Claudio Trionfera

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Disobedience (in sala dal 25 ottobre, durata 114’) di Sebastián Lelio è infiltrato, dunque traboccante d’una sensualità e di un erotismo a un tempo travolgenti e quieti. Un impasto che determina il film e la sua bellezza discreta, con virtù e caratteri desunti dal romanzo di Naomi Alderman (edizione Nottetempo). È la sesta opera di Lelio, il cineasta cileno vincitore lo scorso marzo dell’Oscar con Una donna fantastica che al complesso passionale rapporto fra due giovani donne imprime il passo dell’intimità più densa e percettiva.

Una morte, un ritorno (di fiamma) e tre destini incrociati 

Il sentimento avvolge Ronit (Rachel Weisz) e Esti (Rachel McAdams) prendendole quasi impreparate, forse indifese nei rigidi schemi della comunità ebraica ortodossa di Londra. Ronit vi arriva da New York, dove se l’è svignata anni prima lasciando dietro di sé qualche maceria, richiamata dalla morte di suo padre rabbino capo; Esti nel frattempo si è sposata col cugino di Ronit, Dovid (Alessandro Nivola). I tre, un tempo, erano inseparabili ma le due donne, nella loro adolescenza, avevano sviluppato  un’acerba relazione poi nascosta, declinata, sepolta, infilata in un freezer.

Quel rapimento non arginabile fra trasgressione e tristezza

E adesso ecco il ghiaccio sciogliersi, riportando in vita ciò che fu. La cosa da un altro mondo. Ronit è tornata. L’aliena. Da fotografa newyorkese, libera nei pensieri e nei costumi, perciò “peccatrice” giudicata severamente dalla comunità alla quale, probabilmente, ha mai sentito di appartenere davvero, guidata dal proprio spirito ribelle e disobbediente. Che di nuovo di manifesta davanti al palmare turbamento di Esti nel rivederla, conducendo entrambe al rapimento non resistibile, non arginabile, tra lacrime, piacere, tristezza e trasgressione.

Nel sermone del rabbino il seme della libertà di scelta

Amour fou, a modo suo. Naturalmente contro tutti, in quell’habitat trasudante ritualità e integralismo. E tanto l’ortodossia è spinta, tanto più iconoclasta appare quel rapporto mentre la società chiusa che lo assedia sembra volerlo colpire, anche in modo solo psicologico, con la violenza punitiva che “obbedienti” rivolgono a chi mette in discussione il loro dogma. Ma fatti imprevedibili  strani continuano a manifestarsi nella comunità ortodossa. Perché nel sermone iniziale che il padre di Ronit pronuncia prima di morire all’inizio del film c’è probabilmente il seme di una libertà di scelta che il racconto, chiudendosi “moralmente” in modo circolare, definisce e determina nell’equilibrio delle coscienze, senza sommovimenti traumatici ma con chiara indicazione evolutiva per un futuro diverso. Là dove tutto sembrerebbe tornare al suo posto ma in differente prospettiva.

Recitazione esemplare tra partecipazione e straniamento

È la sintesi di un film armonico, dominato dalla foschia londinese e recitato con misura esemplare, in equilibrio meditato tra partecipazione e straniamento. Un dramma esplorativo. Fra i colori bruciati e desaturati della fotografia ghiaccia e distanziante di Danny Cohen dispensatore di simmetrie e significati, in gran parte riposto e a momenti secretato da un uso intensivo e raffinato dell’ellissi narrativa, generoso nei primi piani, negli impeti di sensualità, nelle tensioni che via via si sviluppano e si dilatano. All’apice di un cinema che bada al sodo senza prescindere dalla classe e dalla trasparenza di stile.

Voto: 4/5
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