Claudio Trionfera

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La Mélodie di Rachid Hami (nelle sale da 26 aprile, durata 103’) ha un solo limite: si capisce dall’inizio come andrà a finire. Ma con l’andare dei minuti si capisce pure che questo non è un problema. Perché quel cinema di formazione che il film perlustra e sviluppa in modo encomiabile manifesta le sue migliori qualità all’interno del racconto più che nella sua progressione temporale. Dunque nei dialoghi, nei caratteri, nei rapporti tra un maestro di violino e i ragazzini rissosi d’una scalcinata scuola alla periferia di Parigi; all’insegna di un realismo quasi documentario ma poeticamente partecipato negli affetti e nelle emozioni.

Un maestro della risata trasformato in educatore

Il maestro si chiama Simon Daoud ed è l’attore francese - d’origine algerina come il regista - Kad Merad, spesso impiegato in commedia, che in Italia si conosce soprattutto come protagonista di Bienvenue chez les Ch'tis di Dany Boon (2008), uscito da noi come Giù al Nord e ispiratore del fortunatissimo remake Benvenuti al Sud di Luca Miniero (2010). Insomma una gran bel personaggio e un artista di valore. Che qua, però, dispensa di tutto fuorché risate.

Anzi, l’approccio è di quelli malinconici. Simon è un uomo triste, concertista di enorme talento e una certa fama adesso in disarmo e costretto, per campare, a far da supporto all’insegnante di musica Farid (Samir Guesmi) nella classe difficile della banlieue dove si mescolano razze, culture e caratteri fra loro diversissimi, non di rado percorsi dal fremito della rivolta, per lo più immersi nella palude dell’indolenza e del rifiuto.

Quella montagna da scalare tra i banchi di scuola

Chiaro che il “progetto speciale” che la scuola ha pensato per quei ragazzi, un saggio finale alla Filarmonica parigina, è peggio d’una montagna da scalare e, d’altra parte, Simon viene chiamato là per scalare la montagna. Impresa subito ai limiti del proibitivo, proprio in linea col motto. Molti ragazzini sono pessimi, specialmente uno, campione di aggressività ed esibizionismo che tuttavia il musicista, smessi i panni della vittima, sistema coi giusti modi. Tanto giusti che quei professori martoriati giorni fa nelle loro classi dai bulletti italiani avrebbero qualcosa da imparare vedendo il film.

Un “escluso” che diventa il simbolo del riscatto

Detto dei presupposti, lo svolgimento della storia viaggia su un gran fiorire di rapporti, caratteri, scoperte, sentimenti: del maestro di violino e dei ragazzi, in particolare del rotondetto Arnold (Alfred Renély), che entra nel gruppo come una meteora, prima con le stimmate dell’escluso che spia le lezioni dietro il vetro d’una finestra, poi con la passione e la straordinaria sensibilità musicali che ne disvelano il talento. È lui il simbolo del recupero collettivo all’arte, lui che in istanti segreti, notturni e solitari si esercita allo strumento  tra i tetti parigini spargendo suoni celesti.

Film dolce e vitale nel cuore di un ambiente difficile

E va così che quella scolaresca disgregata, incolta e reietta ancor prima che disagiata, approdi al saggio finale nel segno dell’eufonìa  vincente. Non un limite, perciò, di questo film dolce e vitale nonostante l’asprezza dell’ambiente nel quale si sviluppa e si distende, guidato dal Simon di tutt’altra dimensione rispetto al John Keating  dell’Attimo fuggente di Peter Weir cui pure verrebbe voglia – sbagliando - di accostarlo.

Nell’apoteosi dell’eguaglianza, dello spirito di partecipazione e delle potenzialità attitudinali il segnale filtrante non è tanto nel risultato da raggiungere col “successo” davanti al pubblico della Filarmonica, né la fugace perizia da ciascuno acquisita sulla tastiera o con l’archetto; quanto la crescita dal basso di una compagnia disunita e logora capace di conquistare un’identità autonoma di gruppo dove ciascun elemento, nelle logiche dell’orchestra, (in)segue il suo percorso e la giusta nota per realizzare un gioioso armonico ensemble.

Voto: 4/5
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