Cinema

The Post di Steven Spielberg: Meryl Streep e altri 5 motivi per vederlo

Un film sul giornalismo che fu e su quello che può ancora essere. Ispiratore per le donne senza voce e paladino della libertà di stampa

The Post

Simona Santoni

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Meryl Streep, Tom Hanks, Steven Spielberg: un trio delle meraviglie, nove premi Oscar riuniti, per la prima volta tutti insieme per The Post, il film su una pagina gloriosa e tempestosa di giornalismo: la pubblicazione da parte del New York Times e del Washington Post dei documenti top secret Pentagon Papers sulla guerra in Vietnam. E tutti e tre, Streep, Hanks e Spielberg, hanno fatto capolino a Milano per presentare il loro lavoro.

Dal 1° febbraio al cinema, The Post è un film tecnicamente attento e tagliente, utile e soprendentemente attuale nonostante sia ambientato nel 1971, con super Streep che fa saltare il cuore oltre l'ostacolo di una sceneggiatura corposa e un po' rigida, che a volte affatica. 

La divina Meryl, tra le promotrici del progetto "Time's Up" (Tempo scaduto) contro le molestie sessuali mosso dallo scandalo Weinstein, è di nuovo ispirazione per le donne (e non solo). Interpreta Katherine Graham, la prima editrice donna di un giornale, il suo Washington Post, in un mondo sociale dominato dai maschi. Meryl, con il suo carisma delicato, è tante sfumature complesse tutte insieme, che sa esplorare con la grandezza che ci è ormai nota (altro che attrice sopravvalutata, mister Trump!).

Oltre a Meryl Streep, ecco 5 motivi per vedere The Post.

 

1) Una lezione di giornalismo

Tom Hanks interpreta Ben Bradlee, il direttore audace e ambizioso che voleva spingere il Washington Post verso un futuro grandioso, sfidando il New York Times (nel 1971 il Washigton Post era un quotidiano di secondo ordine rispetto al Washington Star, che era il numero uno della città). Grazie alla sua voracità e alla sua presunzione, ha intavolato una lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa.

The Post è una lezione sul giornalismo d'altri tempi, che dovrebbe essere anche quello dei nostri tempi. Quel giornalismo sospinto da una missione. La missione di svelare, di dare notizie che siano "la prima bozza della Storia", come dice Katherine Graham (Streep) nel film. Un giornalismo che voglia scovare la verità, a qualunque costo. Anche a rischio di venir processati dalla Corte Suprema. 

2) Fonte di ispirazione per le donne 

Katherine Graham aveva ereditato il Washington Post dal marito, che lo aveva ricevuto dal padre di lei. Nonostante le forti pressioni, i pareri dei legali, i consigli di chi le sta vicino, la Graham accetta di rischiare di perdere tutto e di pubblicare sulla sua testata dossier governativi top secret, che svelano il lato più oscuro del coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam, guerra protratta - a caro costo di vite umane - soprattutto per evitare una sconfitta umiliante. 

"Il film vuole ispirare le donne che non hanno voce", dice Spielberg.
"Katherine Graham è
 una donna che è stata in grado di ricavarsi il suo posto nella cultura, di vincere un premio Pulitzer con la propria autobiografia, un'icona veramente importante per questo secolo", spiega Meryl Streep. "Aveva quasi la sensazione di non essere al posto che le competeva. All'epoca le redazioni non contemplavano donne, se non nei ruoli di segretarie. Katherine in un certo senso addirittura sfida Nixon, pur non essendo così consapevole della sua autorità". 

"La prima versione della sceneggiatura è stata scritta da Liz Hannah ed è stata acquistata da Amy Pascal sei giorni prima delle ultime elezioni americane e tutti quanti noi pensavamo che sarebbe stato uno sguardo un po' nostalgico a quanto le donne avevano fatto, soprattutto in previsione di una presidente donna, cosa che tutti davamo per scontata", riflette ancora la Streep. "E invece dopo i risultati elettorali c'è stato un aumento delle ostilità verso la libertà di stampa e un aumento degli attacchi nei confronti delle donne, realizzato al vertice del nostro governo. Questo film è diventato una riflessione su quanta strada non abbiamo fatto". 

3) La libertà di stampa, un diritto da difendere

Per trent'anni, per quattro generazioni, i presidenti statunitensi hanno mentito al proprio popolo sulla guerra in Vietnam e il quinto arrivato, il presidente Nixon, ha minacciato di sopprimere la libertà di stampa. The Post è una battaglia fino all'ultima rotativa per non piegarsi al silenzio. 

"Credo che la libertà di stampa sia un diritto che consente ai giornalisti di essere i veri guardiani della democrazia. Temo che oggi sia di nuovo sotto attacco": Spielberg dà la sua stoccata al presidente Trump. I media americani hanno sostenuto The Post: "Sono gli stessi che tutti i giorni devono lottare contro l'amministrazione, che etichetta come 'fake news' l'informazione che non piace al presidente". 

4) Trarre profitto dalla qualità

Pubblicando i Pentagon Papers, Katherine Graham rischiava la prigione e metteva in ballo le sorti del giornale che in quel periodo stava per essere quotato in Borsa.
Graham aveva una visione luminosa del giornalismo: "Investiamo in giornalisti di ottima qualità". Eccola poi sciorinare con convinzione un concetto oggi quasi utopico e démodé: "Qualità e profitto vanno sempre di pari passo".  

In epoca di click, di rincorsa alle page views, di tutto subito e quantità e velocità che surclassano l'approfondimento e la qualità, le sue parole sembrano quelle di un'ottimista sprovveduta. E invece sono da afferrare al volo, come il ricordo di quello che si potrebbe ancora essere.

5) Nostalgia del giornalismo che fu

Che senso di bello si respira durante The Post quando la camera si sofferma sulle rotative, sui caratteri minuziosamente composti, sulle paginate di giornale fresche di stampa, sulle schiere di addetti che nella notte distribuiscono innumerevoli copie... E poi le redazioni numerose, gli stagisti, il rumore delle macchine da scrivere, il tubo dove consegnare gli articoli... 

The Post fa rivivere, quasi a livello fisico, il giornalismo che fu.

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