Claudio Trionfera

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Le onde come piaghe bibliche. Dalla tempesta elettromagnetica allo tsunami planetario, dai terremoti alle epidemie. In quattro mosse gli alieni mettono in ginocchio Terra e terrestri, fiaccandone tutte le risorse in attesa del colpo finale che dà il titolo al film di J Blakeson, La quinta onda, appunto. Mentre nel cielo, frusciante,  minaccioso, quasi torpido, pende un Ufo gigantesco e rostrato, nero di morte e di crudeltà.

Tra gli umani superstiti la storia – che è tratta dal primo omonimo libro della trilogia firmata da Rick Yancey – sceglie la giovane Cassie Sullivan (interpretata da Chloë Grace Moretz) come protagonista ed eroina, rimasta orfana dopo gli attacchi e alla ricerca del fratellino smarrito cui vuole riportare anche un orsacchiotto di pelouche.

Un nemico invisibile

Ricerca pericolosa. Il mondo, ormai devastato e imbestialito, è disseminato di pericoli letali e non riconoscibili: perché in verità gli alieni, anziché mostrarsi per quello che sono, sono “entrati” in milioni di persone – o ne hanno preso le fattezze, non è chiarito – col compito di sterminare gli umani veri, prevalentemente a colpi di fucile e di mitra. Insomma un nemico invisibile e la domanda “da che parte stai?” viene spontanea ad ogni nuovo incontro, generando sospetti, paure, a volte omicidi ingiustificati.

Come se non bastasse, a complicare le cose ci si mette anche l’esercito americano, ufficialmente in guerra contro gli extraterrestri ma con qualche fosco segnale d’ambiguità. E il fratellino di Cassie è proprio là, in una caserma dove viene addestrato a combattere insieme con altri ragazzi e ragazzini (adombrando, se si vuole, quel che accade in ambiti di attualità e realtà tragiche nelle sfere di un terrorismo fanatico).

Appesi alla speranza

In questo quadro Cassie, nonostante il coraggio e la fortuna che l’accompagnano, starebbe per avere la peggio quando resta ferita sotto una pioggia di proiettili. A salvarla arriva un giovane bello e misterioso, Evan Walker (l’attore Alex Roe), del quale lei, ricambiata, s’innamora lasciando però aperta la porta al dubbio sulla sua reale identità/umanità. Ma se speranza di ritrovare il fratellino ci sarà, sarà proprio legata all’aiuto che potrà darle Evan  (umano-umano o umano-alieno?), in un finale ovviamente da scoprire, dove la parola “speranza” non resta incollata soltanto alla prospettiva di un ricongiungimento familiare.

Il preludio è interessante, così come una certa singolarità assume lo schema distruttivo scelto dagli alieni che all’assalto frontale e definitivo preferiscono la strategia dello sfiancamento ad ondate. Ovviamente è una scelta narrativa che punta alla progressione e alla diversificazione dell’impianto devastatore verso la decimazione programmata.

A questo modulo, nella prima parte, corrispondono anche  le scene più ricche e spettacolari del film, niente di nuovissimo, intendiamoci, ma almeno qualche indicatore di catastrofe con effetti speciali più che dignitosi nella successione degli attacchi. La storia s’intorpidisce quando la giovane Cassie intraprende il suo trip ansimante e poco ansiogeno tra foreste minacciose e carcasse d’automobili disseminate sulle strade alla ricerca del fratello. Azione molto ripetitiva e a basso livello emotivo, cui non dà di certo conforto e sostegno l’intrusione aliena nelle menti e nei corpi degli esseri umani.

Alieno ma non troppo

La fantascienza, come altri generi cinematografici, vive di ricordi e si nutre di archetipi. Qua, lampanti, le memorie de La guerra dei mondi (e, visivamente, qualcosa di Independence Day) e dell’Invasione degli ultracorpi (senza baccelloni sotto i letti), ma senza avere, naturalmente, le prerogative dell’uno e dell’altro capolavoro. Il tema dell’invasione aliena reclama spettacolo, paura, inquietudini. Componenti che la sceneggiatura in sé forse – e in parte – possiede, ma che lo sviluppo dell’azione cinematografica avvilisce anziché esaltare, disperdendosi anche nel reciproco innamoramento della protagonista e del ragazzo alieno-ma-non-troppo che, invece di alimentare angustie e disegnare zone d’ombra, si risolve in un melenso e un po’ banale appiccicume di sentimenti.

L’altro elemento costituivo della sci-fi è il cosiddetto “messaggio”, vestito spesso di metafora o allegoria. Qui il pensiero è piuttosto caotico e incompiuto. Da una parte sembra evocare il concetto che “gli alieni siamo noi”; dall’altra parte, ancora più nebulosamente, non si capisce bene dove voglia approdare: se all’accendersi della speranza in una situazione che resta del tutto irrisolta, a metà strada tra l’happy ending e la disfatta del genere umano; o ad un ponte lanciato per acciuffare un sequel, eventualità che si vorrebbe ad ogni costo scongiurare.

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