Claudio Trionfera

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132 giorni nella Colonia. Che, sembra uno scherzo, porta il nome Dignidad. Ma è in verità una setta parareligiosa governata da un santone – Paul Schäfer che si fa chiamare Pius e si crede Deus – con regole crudeli e inesorabili. Quattro mesi e mezzo d’inferno raccontati dal film che s’intitola, appunto, Colonia (in sala dal 26 maggio) ed è diretto da Florian Gallenberger, 44enne regista di Monaco di Baviera con qualche notorietà per aver vinto nel 2001 l’Oscar con il cortometraggio Quiero ser. Tutto vero, tutto realmente esistito. In Cile. In quello di Augusto Pinochet, poi, col gravame di torture e afflizioni sugli oppositori ufficialmente desaparecidos spediti colà ad espiare il loro crimine ideologico o essere ridotti a larve dopo martirii stile Hostel o Saw.

Una comune allucinata

In questa comune allucinata, siamo all’alba del regime Pinochet, dunque nel 1973,  piombano in successione due giovani tedeschi. Prima lui, che si chiama Daniel (l’attore Daniel Brühl) e che si è, diciamo così, distinto nell’agitare le folle proletarie negli ultimi mesi del governo di Salvator Allende. Subito riconosciuto da qualche zelante spia è condotto a Dignidad: prima nei sotterranei dove viene pestato ed elettrificato, poi in superficie, tra gli invasati adepti di Pius (interpretato da Michael Nyqvist). Dalla padella alla brace.

Ultime notti d’amore

Dopo varca il cancello lei, Lena (Emma Watson), hostess della Lufthansa, che atterra col suo volo a Santiago con un sogno:  rivedere Daniel del quale è follemente innamorata fin dalla loro relazione in Germania prima che lui partisse per il Cile, animato da entusiasmi militanti per Allende. Lo ritrova, infatti, durante una manifestazione: giusto il tempo per passare con lui qualche notte d’amore prima del golpe e perderlo di nuovo. Indagando poi con la forza della disperazione  per seguirne le tracce e raggiungerlo. Quelle tracce che la portano, dunque, nella Colonia, dalla quale, è stata avvertita, nessuno è mai tornato indietro. E dove si presenta in abiti austeri, quasi claustrali e virginali, superando l’esame severo dell’inquietante santone e incominciando a vivere la vita di quella comunità delirante dove tutti, passivamente, subiscono gli umori del pernicioso guru. E guai a chi sgarra. Minimo, si rischia di essere linciati o sbranati dai cani.

Una visita provvidenziale

L’unica speranza di Lena, ovviamente, è quella di scovare in quella pazza bolgia il suo Daniel, il quale nel frattempo finge di esser diventato scemo per le sevizie subite, conservando segretamente le sue facoltà. Ricerca proibitiva, perché donne e uomini, come si può immaginare, sono rigidamente separati e brevemente s’incrociano solo in particolari circostanze. Una di queste arriva con la visita al campo dello stesso Pinochet: segnale del forte potere tradizionalmente detenuto nel paese dal santone. Grande festa, gran frenetico agitarsi di bandierine. E, naturalmente, grande momento d’incontro tra Lena e Daniel. Presago di animatissimi sviluppi e legittime aspirazioni alla fuga liberatoria.

Questi fatti sono accaduti davvero.  Circostanze storiche, personaggi, luoghi sono reali e appartengono ad un passato di contorni impressionanti. Non tanto e non solo quelli di una dittatura militare non molto diversa – nell’orrore - da altre e non per questo meno esecrabile; quanto quelli di una “colonia” farneticante, totalmente travisata nella sua esteriore vocazione mistica e nel fanatismo della sua prassi.

Impegno, azione, love story

Un santone spiritato, una folla di seguaci adoranti, la colonia come una fortezza inespugnabile: il film attraversa lo scenario fosco, tragico e sepolcrale con un primo intento, probabilmente, di proporsi con impegno civile nel rievocare un episodio del passato più tenebroso, di documentare, di non dimenticare. Certo, poi, non negandosi di rielaborare i fatti in cifra squisitamente cinematografica e studiare con qualche accorgimento una vicenda adatta anche ai canoni dell’azione e della love story. Due elementi che, una volta coalizzati con buona perizia dalla regia, assicurano al racconto una equilibrata miscela di tensione e sentimento.

Da una parte, insomma, il dramma storico-politico che non può fare a meno di ricordare, tra i migliori esempi di genere, quel La noche de los lápices (La notte delle matite spezzate) di Héctor Olivera divenuto “caso” quando uscì, nel 1986, resuscitando una delle pagine nere dell’Argentina  successive al colpo di stato di Jorge Rafael Videla; o, sugli stessi argini, il Garage Olimpo di Marco Bechis realizzato nel ’99. Dall’altra parte il versante sentimentale e  spettacolare che, pure senza trascurare il contesto, incrementa con successo le urgenze di coinvolgimento emotivo anche nello spettatore meno informato sugli eventi cileni di allora.

Il passato raccontato al “futuro”

Piuttosto. Vale la pena di dire quanto questo film, al di là dei contenuti, della storia d’amore e delle innegabili striature thrilling, abbia nella sua impronta estetica – per quel che mi sembra - un requisito sorprendente e super-chic, che spero voluto, studiato e messo consapevolmente in pratica. Cioè quello di una rappresentazione della Colonia e dei suoi allucinati residenti con i modi visivi di quella fantascienza escogitata in prospettiva distopica, di ampi risvolti allegorici e sociologici. Se si pensa a film come Fahrenheit 451 di Truffaut, THX 1138 - L’uomo che fuggì dal futuro di Lucas,  La fuga di Logan di Anderson,  1984 di Radford ovviamente da Orwell e via così, diventa plausibile la loro influenza – quanto meno quella del loro genere di appartenenza – sulle scelte di regia a livello di descrizione e raffigurazione. Non altrimenti si definiscono le inquadrature della folla di discepoli quasi automi e disumanizzati, di reattività simultanea e vitrea. In quello che potrebbe essere uno straordinario artifizio scenico: raccontare il passato storico con l’occhio ai sedimenti visuali di un immaginario di genere legato agli incubi futuribili di società senz’anima sottomessa ad un potere totalizzante.

Tra gli attori, diretti – anche coralmente -  in maniera impeccabile, spuntano soprattutto Emma Watson che dà alla figura di Lena una quota di dolcezza energica e tenace nell’inseguimento del suo obiettivo passionale; e Michael Nyqvist (che si ricorderà nei panni di Mikael Blomkvist della trilogia Millennium) nella parte di Pius,  santone inebriato, magnetico e seduttivo, sempre in bilico tra ascendente autoritario e cialtroneria. Un salto all’indietro e un po’ nostalgico con le canzoni: che all’inizio del film, tra molti inserti documentari, riportano agli anni Settanta con Ain’t No Sunshine di Bill Withers, Try di Janis Joplin e Samba Pa Ti di Carlos Santana. Nello spirito di allora.

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