Nord e Sud. Milano e Napoli. La storia si ripete. La dicotomia, meglio l’opposizione, anche comica, al cinema ha percorsi privilegiati. E destini spesso fortunati, come quello abbastanza recente di Benvenuti al Sud e del suo sequel Benvenuti al Nord, successi storici e, come sempre accade in questi casi, ispiratori di esperienze affini.  Prima ancora, molto prima, Totò, Peppino e la malafemmina aveva toccato le stesse sponde e le stesse corde.

Non che sia una novità insomma; il contrasto non arriva soltanto attraverso i film, naturalmente. “Sud” e “Nord” sono due concetti espandibili non solo ai motivi della società italiana ma anche ad una visione universale del vivere e dei relativi modelli sociali e comportamentali.

Senza dover scomodare letture troppo approfondite, il prologo resta necessario a dare un senso logico e una lettura non banale a questo film che ripropone il tradizionale contrasto territoriale attraverso la storia d’amore fra una ragazza della Campania figlia di un pizzaiolo (l’attrice Fatima Trotta)  e un giovane lombardo (Luca Peracino) figlio di un industriale.

I personaggi dei due padri (Massimo Boldi l’industrialotto milanese e Biagio Izzo il pizzaiolo di un paese della costa pompeiana) nascono nel racconto fieramente abbarbicati alle loro terre e altrettanto fieramente avversi ai loro opposti geografici; salvo cambiare a poco a poco orientamento quando, in prossimità del matrimonio, saranno comunque costretti a fare reciproca conoscenza nell’amena località campana dove i loro ragazzi si devono sposare.

Più tolleranti le mamme (Debora Villa quella del giovanotto e Barbara Tabita della ragazza), peraltro insidiate e sul punto di cedere alle attenzioni di un playboy dell’etere (Paolo Conticini) che deve mandare in onda il matrimonio sulla sua tv. Le nozze si preparano non senza incidenti - e peraltro avviandosi alla probabile felice conclusione - complici un parroco non vedente (Peppe Barra), il suo sacrestano (Salvatore Misticone – se ne ricorderà l’incomprensibile dialetto campano in Benvenuti al Sud), un cuoco romano (Enzo Salvi in performance tutta personale),un cameraman (Gabriele Cirilli) e altre colorite figure abbastanza bene inserite nel contesto.

Ne nasce un film diretto in modo lineare (il regista è Paolo Costella, da diversi anni nel cinema e nella televisione, già con Boldi in A Natale mi sposo, 2010), con un preciso tratto di rappresentazione riferibile alla farsa, personaggi coloriti che non sconfinano nella figurina o, peggio, nella macchietta, siparietti ed equivoci che riportano allo schema classico di questo genere – tutto particolare – di commedia.

La storia si risolve soprattutto sulla disputa fra i due papà, concedendo ovviamente a Boldi e Izzo il palcoscenico più ampio. Ma senza che le altre presenze vengano trascurate o costrette a consegnarsi all’evanescenza: di gran classe, ad esempio, la partecipazione di Barra; di ruspante vena comica quella di Salvi; di fantasiosa vivacità quella di Tabita. E via così, senza andare sopra le righe pure nelle voluta, necessaria elaborazione farsesca del costrutto. Ci si può divertire. La comicità, né volgare né sgangherata, ha una sua freschezza e una sua ingenuità nel ripassare i luoghi comuni nord-sud, trovando nella misura il suo miglior elemento ordinatore.

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