Claudio Trionfera

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Tutti i gatti del quartiere si sono radunati qua”. Abraham non si nasconde e lo racconta candidamente dall’interno del suo, diciamo così, appartamento, dove il caos è indescrivibile. Appunto gatti ovunque, sacchi di spazzatura, libri ebraici  che non servono quindi sarebbero da seppellire, avanzi di cibo e bottiglie di plastica vuote, carta. Spazzatura, detriti di materiali e di vite. Pavimento invisibile, più che altro s’intuisce l’orrore di una moquette intrisa e consapevole del suo inestirpabile carico. Non c’è angolo della casa che abbia resistito all’invasione di una materia oramai incatalogabile per tipologia nello spaventoso amalgama che la fa apparire come un unico, incombente ammasso fornito di vita propria.

È così che la macchina da presa, infilandosi in una casa di Brooklyn, incomincia a raccontare La poltrona del padre (nei cinema dal 14 dicembre, durata 76’) di Antonio Tibaldi e Álex Lora, d’origine italiana il primo, nato a Melbourne e trapiantato negli Stati Uniti; spagnolo di Barcellona il secondo, ugualmente trasferito a New York da tempo.

Un simbolo di “resistenza” allo scorrere del tempo

Abraham ha un fratello gemello, Shagra, un po’ meno presente perché è alcolista. Entrambi non più giovanissimi, ebrei ortodossi, accumulatori seriali da quando hanno perduto i loro genitori  e incominciato a vivere da soli nella casa di famiglia.

C’è però un problema nella loro vita: devono ripulire l’appartamento perché l’inquilino del piano di sopra, travolto dal puzzo e dalle cimici, si rifiuta di pagare l’affitto e minaccia azioni radicali. Abraham e Shagra si piegano così a chiamare una ditta di pulizie specializzata che il film, appunto, prende a pedinare durante una settimana, cioè dal primo all’ultimo giorno della bonifica. Non senza aver esplorato, oltre l’evidenza rovinosa e a tratti ributtante delle stanze, dei ripostigli e degli armadi, la complessa psicologia dei due gemelli, il loro disperato attaccamento alle cose così spesso legate ai ricordi. Come la poltrona dove sedeva il padre, divenuta adesso, di fronte allo svuotamento forzato dell’abitazione e all’invasione delle loro vite segrete, un simbolo di resistenza e, forse, un baluardo contro l’insulto del tempo che va.

Rovistando nel frigorifero degli orrori

Vi risparmio il frigorifero e il vano freezer con i loro contenuti gore. In ghiacciaia addirittura una pentola con sughi secolari e altre amenità  che aggiungono, in un quadro drammatico e malinconico, un touch quasi umoristico: nello spirito, del resto, di quell’atteggiamento rassegnato, passivo e a momenti osteggiante dei due fratelli. Di Abraham il quale, alle richieste di collaborazione, tende a divagare o a disertare il campo con i pretesti più improbabili; di Shagra che, impegnato a scolarsi bottiglie di vino, galleggia in uno stato di afflitto astensionismo tendente all’oblìo.

Gli elementi di un felice esito cinematografico

Alla fine, miracolosamente, la missione della squadra di guastatori si compie. Restituendo la casa all’ordine e alla pulizia dopo aver spazzato via memorie e schifezze e aver completato l’opera con una potente disinfestazione eliminando miliardi di insetti. In capo ad un film/documentario sicuramente prezioso, che suddivide in capitoli le giornate depurative: sviluppando, tutta dal vero e “in diretta”, un’esperienza trash originale ed intensa, vissuta realisticamente da entrambe le parti – la ditta di pulizia in tuta bianca e mascherine e i due gemelli dalle lunghe incolte barbe – nei termini d’un felice esito cinematografico e di una attenta osservazione di caratteri.  Tenera e bella la dedica conclusiva a Chantal Akerman, la cineasta ed artista belga scomparsa due anni fa, autrice fra l’altro di quel Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles considerato giustamente il suo capolavoro e così vicino, nello spirito, alla piccola pregevole impresa di Tibaldi e Lora.


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Voto: 3/5
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