Simona Santoni

-

Occhi bruni severi e diffidenti, viso e corpo da ex Miss Israele, Moran Atias è una zingara che non può passare inosservata in Third Person, nuovo film di Paul Haggis dal 2 aprile nelle sale italiane. Porta con sé una borsa di tela a mo' di guardaroba mobile e modalità tutt'altro che raffinate (vedi i capelli usati a mo' di filo interdentale), eppure colpisce l'attenzione di Adrien Brody, ambiguo uomo d'affari americano affascinato, disgustato, incuriosito. Lei ha una figlia da ritrovare, forse. Lui ha incubi da cancellare. In un balletto di fiducia e sospetto, per i due inizia un'avventura tra Roma e Taranto. Parallelamente si muovono intanto altre due vicende, in due città diverse. A Parigi uno scrittore (Liam Neeson) compone il suo nuovo romanzo e vive una tormentata relazione con una donna (Olivia Wilde) giovane e complessa, mentre la moglie (Kim Basinger) sta dall'altra parte dell'oceano. A New York un'ex attrice (Mila Kunis) di soap opera lavora come cameriera per pagare la battaglia legale per la custodia del figlio contro l'ex marito (James Franco).
Hotel, amori e perdite sono il fil rouge che lega le tre storie verso un finale da scoprire. Un nuovo mosaico, come già il regista canadese aveva fatto nel lungometraggio premio Oscar Crash - Contatto fisico (2004): questa volta però il fulcro non è la multirazzialità ma la complessità dei sentimenti amorosi.

Per Moran Atias si tratta della terza collaborazione con il cineasta. È diventata un'attrice internazionale proprio grazie alla serie tv tratta da Crash e Haggis l'ha voluta anche nel thriller The Next Three Days (2010) con Russell Crowe. Ancor prima era stata l'Italia a lanciarla, prima sulle passerelle come modella: la ricordate nel 2001 come "sposa in tempo di guerra" per Gattinoni, novella Giulietta israeliana abbracciata a un Romeo arabo? Passò quindi alla tv e a trasmissioni come I Raccomandati. Furono Stefano Gabbana e Domenico Dolce a suggerirle il cinema ed eccola da lì a poco a recitare per Mario Monicelli (Le rose del deserto), Dario Argento (La terza madre), Luca Lucini (Oggi sposi). 
Visto che Third Person è stato girato totalmente a Roma, per Moran, trentatreenne di Haifa ormai residente a Los Angeles, tornare in Italia è stato un po' come rientrare a casa. 

Incontriamo Moran Atias. 

Di Third Person lei è anche co-produttrice e Paul Haggis ha detto che è stata lei ad ispirarlo.
"Dopo The Next Three Days Paul Haggis mi ha chiamata con il desiderio di far un altro film insieme. Avrei potuto fingere di essere un'attrice super impegnata a Los Angeles e invece ho subito mostrato una grande voglia di lavorare ancora con questo grande maestro di cui apprezzo la capacità di raccontare storie con uno sguardo diverso. Come una ragazza di poca esperienza in un primo momento ho cercato su Google 'storie non ancora raccontate'. Poi invece mi sono chiesta cosa avrei voluto vedere al cinema. I rapporti intimi tra uomini e donne sono l'argomento che mi pone più domande. Perché è così difficile mettersi a nudo ed essere onesti? Non arrivi mai a rapporti trasparenti perché sei macchiata da quello che hai vissuto a casa, a scuola, nel passato. Visto che danno spazio a molta ambiguità, volevo esplorare queste relazioni: un mosaico di rapporti che faccia riflettere su chi siamo veramente. Sono andata da Paul con una risata isterica e le mani sudate e ho iniziato a parlare a raffica. Lui mi ha detto 'Ok, rilassati', e abbiamo scoperto interesse comune su questo complesso universo amoroso".

