Cinema

Il Re Leone, 25 anni dopo torna al cinema. Perché? - La recensione

Jon Favreau cerca di replicare la magia de "Il libro della giungla" nell'ennesimo remake di un classico d'animazione Disney. Ma non riesce

Il Re Leone

Simona Santoni

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Venticinque anni dopo, Il Re Leone, l'amato classico dell'animazione Disney, torna al cinema, dal 21 agosto nelle sale italiane. Non più in veste di cartoon ma in quella di film di animazione computerizzata fotorealistica. Quindi... sì, sempre di animazione si tratta.

Il leoncino un po' boriosetto e ingenuo, costretto a fare i conti con le sue debolezze, sembra uscito davvero dalle africane "Terre del branco", in carne e artigli. Questo "effetto realtà", però, poco aggiunge al cartone che nel 1995 vinse il Golden Globe come miglior film commedia o musicale (e altri due Globe per le musiche) e due Oscar per canzone e colonna sonora. Anzi, toglie un po' di magia. Quindi... perché, ora, questo rifacimento? 

La risposta sembra chiara: 497 milioni di dollari, gli incassi attuali del film negli Stati Uniti, dove è stato rilasciato il 19 luglio. A livello mondiale: 1 miliardo e 438 milioni. Senza tener conto dell'inflazione, ha già superato il suo capostipite del 1994, che incassò 968.483.777 dollari. 

 

La strana operazione "Il Re Leone"

La Disney da un po' di anni ha intrapreso la strada - criticabile o meno - di rifare i classici d'animazione più apprezzati, traducendoli i film in live action, con attori e location vere. 

Nel 2015 è capitato a Cenerentola, alla regia di Kenneth Branagh, con Lily James a interpretare la Cinderella della fiaba e Cate Blanchett nei panni della matrigna. Recentemente ad Aladdin, riletto da Guy Ritchie.

Nel 2016 è toccato a Il libro della giungla, che è stato una sorta di apripista per Il Re Leone: la trasposizione dell'omonima pellicola d'animazione del 1967 ha come personaggi quasi esclusivamente animali, che sono stati riprodotti in CGI con realismo sorprendente. Ma la cosa più soprendente, nel bellissimo film di Jon Favreau, è stata la magnifica interazione tra questi animali riprodotti al computer e il piccolo Neel Sethi, l'unico attore in carne e ossa (un po' come è successo a Bob Hoskins in Chi ha incastrato Roger Rabbit, che interagiva con conigli e personaggi dei cartoni animati). Le performance in live-action sono state mescolate ad ambientazioni digitali e animali frutto di animazione fotorealistica. 

Nel caso de Il Re Leone, la cui regia è stata affidata ancora a Jon Favreau, non c'è però alcun attore in carne e ossa, proprio nessuno. E si fatica a capire la necessità di un rifacimento. 

Si tratta di live action o animazione? "È difficile da spiegare", ha detto Favreau. "Stiamo reinventando il medium cinematografico".

Artigli spuntati, cuore spento

Alle perplessità sulla necessità di una simile operazione, se ne aggiungono altre più prettamente narrative. La rivisitazione del 2019 manca dell'energia e del cuore che avevano caratterizzato l'originale firmato Roger Allers e Rob Minkoff. Nella ricerca naturalistica, Favreau smarrisce il tocco incantato. 

Gli effetti visivi guidati da Robert Legato, Adam Valdez e Andrew R. Jones, gli stessi de Il libro della giungla, sono notevoli: ciascun personaggio e ogni ambientazione sono stati completamente costruiti in computer grafica. Però Simba e soci non trasudano simpatia ed empatia come i loro alter ego di venticinque anni fa, dagli occhi sgranati e i musi accattivanti.

"Hakuna Matata", cantano ancora il suricato Timon e il facocero Pumbaa, ma la magia di quelle "due magiche parole contro tutti i problemi" è evaporata. 


Nella versione italiana, danno la voce a Simba e Nala adulti Marco Mengoni ed Elisa. Non male, anche se la voce di Mengoni è così ineccepibilmente quella di... Mengoni. Bella, certo, molto caratteristica e riconoscibile: l'impressione è sempre quella di avere di fronte Marco, e non Simba, in versione leone. 

Voto: 2/5
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