Cinema

Che noia questi Oscar 2019 così politici

Applausi a Green Book, a Spike Lee, a Regina King. Ma oltre al riscatto nero e alla diversità, vorremmo premiato anche il buon cinema

Spike Lee e Mahershala Ali

Simona Santoni

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Che noia questi Oscar buonisti, che inneggiano al riscatto, sempre e comunque. Dopo la protesta #OscarSoWhite del 2016 e l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, presidente che vuole erigere muri tra Stati Uniti e Messico e scardinare lo ius soli, gli Oscar si sono messi addosso l'armatura dei riparatori di ogni torto, proprio o altrui.

Si sono cosparsi il capo di cenere per le dimenticanze del passato verso il cinema black e hanno brandito il pugno, pronti a lodare ogni tipo di minoranza e diversità. A volte, però, a discapito della vera qualità cinematografica.

L'evidenza sta nei risultati degli Oscar 2019, dove un film stilisticamente audace come La favorita, ode alla settima arte, capolavoro di inquadrature, recitazione, sceneggiatura e scelte scenografiche, pur forte di dieci candidature ha vinto un solo Oscar, quello più facile da assegnare, come migliore attrice protagonista a Olivia Colman (che a differenza della traboccante e sorprendente Emma Stone, in gara insieme all'altra compagna di set Rachel Weisz come attrice non protagonista, non aveva una collega nera come contendente - nel caso di Emma, Regina King, vincitrice dell'Oscar con Se la strada potesse parlare -).

I risultati di questi #OscarSoBlack

I risultati della 91^ edizione degli Oscar parlano di buoni sentimenti, fratellanza, amore da preferire all'odio, apertura al diverso e allo straniero. Tutto giusto, anzi, giustissimo, ma senza dimenticare che il cinema è un'arte, non un sermone. Può avere valore educativo e sociale, sicuramente, ma senza trascurare la ricerca artistica.  

Se un regista (nero) talentuoso come Spike Lee, prima di oggi, aveva vinto solo un Oscar, onorario, è chiaro che il passato non è stato giusto. Ma che il presente ora sia di manica larga nella misura opposta, in nome di una giustizia da ripristinare, ha qualcosa di stonato. 

Ecco i premi più politici di questi #OscarSoBlack.

Tre Oscar - tra cui il più prestigioso come miglior film - per Green Book, storia di amicizia anti-razzismo tra un pianista afroamericano e un buttafuori italoamericano, molto divertente e ben ordita, che strizza però l'occhio allo spettatore.
Per l'Oscar al miglior film, secondo noi la sfida più plausibile avrebbe dovuto essere tra La favorita del greco Yorgos Lanthimos e Roma di Alfonso Cuarón. Green Book a ruota (avevamo già detto che la sua vittoria, non avesse avuto la meglio La favorita o Roma, sarebbe stata un male minore). 
Mahershala Ali, candidato come migliore attore non protagonista, fa doppietta: seconda candidatura, secondo centro, e guarda caso tutto ciò dopo il 2016 di #OscarSoWhite (vinse anche nel 2017 con Moonlight, diventando il primo musulmano a conquistare l'ambito premio). Meritato? Sì. Ma lo avrebbe meritato anche Sam Elliott per A star is born, attore bianco.

Tre Oscar anche a Black Pantherfilm Marvel sul supereroe nero re dello stato africano immaginario di Wakanda: colonna sonora, costumi e scenografia. Sul paco la costumista Ruth Carter ha ringraziato Spike Lee, il primo a credere in lei. Afroamericana anche la vincitrice dell'Oscar per la scenografia (prodution design) Hannah Beachler.

L'Oscar alla migliore sceneggiatura non originale a BlackKklansman di Spike Lee (colui che aveva levato la protesta #OscarSoWhite), film sul primo detective afroamericano nel Dipartimento di polizia di Colorado Springs, determinato a infiltrarsi nel Ku Klux Klan e a metterlo alle strette.

Regina King in Se la strada potesse parlare è una mamma nera coraggiosa che cerca di far uscire di prigione suo genero, incarcerato solo per il colore della sua pelle. La sua performance è notevole, nella dignità misurata e calda. Ma è un tripudio di espressività l'interpretazione di Emma Stone ne La favorita, film che a suo modo parla anche di diversità (l'amore saffico tra la regina Anna d'Inghilterra e Lady Sarah Churchill). 

Gli Oscar della diversità

Roma del regista messicano Alfonso Cuarón, insieme a Green Book, è stato l'altro vincitore. In bacheca tre Oscar, di cui due molto pesanti: migliore regia, migliore film straniero, migliore fotografia.
La regia e la fotografia de La favorita? Uno spettacolo. Nella categoria delle opere in lingua straniera, che sia stato ignorato un film come il giapponese Un affare di famiglia di Hirokazu Kore'eda fa un po' male al cuore.

Siamo sicuri che il fatto che Cuarón sia messicano - come lo era il vincitore dell'Oscar 2018, Guillermo del Toro con La forma dell'acqua - non sia stato un parametro in più per farlo trionfare e dare così un'ennesima stoccata a Trump? Del resto Spike Lee è stato chiaro, quando ha ritirato il suo Oscar, con un messaggio oltremodo politico: "Le elezioni 2020 sono dietro l'angolo, ricordiamocelo, possiamo fare una scelta di amore e non di odio".

Quattro Oscar a Bohemian Rhapsody, il film sui Queen molto pop e godibile pur senza particolari vezzi artistici? Tanti, troppi, anche se i premi sono per lo più tecnici, con la ciliegina dell'Academy Award a Rami Malek, attore di origini egiziane che interpreta Freddie Mercury, cantante di origini parsi, gay. Rami ha meritato - come avrebbe meritato anche il Christian Bale di Vice - ma anche qui, sullo sfondo, insieme ai meriti sembra esserci un omaggio all'accettazione del diverso. L'attore trentasettenne, alla sua prima candidatura, ha voluto ricordare le sue origini: "Sono il figlio di immigrati egiziani, americano di prima generazione, non ero la scelta più ovvia ma a quanto pare ha funzionato".

Applausi a Rami Malek, a Green Book, a Spike Lee, a Regina King, al cinema. E, proprio perché amiamo il cinema, la speranza è che nel 2020 si possa parlare solo di #OscarSoBeautiful. Senza preoccuparci troppo di White o Black. 

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