Claudio Trionfera

-

Tra Leonardo di Caprio e Peppino Di Capri c’è una certa differenza. A parte il rischio del malentendu sulla sovrapponibilità dei cognomi. Che, puntuale, si concretizza quando due chirurghi plastici, chiamati da un boss della camorra oramai smascherato a cambiargli i connotati, fraintendono il suo desiderio di rassomigliare a Di Caprio e lo trasformano, appunto, in Di Capri.

Da qui parte la giostra. Il boss, braccato da due poliziotti tutt’altro che svegli,  vuole la testa dei chirurghi che gli hanno sbagliato faccia ma nel frattempo, dopo essersi incrociato con il vero Di Capri (che poi viene sequestrato) e aver preso il suo posto in un comico recital, incomincia stoltamente a bearsi della sua nuova condizione di “cantante”.

E tutti inseguono tutti, i chirurghi sfuggono costantemente alla sentenza di morte decretata dal boss, i poliziotti non sanno più quale Di Capri arrestare, il caos monta fino al momento cruciale di un concerto natalizio nel teatro napoletano dove, si può immaginare, accade di tutto.

La farsa dilaga, con ottimo risultato comico, in un racconto che sarebbe un peccato svelare completamente nelle sue diverse trovate e oltremodo non facile da svolgere per i mille rivoli nei quali si orienta. Tra citazioni e qualche follia.

Gli attori a fare la differenza

Molto, è chiaro, lo fanno gli attori, guidati dalla regia di un cineasta interessante come Volfango De Biasi (Come tu mi vuoi, Iago, Un Natale stupefacente): Lillo e Greg sono i due chirurghi estetici; Paolo Ruffini e Francesco Mandelli i due poliziotti dall’ottusa intraprendenza; Giulia Bevilacqua la moglie del poliziotto Mandelli (l’attore si sdoppia poi nel personaggio del mammasantissima rimbambito che pare un Ruggero De Ceglie di Father & Son dei Soliti idioti trasformato in zombi  centenario); Enrico Guarneri un commissario corrotto dal boss; naturalmente Peppino Di Capri nella duplice veste di se stesso e del boss modificato dal bisturi. E diverse altre facce capaci di partecipare attivamente al generale sollazzo.

Tutti insieme e nel procedere in coppie mettono in piedi una batteria di amenità e di umorismo che pesca negli elementi classici della commedia senza farne, però, una commedia classica. Dunque scambi di persona, equivoci, iterazioni in cifra ora grottesca, ora surreale, con echi caricaturali o addirittura buffoneschi.

Domina la "parodia"

Insomma un repertorio completo di componenti, meccanismi e dispositivi comici al servizio di un film che si piega volutamente (e forse voluttuosamente) alla parodia: facendo il verso al genere gangsteristico americano e a quello malavitoso italiano. Non è un caso che l’habitat sia una Napoli periferica tutta cemento, folate di camorrismo spinto, spari, urla e vendette e che la recitazione e le scene tendano qualche volta ad andare a ruota libera. La faccenda fa il suo corso senza scivolare nel trash, anzi mantenendo in piedi una buona dignità artistica, ritmica ed espressiva.

Il ricordo di Franco e Ciccio in certe loro riuscite contraffazioni cinematografiche non è poi così remoto.

© Riproduzione Riservata

Commenti