Gabriele Salvatores: 'Presto un nuovo film in Irlanda'

Mentre Educazione siberiana è da poco in sala, il regista ci racconta il suo rapporto con Malkovich e le scene che ama di più della sua filmografia. E ci anticipa qualcosa del prossimo lavoro, un'altra produzione internazionale...

Gabriele Salvatores davanti al poster di "Educazione siberiana" (Foto di Tiziana Fabi/AFP/Getty Images)

Simona Santoni

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Crudo, violento e ricco di significati, come i tatuaggi che riempiono il corpo dei suoi protagonisti, gangster dell'est dal particolare codice "etico". Così è Educazione siberiana , ultimo lavoro di Gabriele Salvatores che ci mostra una nuova faccia del regista premio Oscar per Mediterraneo (1991). Un volto insolito che però sta incuriosendo il pubblico visto che, dalla sua uscita in sala lo scorso 28 febbraio, il film sta conquistando il box office.

Incontriamo il regista di origini siciliane, milanese d'adozione, che ci accoglie con l'affabilità e il garbo tipici dei grandi uomini.

Educazione siberiana per lei è un film di prime volte: ha girato in Lituania, al freddo, in inglese, con un cast di attori per lo più del posto con cui non aveva mai lavorato prima. Nonostante la sua esperienza alle spalle, aveva comunque qualche timore circa l'accoglienza del pubblico, che invece sta dando un'ottima risposta?
"Ogni volta che si fa un film, e soprattutto quando si provano cose diverse, ci si domanda come il pubblico reagirà. E pure questa volta ce lo siamo chiesti, visto poi che oggi sembra andar bene un certo genere di commedie. Sono molto contento di questa risposta e spero che vada avanti così. Confermerebbe un dato già dimostrato da La migliore offerta di Tornatore e This must be the place di Sorrentino, e cioè che il tentativo di raccontare storie che nascono in Italia e poi si sviluppano in coproduzioni internazionali ha una buona accoglienza".

Com'è stato girare a meno 30 gradi?
"È stata una dimensione piuttosto estrema. Oltre alle difficoltà sulle persone ci sono state difficoltà di natura tecnica: la macchina da presa era riscaldata con una copertina termoriscaldata e con un phon, era curata come fosse un cucciolo. Questo è il bello del cinema: affrontare situazioni non programmate, magari anche dipendenti dall'umore degli attori o mio. È un hic et nunc, in quel momento devi portarti a casa un girato, comunque sia. È un po' come il jazz o il rock 'n' roll: tu suoni ma ogni volta affronti condizioni diverse. Il freddo ha così contribuito anche a certi colori sul viso degli attori, e questo è bello".

La scena della giostra, con il gruppetto di amici attratto dalla musica occidentale di David Bowie, è uno dei momenti più belli del film. Nella sua carriera, quali sono le scene girate che ricorda con più orgoglio o affetto?
"Sono contento che la scena della giostra sia piaciuta perché è anche la mia preferita. Mi emoziona tuttora rivederla, anche dopo tante volte. Oltre a questa, le scene che sto ora per citare magari non sono necessariamente le più belle, ma mi hanno lasciato un ricordo più forte. Ecco così il momento in cui i ragazzi di Marrakech Express arrivano in bicicletta, ripresi da dietro, e scoprono le dune della vallata. È stata una bella emozione anche per noi che giravamo. O anche l'aereo che atterra sul campo di calcio con Diego (Abatantuono, ndr) in porta in Mediterraneo, scena che deriva da un problema tecnico: volevamo mostrare l'ombra del pallone appoggiato per terra, ma senza effetti speciali era difficile da realizzare. E poi il ragazzo in bicicletta in Io non ho paura".

Io non ho paura, come anche Come Dio comanda e ora Educazione siberiana, sono tratti da libri. È più insidioso e ingabbiato in paletti realizzare un film ispirandosi a un romanzo?
"I produttori americani degli anni '50 dicevano che per fare un bel film bisogna partire da un brutto romanzo, come se partendo da un bel libro sia più difficile fare un buon lavoro. Questa massima però non è del tutto vera. Inoltre gli scrittori contemporanei hanno una scrittura sempre più cinematografica: montaggi, ellissi, campi lunghi, sono già inclusi nelle loro storie. Il libro di Niccolò Ammaniti poi nasce come una sorta di sceneggiatura (sia per il film Io non ho paura che per Come Dio comanda le sceneggiature sono state curate dallo stesso Ammaniti, ndr), Educazione siberiana di Nicolai Lilin è un libro più difficile, ci siamo dovuti inventare una storia attorno a esso. L'importante è partire da un libro che ti dia suggestioni forti".

Com'è stato lavorare con John Malkovich in Educazione siberiana?
"È uno degli attori che amo di più in assoluto ed è il primo che mi è venuto in mente. Siamo stati fortunati che fosse libero. È stato molto bello lavorare con lui e abbiamo scoperto di avere molte cose in comune: siamo nati tutti e due come chitarristi, poi siamo passati al teatro e quindi al cinema. Dopo il film gli ho scritto un biglietto che diceva: 'Da chitarrista a chitarrista, per me è stato come suonare con Jimi Hendrix': nella sua musica ci mette tutte le sue invenzioni".

Già sta lavorando a un nuovo progetto internazionale...
"Sì, stiamo iniziando, e più allarghi il campo più tutto diventa difficile. Non posso dire molto a riguardo ma si tratta di una sceneggiatura molto bella su un ragazzo di tredici anni in un passaggio particolare della sua vita. Si girerà probabilmente in Irlanda".

Tornerà a esserci il mare?
"Sì, ma più freddo di quello delle isole greche o del Marocco o del Messico dei miei precedenti film".

Riesce ad andare al cinema e a vedere i film dei colleghi?
"Quando non lavoro vado tantissimo al cinema. Quando lavoro invece è più complicato perché vedere film altrui ti influenza molto. Ultimamente ho visto gli americani giunti in zona Oscar: Lincoln mi è piaciuto molto, Argo è bellissimo, Re della terra selvaggia è strano e particolare, un tipo di film che non sarei in grado di fare".

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