L’inizio è una folgore che taglia in due il cielo di Davis Mitchell (Jake Gyllenhaal), rampante in carriera nei ricchi uffici finanziari del suocero Phil (Chris Cooper). Il colpo dell’auto che si schianta in un incidente, sua moglie Julia (Heather Lind) che guida al suo fianco e muore in ospedale dopo il ricovero.  E la vita cambia. Di colpo. L’ha mai amata davvero la sua Julia? Davis se lo chiede e si risponde “no”. Di qui, la rivoluzione. Demolition di Jean-Marc Vallée, canadese di carriera ventennale e almeno due film importanti e assai premiati alle spalle come C.R.A.Z.Y. e Wild, lancia il film (in uscita il 15 settembre) sulla strada dello scarto improvviso e traumatico. Imponendo al protagonista una parola d’ordine: dimenticare.

Metafora della rigenerazione
Per Davis, insomma, un passato da cancellare o rimuovere, anche con una certa dose di aggressività e modi un po’ bizzarri di esorcizzare la morte. Però lei ogni tanto gli ritorna in mente, in fantasmatici flash di memoria, ad espandere il vuoto di sé e generargli qualche dubbio sul fatto che effettivamente in vita non l’avesse amata. Intanto lui, come in preda ad un raptus, incomincia a smontare la propria vita passata mandando in pezzi, letteralmente, tutto quello che gli capita a tiro, casa compresa. Rapporto col suocero compreso, lavoro e soldi compresi. Un’ansia demolitrice, una rumorosa metafora della rigenerazione.

Ecco il nuovo amore
Naturalmente, come spesso accade al cinema e nella vita, al centro di tutta questa turbolenza  si accende – diventandone in qualche modo il motore -  una nuova prospettiva sentimentale: che passa per la non più giovanissima ma neppure sfiorita Karen (Naomi Watts), inseguita da Davis in modo rocambolesco e testardo. Anche lei è sbilanciata dalla vita, con il figlio quindicenne Chris (Judah Lewis) dall’adolescenza bellicosa ma polo vitale di una  renaissance per due.

Un racconto “doppio”
È il film delle rose appassite e degli amori nascenti, a volte un po’ confuso ma ricco di struggimento e capace di far battere i cuori. Con un racconto espanso in due dimensioni/direzioni, quella del matrimonio tragicamente risolto ma capace di riservare qualche coup de théâtre a posteriori che, agli occhi del protagonista, avvolge di fascino acido la figura della moglie morta; e quella della storia d’amore, per nulla facile e con esiti non scontatissimi, fra Davis e Karen che occupa lo spazio più ampio della storia.

Coerenza di genere sentimentale
L’equilibrio narrativo tra le due parti è abbastanza meditato e bilanciato. Ne va dato merito ad una regia che nel montaggio e nella compensazione fra gli elementi visionari (le “apparizioni” di Julia) e perfino paradossali (il dissennato ma gelido flusso distruttivo di Davis) riesce e conservare il valore tutto simbolico della rottamazione e del successivo ripristino della personalità e degli affetti. Non che tutto sia perfetto e rigoroso, ma nell’insieme il risultato è validamente inquadrato in un disegno cinematografico coerente nel genere sentimentale di appartenenza.

Flashback e grande musica
Gyllenhaal nella parte di Davis e Watts in quella di Karen hanno una loro densità anticonvenzionale. In un  film che conserva una sua speciale seduzione nei flashback che lo attraversano come veri saettanti lampi nella notte  e in una bella musica che compone una tracklist, ricca di suggestioni , che include brani di estrazione stilistica diversa come When I Was Young (Eric Burdon),  Sweaty Fingers (Cave), La Bohème (Charles Aznavour) o la magnifica Warmest Regards (Half Moon Run) in chiusura. E attenzione a It’s All Over Now, Baby Blue di Dylan recuperata e irresistibile dal vecchio garage rock dei Chocolate Watchband.

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