Claudio Trionfera

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Una giornata dentro casa, a Bucarest. Con i segni, fuori, di una nevicata recente, marciapiedi bagnati e poltiglia, freddo penetrante e grigiore diffuso quanto la mestizia saturante. Dentro casa. A commemorare un defunto, aspettando un pranzo che non si materializza, un’armonia che non si trova e un vestito troppo largo. O, forse, un defunto a commemorare e giudicare parenti e conoscenti riuniti nell’appartamento dei rimpianti e delle discordie.

Che film. E che titolo. Sieranevada (uscita l’8 giugno, durata 173’), opera di Cristi Puiu, cinquantenne profeta della new wave rumena praticamente di casa al Festival di Cannes, evoca orizzonti remoti e avventurosi, ortograficamente (e foneticamente) modificati ad uso dell’idioma locale. Una specie di cartello identificativo e non replicabile appeso a questa seducente avventura cinematografica che mette in campo considerazioni e tematiche salienti con grande semplicità e disinvoltura. In una connotazione storica ben precisata e non casuale perché la vicenda si svolge nel 2015, tre giorni dopo l’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, ventisei anni dopo la caduta del muro di Berlino e quattordici dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Argomenti che tornano in varia misura e modi nell’intreccio verbale sviluppato lungo il racconto nel confrontarsi, a volte aspro, tra generazioni e culture diverse ancorché appartenenti alla stessa terra.

Ma quel pranzo diventa una chimera

C’è una sorta di guida in questo viaggio: il medico di mezza età Lary (Mimi Brănescu) che quaranta  giorni dopo la morte del padre si reca con sua moglie Sandra (Judith State) nella casa di famiglia a render omaggio, come vuole la tradizione, alla memoria del defunto riunendo a pranzo il parentado con un rituale benedetto dal pope.

È sabato. Ma la giornata dura più a lungo del previsto e fa saltare tutti gli schemi, perché il pope ritarda, il pranzo slitta di ora in ora trasformandosi (e non è detto che avverrà) in cena. In mezzo, nel rotolare del tempo,  ci si confronta, si litiga, si piange e si ride fra crisi ipoglicemiche in agguato nel protrarsi irreale e crudele dello stazionamento davanti alla tavola intoccabile e agl’involtini di verza in trepida attesa di essere addentati.

Incontri e scontri ai confini della realtà

Si evoca lo scomparso. Ma non si manifesta soltanto la nostalgia della vedova. Due nipoti trovano il modo di scontrarsi sulla tesi cospirazionistica dell’11 settembre, una vecchia zia nostalgica del comunismo fa disperare sua nipote fin quasi alla crisi di nervi nello scontro tra funzionalità sociale e libertà individuale, una giovane ospite ubriaca, forse drogata e ovunque vomitante viene nascosta in una camera, la moglie di Lary approfitta del generale ritardo per uscire e fare l’agognata spesa al Carrefour, uno zio avversato negli anni fa il suo ritorno in famiglia, si accende perfino una leggendaria disputa su una Biancaneve sospesa fra Disney e i Fratelli Grimm.

Tra nuvole di fumo e decine di sigarette bruciate, aspirate, divorate da chiunque perché, qua, fumano proprio tutti. E via così. In un indescrivibile viluppo di parole e di azioni prodotto dalla più assoluta e apparentemente banale registrazione del quotidiano nella sua “normalità”.

Un Paese che fatica a crescere e a giudicarsi

Di normale, invece, c’è praticamente nulla nei modi narrativi e stilistici di questo film esemplare. Dove succede tutto e niente, senza inizio e senza fine. Come se il regista avesse deciso d’isolare questa giornata in mezzo a tante altre, rappresentandone l’obiettiva eccezionalità in una cornice del tutto ordinaria. Lasciando filtrare, trasparire o addirittura colare da quelle pareti e da quei mobili datati o dalla normalità dei dialoghi un contenuto denso di problematiche e di interrogativi:  abbastanza diffuso e profondo da fissare l’immagine di un Paese, la Romania appunto, ancora incapace di valutare obiettivamente il proprio passato, vivere serenamente il presente e guardare al futuro con la necessaria continuità. Nel pubblico e, come si vede qua, nel privato, nella concitazione di gente affamata e perciò nervosa, più incline alla lite che alla riflessione sui motivi di quel consesso.

