Good Kill, a Venezia Ethan Hawke pilota di droni tormentato

Interessante la tematica affrontata dal regista Andrew Niccol, ma il suo film non fa centro

Da sinistra: January Jones, Ethan Hawke, Zoe Kravitz e Andrew Niccol – Credits: Ansa/Ettore Ferrari

Simona Santoni

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"Oggi ho fatto saltare in aria sei talebani in Pakistan e ora vado a fare il barbecue". Tommy è un pilota di droni: a Las Vegas, città di slot machine e gioco, per lavoro comanda un joystick. Visualizza i bersagli su un piccolo schermo, li mette a fuoco, li centra e poi lascia cadere l'esplosivo. In Yemen, in Afghanistan, a migliaia di chilometri di distanza da dove vive con la sua compagna e due figli. È lui il protagonista di Good Kill, ultimo film in concorso a svelarsi alla Mostra del cinema di Venezia.  Lo interpreta Ethan Hawke, presente al Lido anche con un altro lungometraggio, Cymbeline di Michael Almereyda, in gara nella sezione Orizzonti. 

Qualche mugugno e alcuni "buuu" hanno accolto Good Kill alla prima per la stampa, seguiti da timidi applausi che hanno cercato di bilanciare. In verità è interessante e innovativa la tematica trattata, che apre a svariate riflessioni. Il regista Andrew Niccol la maneggia però con espedienti narrativi e drammatici visti e rivisti, gelando l'empatia dello spettatore verso questo Top Gun del Ventunesimo secolo frustrato e angosciato. Il finale di redenzione (o simile) è poi alquanto discutibile.

Tommy vive con tormento il suo incarico militare. È un pilota ma i suoi piedi non si staccano da terra. Gli manca dannatamente volare e anche la paura connessa alle operazioni sul campo, preferirebbe rischiare la vita per il proprio Paese che star comodamente seduto in un container tecnologicamente super attrezzato, vicino casa. Si sente un codardo: "La cosa peggiore che mi può capitare è un tunnel carpale o che mi rovesci addosso il caffè". Le uccisioni fatte in maniera mirata e preventiva sembrano invece turbarlo meno. Solo quando coglie bersagli civili o quando interviene la CIA, dando ordini di eticità non troppo diversa da quella dei terroristi, allora la sua coscienza trema. 

Dalla sua collega Suarez (interpretata da Zoë Kravitz) vengono invece i dubbi morali più stimolanti e provocatori: "Da quando siamo diventati Hamas?". E ancora: "Siamo il migliore reclutamento di terroristi". Se a ogni colpo subìto si reagisce con un colpo più forte, che genererà un colpo di risposta ancora più forte, quando mai si fermerà il deflagrante meccanismo? 

Ecco però che Tommy/Hawke ci risucchia nel suo nebuloso e monotono malessere, nella bottiglia d'alcol a cui si attacca, negli scatti di nervi verso la moglie (January Jones). 

"Mi ha attratto la natura schizofrenica di questo tipo di guerra. Non c'era mai stata una guerra in cui i protagonisti possono combattere per dodici ore per poi tornarsene a casa per altrettante dodici ore e così via", dice Niccol, neozelandese già sceneggiatore di The Truman Show e dietro la macchina da presa di In time

L'esercito americano ha deciso di non appoggiare Good Kill (espressione che Tommy usa quando l'esplosione centra il bersaglio): "Abbiamo mostrato la sceneggiatura al Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti e ha rifiutato gentilmente di sostenere il film". 

Tra i produttori invece c'è Zev Foreman, che in passato ha prodotto la pellicola premio Oscar sugli artificieri americani in Iraq The Hurt Locker

"È un racconto prudente. Questa generazione di soldati è la prima ad affrontare questo tipo di problemi", afferma Hawke, che per prepararsi alla parte ha incontrato veri piloti di droni.

"Abbiamo lavorato con piloti di droni", racconta Kravitz. "Lavorano per ore e ore fermi in una stanzetta: è un videogioco noiosissimo. Nel film c'è più azione di quanto ce ne sia nella realtà". 

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