I 30 anni di E.T. l'extra-terrestre, il film più vero di Steven Spielberg

Il 7 dicembre 1982 usciva nei cinema italiani la commovente avventura del piccolo alieno abbandonato per errore sulla Terra. Un capolavoro immortale, che il regista considera la sua opera preferita e più personale. Ecco perché

Steven Spielberg

Steven Spielberg sul set di "E.T. L'extra-terrestre" – Credits: Getty Images/Staff

Alberto Rivaroli

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Gliel'avranno chiesto più o meno un migliaio di volte: "Mister Spielberg, per quale dei suoi film vorrebbe essere ricordato?". Domanda non originalissima, ma senz'altro legittima, se ti trovi davanti un regista che ha firmato (solo per citare alcuni dei suoi film più noti) Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, I predatori dell'arca perduta, Il colore viola, Jurassic Park, Schindler's List e Salvate il soldato Ryan.

Ebbene, la risposta del divino Steven, uno dei cineasti più grandi di sempre, è sempre stata la stessa: "E.T. l'extra-terrestre". La favola del piccolo alieno, dimenticato dai suoi simili durante una perlustrazione sulla Terra, e adottato da un bambino di dieci anni, è la perla di cui il regista va più fiero. E oggi, nel trentesimo anniversario della sua uscita nei cinema italiani, vorrei provare a spiegare perché.

Prima, però, è necessaria una premessa: se al cinema, quello con la C maiuscola, chiedete non solo poesia e tecnica, ma anche rabbia, Spielberg non fa per voi. Regista straordinario, capace di regalare di volta in volta suspense, avventura, ironia e commozione, Steven non è un tipo che alza la voce. Quello lo lascia fare ai vari Oliver Stone, Spike Lee e compagnia urlante. Non che questo sia un difetto, anzi, solo una peculiarià. Credo che nessuno tranne lui sarebbe riuscito nell'impresa di girare un film sull'Olocausto (parliamo ovviamente de Schindler's List) e di ricevere, oltre a sette Oscar, un'alta onorificenza dalla Germania per la sensibilità dimostrata nell'occasione nel raccontare la storia tedesca. E stiamo parlando di un regista ebreo...

Al di là della della signorilità di un autentico gentleman, quella di non metterla mai troppo sul personale è una scelta ben precisa: a Spielberg, insomma, non è mai interessato raccontare la sua vita attraverso i film. Esiste solo un'eccezione, ed è proprio E.T..

La voglia del regista di creare una fantascienza buona nasce qualche anno prima, con Incontri ravvicinati... In quel caso però l'incontro tra umani e alieni era per così dire simbolico e istituzionale, preceduto da perlustrazioni aliene e sublimato in un indimenticabile contatto in una valle del Wyoming: nasce lì comunque l'icona dell'extraterrestre mite e ansioso di conoscere la nostra razza. È solo nel film del 1982, però, che i sentimenti tra umani e creature intergalattiche diventano privati e personali.

Tutti si ricordano della creaturina creata da Carlo Rambaldi, ma del suo salvatore Elliott, il bambino interpretato dal commovente Henry Thomas, che cosa vi è rimasto in mente? Rinfreschiamoci un po' la memoria: suo padre è sempre via per lavoro, la madre è trafelata come poche, la famiglia praticamente non esiste. Per Elliott, così, l'extraterrestre scoperto in giardino diventa l'amico del cuore, l'unico con cui sentirsi davvero importante. Non ci vuole uno psicanalista per capire che Elliott "è" Spielberg: basta leggere una sua biografia. Papà Arnold, ingegnere elettronico, a casa si vedeva raramente, e il futuro regista fin da piccolo si inventa un amico immaginario, un alieno con cui confidarsi. Se nel film Elliott deve vedersela con gli ottusi e minacciosi agenti governativi che braccano E.T., nella realtà il futuro cineasta subisce umiliazioni di ogni sorta dai bulli che a scuola lo chiamano sporco ebreo. Quando i suoi alla fine divorziano, il disastro è completo. Nasce qui, dalle angosce di questo periodo, la simpatia mai più rinnegata di Steven per le giovani generazioni, il suo affetto per quelli che considera piccoli grandi eroi in un mondo ostile che non li ama né li rispetta.

Ecco perché oggi, per festeggiare i trent'anni di un film stupendo, non vogliamo riepilogare stancamente i premi vinti, gli incassi planetari, le critiche entusiastiche. Molto meglio pensare che anche Spielberg, come il suo piccolo eroe, è stato protagonista di una favola: quella di un impeccabile guru dello show business, capace di accumulare grazie ai suoi film un patrimonio personale di 4 miliardi di dollari, che per una volta nella vita ha avuto il coraggio di mettersi a nudo, e di usare la macchina da presa per scappare dai suoi incubi. Magari a bordo di una bicicletta volante, proprio come il suo meraviglioso mostriciattolo.

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