Cinema

C'era una volta... a Hollywood: Quentin Tarantino giustiziere nostalgico - Recensione

Cinema anni '60, set, copioni da imparare e una radiosa Sharon Tate. Con Brad Pitt e Leonardo DiCaprio c'è da divertirsi e da rimestare

C'era una volta a... Hollywood

Simona Santoni

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Burlone, sentimentale e, solo quando è arrivato il momento di ribaltare la crudele verità della cronaca, eccolo, veracemente pulp. Bentornato Quentin Tarantino! Dopo l'anteprima al Festival di Cannes, finalmente arriva al cinema, dal 18 settembre, C’era una volta... a Hollywood. Ci sono voluti quattro anni di vuoto, dopo il suo ultimo film The Hateful Eight, ma l'attesa è ripagata. 

Meno corrosivo e impetuoso di Django Unchained, meno feroce e liberatorio di Bastardi senza gloria, di queste due chicche del suo reportorio il regista americano mantiene l'elemento che stringe il cuore e, almeno per un attimo, nell'intimo fa gridare alla riscossa contro il male. La realtà storica è stata violenta e ingiusta? Allora ecco che il cinema fa giustizia, con violenza. L'esplosione tarantiniana che tanto amiamo è rock, strombazzante e infuocata. Arriva dopo lungo indugiare e alcuni minuti di troppo, ma è adrenalina cinematografica. 

 

La fragilità di un attore

Nella Los Angeles del 1969, tra personaggi realmente esistiti e altri immaginari, tra meta cinema e ricostruzione storica, Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, un attore (di finzione) la cui carriera non è decollata come voleva. A metà tra luce e rischio di capitolare nel buio, Rick, famoso come cattivo di una popolare serie tv western, vuole osare il grande salto verso il cinema. Ma ha una paura fottuta. L'ego lo sospinge, il terrore di fallire lo strozza.

Accanto ha la sua leale controfigura, lo stuntman Cliff Booth, un Brad Pitt particolarmente ispirato. È lui che ruzzola nella polvere al suo posto, ed è sempre lui che aggiusta l'antenna della tv di Rick o gli fa da chauffeur all'occorrenza: è una sorta di maggiordomo hawaiano ma pure un amico, in un rapporto che, a suo modo, sa essere equilibrato nel dare e nell'avere. Una bromance tra saloon da set e camicie gialle a fiori

Tramite il personaggio di Leonardo DiCaprio, Tarantino dà spazio, con ironia, ad alcune sue passioni, trattandole al contrario. Rick si dispera all'idea di dover andare in Italia a girare spaghetti western, filone notoriamente amato da Quentin. "Qual è il problema", gli chiede Cliff vedendolo sconfortato. "Che devo fare quei c*** di film italiani", risponde Rick. E chi suggerisce a Rick di riciclarsi a Cinecittà? L'agente di casting Marvin Schwarzs, ovvero niente meno che Al Pacino.

Andando su e giù nei dossi emotivi di Rick, tra copioni da imparare ed errori sul set, esploriamo la fragilità di un attore che vuole essere un divo ma si sente "ogni giorno un po' più inutile". La fragilità umana è lì che ci ronza attorno. Il pianto commosso di Rick, dopo una scena recitata bene, è così caldo e vicino.

Brad Pitt, giustiziere senza troppi fronzoli

Cliff è serafico ma non si tira di certo indietro se deve tirar un pugno. E non le manda a dire, se interpellato. Forse ha ucciso la moglie, la galera lo "rincorre da una vita", eppure è il migliore amico che tutti vorrebbero. Pitt gli mette addosso un sorriso sornione e accennato, di chi la sa lunga e lascia andare. Ha movenze felpate: all'occorrenza, ecco che arriva la zampata. 

È esilarante la scena in cui viene alle mani con Bruce Lee (interpretato da Mike Moh). Il Bruce fittizio si esalta in gridolini e mossette da arti marziali, Cliff lo fissa con il suo mascellone impassibile. 

È Cliff, nella catarsi dalle malefatte di Charles Manson, il vero giustiziere, senza tanti fronzoli. È lui che fiuta il marcio. È lui che incarna in modo tutto suo il senso di giustizia: quando una minorenne gli sbatte in faccia la voglia di far sesso, lui si tira indietro (impossibile non pensare alla violenza sessuale di cui invece è accusato Roman Polanski).

Il binomio Brad Pitt - Leonardo DiCaprio, alla loro prima volta insieme in un film? Funziona davvero bene. 

Polanski e, soprattutto, Sharon Tate

Alle spalle della villa di Rick, c'è la villa di un regista affermato e di sua moglie. Ecco Roman Polanski (Rafał Zawierucha), giovincello e con capelli lunghetti e folti. Ed ecco, soprattutto, sua moglie, l'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), che in C’era una volta...a Hollywood è più protagonista del suo celebre compagno. 

In ascesa, forse frivola, di certo raggiante, Sharon Tate ha in regalo da Tarantino dolcezze bambine. Com'è tenera e intensamente umana quando va al cinema a vedere Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, commedia in cui ha una parte accanto a Dean Martin, e si compiace del pubblico in sala che ride alle sue scene. 

La storia vera, poi, la conosciamo: il 9 agosto 1969 Sharon Tate fu uccisa nella sua abitazione di Beverly Hills, insieme con quattro amici, dai seguaci di Charles Manson. 

C’era una volta...a Hollywood è l'omaggio che Tarantino fa a lei e al vorticoso mondo del cinema fragile, frivolo, raggiante, necessario. 

Tra colori accesi e atmosfere dolciastre anni Sessanta, Tarantino è nostalgico. E la cosa non ci dispiace
A proposito di nostalgici e di "in memoriam", C’era una volta.. .a Hollywood è anche l'occasione per vedere Luke Perry, morto il 4 marzo 2019, nel suo ultimo film. 

Gli sguardi persi e derisi 

Negli intrecci di storie che sembrano lontane e che invece tutte si incontrano e scontrano, ci sono anche le ragazzine hippy della tela da ragno di Charles Manson (Damon Herriman). I loro sguardi languidi, a cui fa fronte la franchezza cristalina di Cliff/Pitt, sembrano farne scherno. 

Lo spaccato ambientato allo Spahn Ranch, dove sorgeva la comune di Manson, è folle e comico, se non fosse che fu davvero realtà e lasciò una scia di morte. 

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