Claudio Trionfera

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Due viaggi nello spirito. Quello della quattordicenne Marie Heurtin, cieca e sorda, immersa dalla nascita nel silenzio e nell’oscurità; e quello della giovine Suor Margherita, che con tutte le sue forze cerca di offrirle un contatto col mondo, a sua volta offrendo, allo scopo, il suo sacrificio.

Marie Heurtin, dal buio alla luce racconta questa storia vera e magnifica. La dirige Jean-Pierre Améris, 55enne cineasta francese di Lione e di qualità, altri otto film alle spalle, sensibilità straripante nell’estetica quasi rohmeriana fatta di sussurri, campagne assolate, radure profumate e frusciare di foglie nelle carezze del vento. È il contesto che contrappone la cornice romantica della vicenda al suo svolgimento tosto, fatto di sofferenza, di tenacia e di ribellione.

Un affidamento scomodo
Siamo nella Francia fine Ottocento. Marie (Ariana Rivoire, sorda anche nella realtà) non vede, non sente. L’unica relazione è con i genitori e con il perimetro della sua casa. Vive come una selvaggia, prigioniera di un istinto animalesco e primitivo. Suo padre, allo stremo delle forze e incapace oramai di gestirla, cerca scampo nelle suore dell’istituto di Larnay alle quali chiede di potergliela custodire nonostante non sia quello lo status delle ragazze – esclusivamente sordomute - che colà vengono ospitate. Affidamento scomodo che neppure la Madre Superiora (Brigitte Catillon) vorrebbe accettare se non intervenisse, con la forza che solo l’illuminazione divina può darle, Suor Margherita (Isabelle Carré), decisa a prendersi carico della ragazza. A qualsiasi costo.

Quella reciproca sintonia
Incomincia così quella che, all’inizio, sembra una battaglia. Uno scontro fra razionale e irrazionale. Marie scappa sugli alberi, morde, s’infuria, si rivolta in una forma di totale ammutinamento. Paziente ma risoluta, Margherita le si oppone e l’asseconda ad un tempo, via via stabilendo con lei un rapporto che, lentamente, volge in familiarità, affetto e amorevole, reciproca sintonia. Già una vittoria dopo i primi insuccessi e gli sconforti. Ma la suora, che pare irrorata dall’esaltazione del suo entusiastico concetto di Fede, non si ferma qua e passo dopo passo, con amore, precisione e costanza, insegna a Marie il linguaggio dei segni attraverso il contatto fra le dita, quello olfattivo e il calore delle mani.

Un miracolo. Che non apre le porte alla felicità perché Margherita si ammala di tisi. Patologia all’epoca fatale. Parte per il sanatorio. Marie, privata di lei, regredisce alla condizione primaria tanto che la suora lascia il sanatorio per tornarle accanto a Larnay. E completare, immolandosi, la sua missione divina.

Messaggio d’amore
Un mondo che si tocca, un mondo dove tutto ciò che è vivo pulsa sotto le dita”. In un semplice rilievo, in una dolce constatazione la suora, irradiata di luce celeste, coglie e penetra il senso profondo della vita, decodifica il significato della natura. È il messaggio che trasmetta a Marie, “la mia gioia, il fine della mia anima, la luce della mia vita”, lasciandoglielo in eredità. E costruendo una leggenda nella didattica per sordociechi, per mezzo della quale Marie Heurtin, figura realmente esistita come quella di Margherita, avrebbe in seguito appreso a Larnay, dove s’istituto è attivo ancora oggi, il codice Braille (punteggiatura, numeri, simboli matematici e musicali), l’utilizzo della macchina per scrivere, il lavoro a maglia, i giochi, le nozioni di storia e geografia, il significato del tempo e del suo scorrere.

Silenzi e commozione
Nella cronaca delle piccole, apparentemente insignificanti ma grandiose conquiste operate da Suor Margherita sulla sua allieva, il film gioca interamente la sua estetica sulla gestualità nel verde e nel sole della campagna francese, nelle stanze brune di Larnay, nei silenzi e nell’intima commozione che i personaggi sono capaci di trasmettere. E sebbene l’impeto e le emozioni scorrano costantemente sotto la traccia narrativa, i toni restano sempre distaccati, stretti in un rigore neoclassico proiettato anche sui modi di riprodurre la realtà della vicenda: ricavandone l’essenza, dribblando il naturalismo o, peggio, la tentazione del melodramma.

Due stupende attrici
Grande film, anche in questo valore formale. Dove la natura, nella sua fusione con lo spirito – anzi, con lo Spirito – lascia intravedere il paradiso dei miracoli terrestri dove s’intrecciano il divino, il mistico e il soprannaturale. Grazie anche a due attrici stupende. Ariana Rivoire a incarnare Marie, Isabelle Carré a dare il volto a Margherita. Recitano con una semplicità, una energia e una densità disarmanti, l’una “necessaria” all’altra, tecnicamente e reciprocamente funzionali.

E siccome il cinema è fatto di segreti legami,  rimandi e ricordi in un concatenarsi di immagini e riflessi rotolanti nell’universo visivo, non si può non pensare a quanto, giusto 45 anni fa, Werner Herzog fece con il suo magnifico documentario Land des Schweigens und der Dunkelheit (Paese del silenzio e dell’oscurità) girato in Baviera sulla condizione dei sordociechi, sui fruscìì e le monocromie che popolano le loro menti, sulle loro solitudini cosmiche, sui flebili contatti col mondo esterno. Buio e luce anche là. Ma senza i miracoli di Suor Margherita. Salvo, appunto, quello che il cinema a volte riesce a produrre.

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