Claudio Trionfera

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A Berlino siamo tutti bravi a essere gay, poi quando torniamo in Italia e ci presentiamo alle famiglie… le cose cambiano”.

Questo, più o meno, si dicono Antonio (Cristiano Caccamo) e Paolo (Salvatore Esposito), all’inizio di Puoi baciare lo sposo (in sala dal 1° marzo, durata 89’) di Alessandro Genovesi, che a Berlino si amano e in Italia arrivano con la voglia di sposarsi.

Aprendo la strada all’evolversi d’una commedia che tutto vuol essere fuor che un manifesto per i diritti civili, istruita piuttosto con una certa ludica levità: anche a rischio d’imbattersi in qualche luogo comune (peraltro volutamente introdotto) e risolta attraverso un gioco delle parti interprete, ad un tempo, della moralità borghese e della sua ineludibile evoluzione.

Quel sindaco “illuminato” che si scopre omofobo

Antonio e Paolo, dunque, si mettono in viaggio. Dovendo però, il primo, affrontare i genitori a Civita di Bagnoregio (il secondo, che invece viene dal napoletano, non si parla con la madre VincenzaRosaria D’Urso -  da quando, tre anni prima, le ha confessato i suoi sentimenti) dove subito quella collina franante, per lui, diventa una montagna da scalare: perché Roberto (Diego Abatantuono), che è suo padre e colà fa il sindaco illuminato professante ogni tipo d’integrazione, si scopre omofobo e certo non si sogna di celebrare il matrimonio del figlio, almeno “quel matrimonio”.

Peraltro ingaggiando un epico duello con Anna, una Monica Guerritore moglie e mamma di ferro che invece è disposta a tutto, perfino a cacciare il marito di casa e reclutare un famoso wedding planner (Enzo Miccio che fa se stesso), pur di rendere felice il figlio facendolo convolare a giustissime nozze. Con il côté più coreografico e rutilante possibile.

Tre compagni di scorribanda straniti e problematici

Accanto ai due fidanzati un grumo di personaggi non troppo folto ma robusto e spesso stranito o addirittura “pericoloso”. All’avventurosa e a momenti azzardata scorribanda in Italia si uniscono Benedetta (Diana Del Bufalo) amica del cuore della coppia e patita della moda;  Donato (Dino Abbrescia), stranito e sbandato coinquilino dei due mollato dalla moglie che lo ha scoperto mentre si vestiva da donna, preda d’angoscia abbandonica quindi naturalmente predisposto all’accollo, inclinazione che palesa nei modi più inopportuni (e importuni); e Camilla (Beatrice Arnera), innamorata senza speranza di Antonio che sul più bello prova a mandare all’aria ogni cosa.

Poi c’è Don Francesco (Antonio Catania), parroco di Civita il quale, sfidando evidenze, convenzioni e, in fondo, il suo stesso ruolo oltre, naturalmente, il padre-sindaco riottoso,  dichiara di volerlo celebrare lui stesso quel matrimonio, magari tra le rovine d’una chiesa sconsacrata.

Un tocco di surreale follia sentimentale

Come finirà, tra inciampi e bisticci, non è difficile prevedere considerando l’happy ending il naturale attracco di queste storie rimuginanti Indovina chi viene a cena? riprodotto nelle forme più diverse - e con echi di Grosso grasso matrimonio greco - inclusa la presente che a sua volta si rifà ad un lavoro teatrale americano (My Big Gay Italian Wedding di Anthony J. Wilkinson).

Tutto già visto? Non proprio. Perché Alessandro Genovesi, come sempre gli accade, maneggia forme e materia con classe, leggerezza, intelligenza e un tocco di surreale follia sentimentale: sicché la  commedia, virata un po’ a sorpresa, nel finale, in chiassoso e colorato musical, è squillante, corale, a volte spassosa e affollata di personaggi vividi costruiti con cura, ben recitati (Guerritore esemplare) dunque brillantemente diretti.

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Voto: 3/5
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