In Third Person interpreta Monika, una gitana che, seppur abbia modalità trascurate e da strada, non può celare la sua bellezza. Com'è stato interpretarla?
"È stata una gioia, un'esperienza magica e rara. Il sudore che ha addosso Monika è di strada, perché è sporca, non perché uscita da una palestra. Ho avuto il privilegio di vivere come una zingara per quattro mesi. Ho dedicato del tempo per sentire lo stento sulla pelle. Non mi sono lavata. Sono andata a pulire i vetri alle auto che passavano. Tutti mi urlavano, non mi davano neanche un euro. Ho cominciato a capire che un certo modo di vivere non è solo una scelta: dopo un po' non ti frega più niente, neanche della paura di andare per strada. Sono stata ospite di una famiglia di zingari di Roma e ho imparato che ci sono diverse fasce di gitani. Ho passato una giornata intera con una donna molto diffidente: mi sono detta 'questa è Monika'. Tornata a casa ho capito che non mi ha detto la verità e che i gitani sono grandi attori. Nel dar vita al mio personaggio ho cercato di calcolare bene quanto renderla credibile e quanto lasciare il dubbio della menzogna. Quando lasci una domanda attiva è più interessante di far mangiare una risposta". 

Com'è stato lavorare con Adrien Brody?
"Favoloso. Lo conoscevo già. All'inizio ero emozionata ad aver accanto un attore di grande esperienza come lui, poi per me è diventato importante soprattutto onorare la donna che interpreto. La società dà delle etichette e tu diventi l'etichetta che ti è stata data. La bellezza di questa storia è che Sean, l'uomo interpretato da Brody, sceglie di fidarsi di lei nonostante le bugie. Diventi pulita se qualcuno crede in te. Questo è più importante di qualsiasi attore premio Oscar. Forse ho scoperto questo forte legame con il mestiere dell'attore". 

Com'è stato tornare in Italia e girare a Roma?
"Per me è stato un sogno sotto tutti gli aspetti, poter girare nelle mia seconda casa. Ero felice come showgirl ma se ora faccio l'attrice lo devo a Dolce e Stefano che mi hanno spronato e han visto in me una profondità diversa". 

Molte delle storie di Third Person ruotano attorno ai figli... Desidera diventare madre?
"Mi piacerebbe avere una famiglia, creata con l'amore e il rispetto. I figli sono frutto dell'amore. Third Person si interroga su questo: quando diciamo di amare qualcuno cosa scegliamo? A volte si sposa il proprio ego, non la propria compagna". 

Ora ha interpretato una gitana, prima è stata una ragazza indù in Oggi sposi, un'araba nella serie tv Tyrant e nel film Le rose del deseto: è cosmopolita, così come nella vita. Cosa porta però sempre con sé delle sue origini israeliane?
"Credo di portare la nostra dualità: il nostro Paese è piccolo ma grande, è un enigma. Io porto me stessa: sono un connubio di forza e fragilità, ho con me un bagaglio culturale leggero e al contempo pesante. Avendo vissuto per anni lontana da Israele ho anche modi e gusti italiani e la professionalità statunitense. Non ho mai apprezzato il detto 'moglie e buoi dei paesi tuoi', anche il se il profumo del cibo cucinato da tua nonna è sempre il più buono".

Le minacce e gli orrori dell'Isis sono purtroppo nell'aria. Lei che viene da una terra martoriata che convive quotidianamente con l'odio come vive questo periodo storico?
"Purtroppo con paura, anche se non possiamo calare nella paura che soffoca. Dobbiamo trovare il modo di fidarci della bontà delle persone. Non possiamo arrenderci". 

So che sta scrivendo un film ambientato nel conflitto arabo-israeliano, un appello alla pace...
"Sì, e ho bisogno di un augurio di 'buona fortuna'. È una sceneggiatura sull'argomento più importante di tutti: capire come vivere in armonia. Per tante persone la pace è solo uno slogan, una bandiera colorata. Mi sento addosso tanta responsabilità".

Ora che vive a Los Angeles, cosa le manca più dell'Italia?
"Mi mancano i miei amici, il gusto di vivere in ogni momento, di godersi la vita, i cappuccini, la pasta non fatta con l'acqua americana, la complessità, l'arte... Mi piacerebbe tanto riuscire a lavorare ancora in Italia, se si incastrassero orari e date, in futuro... Lancio i desideri per aria e poi magari si avverano". 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

La scelta e gli altri film in uscita al cinema, 2 aprile 2015

In sala il dramma firmato Michele Placido, il musical "Into the Woods", l'atteso "Fast & Furious 7" e...

Commenti