, smettono di crescere per una parte dell’anno.

Iran, nostalgie e bonsai tra Bach e folklore curdo

C’è traccia di Vita segreta delle piante, quella di Peter Tompkins e Christopher Bird e del loro libro che rapisce, impronte di sussurri e di bonsai, di pareti bleu da riempire con le immagini del passato, di nostalgie iraniane mischiate con musiche di Bach e folklore curdo nel continuo, incessante e – anche quello simbolico – sfumare da una scena all’altra nella fotografia sognante di Carolina Marsiaj Costa brasiliana del futuro.  Perfino indizi, in un sintomatico disegno appuntato nella stanza di J., di una tecnica strappata alla Marjane Satrapi di Persepolis, graphic novel e film successivo nelle incerte tremolanti vibrazioni d’acquario dove la storia, nel suo incedere dolce, s’immerge.

Voto: 4/5
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