Paradossi e drammi che ricordano Buñuel  a Scola

Nei dieci minuti iniziali, in una strada ostacolata dai lavori in corso, con la macchina da presa fissa in panoramica a riprendere Lary, sua moglie e una bambina - che probabilmente è la loro figlia – parlare indistintamente e muoversi avanti e indietro prima di salire in macchina ci sono già tutta l’impostazione del film, gli interrogativi e le attese che genera.

Così come quel pranzo, destinato a diventare qualcosa di mitico nel suo continuo allontanarsi e scivolare in avanti, un po’ ricordando gli stessi destini dell’irrealizzabile cena nel Fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel: se si vuole, certo con dosi diverse di surrealismo e con una impronta grottesca tanto più incisiva quanto derivata dalla materialità dell’esistenza e del contesto narrativo. Quello di una gigantesca commedia corale che diviene, a poco a poco, contenitore di drammi personali e situazioni paradossali se non addirittura ridicole in un ambito famigliare d’ambiente circoscritto che non può non evocare, in tema di citazioni, l’ispirazione migliore di Ettore Scola.

Ecco l’apoteosi del piano sequenza

Ma dall’inizio in poi, nel magnifico gioco dell’obiettivo (la fotografia è di Barbu Bălăsoiu), il film è destinato ad imporsi da autentica, virtuosa, funambolica apoteosi del piano sequenza come metodo. Nelle quasi tre ore di proiezione – leggere, tese, godibilissime – le scene e il loro montaggio si contano quasi sulle dita di una mano. Tutto si raccoglie attorno al punto di vista di una macchina da presa che stabilisce la sua prospettiva ad altezza d’uomo, fissa o dinamica, pedinando senza interruzione i personaggi da una camera all’altra, facendo passare il testimone da una figura all’altra; o sostando, statica, in un quadro dal quale le figure entrano, escono, agiscono, parlano restituendo il senso del tempo reale.

Un sistema d’inquadrature continue dove si ha sempre la sensazione di partecipare agli eventi e di vivere dall’interno  l’ambiente e le persone che vi si muovono generando la narrazione. Magistrale, in uno dei rari esterni/interni, la lunga scena girata nell’automobile in sosta col dialogo - del tutto superficiale eppure coinvolgente - tra Lary e sua moglie: l’obiettivo, fisso, posizionato sul sedile posteriore a riprendere il profilo di Sandra e la nuca di Lary, le espressioni del quale si desumono  dallo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore. Con una tecnica di ripresa ai limiti della maestrìa e della perfezione.

Il magnetismo dello “sguardo” e della soggettiva

Comico e tragico, realistico e paradossale, pragmatico e rarefatto. Tutti insieme questi elementi, affidati ad una recitazione collettiva splendidamente naturalistica nella sceneggiatura che sembrerebbe lasciare spazio perfino all’improvvisazione, suggeriscono la traccia di un cinema magnetico e affascinante, affidato interamente alle suggestioni dello sguardo e di una angolatura visuale spesso disincantata e divertita. Forse quella del medico quarantenne che, come nella commedia dell’arte, pare assumere il ruolo di presentatore-autore. O forse, più arditamente ma con qualche buona ragione di fantasia espressiva e filologica, quella soggettiva ad un tempo insistita, petulante, benigna e disincantata appartiene ad un’altra dimensione: quella del defunto e della sua osservazione, presenza invisibile e “coscienza esterna” al racconto.

Voto: 4/5
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