Claudio Trionfera

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Les enfants terribles. Quelli del cinema horror. Dopo il Brahms porcellanato di The Boy arriva il Cody in carne, ossa e terrori onirici di Somnia, in uscita il 26 giugno a firma di Mike Flanagan. Regista sul quale vale subito la pena d’intrattenersi. Intanto perché nato in un posto che alimenta fantasie “programmatiche” come Salem (Massachusetts, 38 anni fa); poi – diremo soprattutto – per le sue qualità creative, che nel genere di riferimento si sono già manifestate con una certa eloquenza. A cominciare dall’esordio nel 2011 con il premiatissimo Absentia, girato con un budget di soli 70 mila dollari, per proseguire nel 2013 con il più noto e Oculus – Il riflesso del male, sviluppato su uno dei suoi precedenti cortometraggi (Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan,  2005). Non ci si ferma qui perché un suo film di quest’anno, Hush – Il terrore del silenzio, viene distribuito direttamente da Netflix mentre è in postproduzione il nuovo Ouija 2, che dovrebbe arrivare in Italia verso la fine di ottobre.

Quella strana facoltà

Insomma, ce n’è abbastanza per annoverare Flanagan tra i cineasti da seguire. E per introdurre con qualche consapevolezza l’opera di oggi, che parla di sogni un po’ speciali. A farli è l’orfanello Cody, volto “speciale” anche lui perché è il piccolo celebrato attore Jacob Tremblay di Room. Di questa sua facoltà, o dono,  si accorgono subito i nuovi genitori adottivi, Jessie e Mark Hobson (Kate Bosworth e Thomas Jane), che lo accolgono in casa ancora sconvolti per la perdita del figlioletto Sean (Antonio Evan Romero), altra baby-star di un certa fama nella tv americana) affogato nella vasca da bagno.

Quando il sonno genera mostri

Per la verità non sono loro i primi a prendersi cura di Cody: altri in passato ci hanno provato, ma c’è chi è scappato, chi è sparito, chi ha addirittura tentato di ucciderlo. Questo gli Hobson non lo sanno, perciò albergano il bambino in casa loro con carezze, sorrisi e serenità. Ignari. Di che cosa? Delle sue doti, appunto. Che si svelano inevitabilmente di notte, quando egli si addormenta e sogna, materializzando attorno a sé ciò che immagina, vede ed escogita nel sonno. Per esempio nuvole di farfalle colorate - lui ne va matto, ossessivamente infervorato (e solo alla fine capiremo perché) - che  invadono il soggiorno davanti ai due increduli coniugi; dopo,  coup de théâtre, addirittura l’innocente Sean, come resuscitato dal sogno di Cody che ha visto il ragazzino in una fotografia ed è perciò in grado di riprodurlo.

Cody però non dorme volentieri. Scopriamo che prende perfino degli eccitanti. Ha paura. Di un mostro che simboleggia la malattia assassina di sua madre e che egli, nel vero senso della parola, incarna in sogno. Dopo le farfalle, in genere, arriva l’Uomo Cancro. E fa veri sfracelli che, a questo punto, si lasciano all’immaginazione dello spettatore.

Scusate lo spavento

L’incubo visionario si sviluppa in un crescendo sfrenato. Le “vittime” dell’infante vengono inghiottite nel gorgo onirico e nessuno sa che fine facciano, anche se il piccolo protagonista non è di quelli demònici sui quali il cinema dell’orrore ha allenato al peggio i propri fan. Anzi. Egli è angelico, stupefatto, sofferente e impaurito da far tenerezza. Inoltre, dopo i sogni tremendi che fa, chiede scusa a tutti.  Quindi è anche educato. Ma ciò non basta ad evitare chi gli sta intorno avverta un costante, imminente senso di pericolo. Specie, come detto, nelle ore notturne, raccontate da Flanagan seguendo tracciati da manuale. Guai svegliarsi nel buio, per esempio, e girare per casa senza fare il movimento più istintivo, quello di spingere l’interruttore e accendere le luci, cosa che peraltro mai avviene nel cinema horror.

Polveriera senza colpo decisivo

Così tra buio, ombre, apparizioni, farfalle, mostri, toccanti rendez-vous tra i genitori e il figlioletto morto se ne vanno due terzi di film. Dove l’allarme è costante, pure in una bizzarra originale combinazione e sovrapposizione di alterne e spesso contrastanti sostanze: tra grumi di energia diabolica e apparizioni spirituali, passaggi estatici e incursioni nel raccapriccio scuro e angosciante. A garantire sussulti e trasalimenti. Più in là, magari, il racconto si sparpaglia e un po’ s’affloscia, mancando il colpo decisivo proprio quando gli innominabili sogni del ragazzino imboccano la via dell’incontinenza sepolcrale, allestendo un’autentica polveriera fenomenica. Perfino con citazioni supercult come quella – lugubre, gocciolante, bituminosa attrazione visuale - di crisalidi umane che rimandano ai Body Snatchers, gli ultracorpiprima letterari (di Jack Finney) poi cinematografici (Don Siegel e Abel Ferrara autori delle versioni migliori). E che dire del bambino che tenta in ogni maniera di non addormentarsi?

Simpatico e terribile

Il giovinetto Jacob Tremblay è uno spasso nei panni del sognatore Cody. Simpatico per natura e terribile suo malgrado, è, come dire, il centro gravitazionale dell’intrapresa, con l’incombenza di esercitare le maggiori pressioni narrative garantite dall’attuale ottimo standard degli effetti speciali. Kate Bosworth è la mamma adottiva Jessie, brava e avvenente quanto tenace nell’assecondare, contro ogni ragionevole evidenza, il vagheggiamento di una nuova maternità. Thomas Jane, padre adottivo, lascia tracce meno incisive come personaggio e qualità di recitazione.

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