Bruno Bozzetto: "Con Rapsodeus rifletto sulla vanità della guerra"

Esce in Rete un nuovo cortometraggio del celebre animatore. Che ora sta collaborando alla campagna elettorale di Oscar Giannino

Bruno Bozzetto (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Simona Santoni

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Sarebbe in pensione, in teoria, ma la mano continua a scarabocchiare block notes o tavolette grafiche, l'ispirazione a far germogliare storie o vignette. È inutile: la fantasia non si infila mai le pantofole. Tant'è che Bruno Bozzetto, cartoonist nel 1991 candidato agli Oscar per il corto Cavallette e autore dell'indimenticabile personaggio dell'italiano medio degli anni '60 il Signor Rossi, ha dato vita a un nuovo cortometraggio animato.

Si chiama Rapsodeus, già è stato presentato ai Festival di Annency e Hiroshima, e da qualche giorno è visibile sul canale YouTube del disegnatore. Si tratta di una evocativa cavalcata, priva di dialoghi, sulle note riorchestrate della seconda Rapsodia Ungherese di Franz Liszt, verso l'assurdità e la vanità della guerra. Per certi versi una virtuale continuazione del capolavoro animato Allegro non Troppo del 1976. È stato realizzato dallo Studio Alienatio con la regia di Bozzetto.
Inoltre è appena stata lanciata una linea di prodotti (gadget, t-shirt, polo, chiavette USB) ispirata ai film e ai personaggi di sua creazione.

Gustatevi qui Rapsodeus, prima di un  tête-à-tête con il celebre animatore che ci accoglie con freschezza e calore.

Signor Bozzetto, ci racconti com'è nato Rapsodeus.
È un'idea vecchia. Ho una sorta di fissa per le guerre, amaramente inevitabile sia per quello che succede attorno a noi nel mondo sia per la sorpresa di constatare, visitando musei e leggendo libri, che l'uomo ha dedicato il 90% del suo tempo a costruire armi. Rapsodeus è nato dalla Rapsodia di Liszt, e su questa musica è sorta l'immagine dell'umanità che insegue sempre una luce, che può essere l'utopia, i soldi, il potere, quello che volete, magari anche qualcosa di più nobile come la libertà. Si vuole  qualcosa di irraggiungibile, che però porta a massacri. Mi piaceva fare un film del genere, ma necessitava di un tipo di segno non nelle mie corde: quando si interpreta la musica classica serve un'illustrazione ricca, mentre la mia è più stilizzata. Frequentavo lo studio di mio figlio Fabio e a lui e i suoi soci è piaciuta l'idea. Branko Rakic e Diego Zucchi hanno creato tutte le animazioni e lo story board, Fabio ha curato il compositing e le scenografie, e grazie a loro è uscito un film che mi soddisfa e restituisce alla musica il valore che volevo.

Le mani che all'inizio portano le gabbie sulla terra e liberano gli uomini, animando poi anche la luce verde, cosa rappresentano? le mani di un Creatore?
Forse il caos, forse Dio, chissà. Volevo fosse qualcosa di indistinto, che arrivasse dall'oscurità, da fuori, e non fosse riconoscibile. Poi passando alla realizzazione occorre concretizzare e sono uscite delle mani.

La luce verde, che attrae una curiosità che lievita in bramosia violenta degli uomini, alla fine, una volta catturata in un elmo, si rivela un niente...
La vanità della guerra è il concetto base del film. Sul finale avevo tante idee, tra cui quella che l'uomo che dà un calcio all'elmo si sollevasse in aria, simile a un asceta, in posizione yoga. Ma poi sembrava troppo astratta: l'idea deve passare alla creazione, a un foglio e una matita. Parlando coi ragazzi dello Studio Alienatio si è aperta l'immagine del prato verde e dell'uomo che trova un cane: è forse la cosa più banale del mondo ma così concreta e adatta.

Alla fine comunque risuona la speranza.
Assolutamente sì. La guerra è una nostra scelta, e possiamo anche scegliere di non inseguire chimere.

L'animazione in Italia muove piccoli passi: a breve uscirà in sala Pinocchio di Enzo D'Alò e pochi mesi fa ha debuttato il primo cartoon in 3D della Rainbow di Iginio Straffi Gladiatori di Roma.
Stimo molto D'Alò, è poetico e mi piace tanto. Gladiatori di Roma non l'ho visto, io vivo molto nel mio mondo. Comunque ogni esperimento va bene, soprattutto se ha successo. I film che ho fatto e che mi piacciono sono quelli che puntano più all'adulto che al bambino. Così erano i miei film, anche se oggi sembrano cose per bambini. West and Soda ora sembra per bambini, ma io volevo fare una parodia di tutto il genere western, che allora i ragazzini non conoscevano. Tant'è che dopo averlo vista sentii una bimba dire: "Mamma, non ho capisciato niente". Lo stesso Vip - Mio fratello superuomo è una parodia del consumismo, concetto non per bambini. Non sono attratto da fiabe, fate, maghi... Mi piace parlare all'uomo e alla società.

Da Pixar a Dreamworks, cosa pensa invece dell'animazione americana?
Mi piace tantissimo perché si rivolge ad adulti e bambini, ha più piani di lettura, alcuni leggibili solo per adulti. Io faccio film per tutti e alla Pixar anche ragionano così. Mi piace il miscuglio della storia, mentre l'animazione in sé è normale che affascini il bambino. In Wall-E per metà storia non c'è dialogo, UP all'inizio del film è tragico e fa piangere e ha un anziano come interprete. Se proponessi un anziano come protagonista qui in Italia mi prenderebbero in giro: è questo il dramma dell'Italia. Se presenti una storia ti chiedono a che fascia di età per l'infanzia si rivolga. Negli Stati Uniti forse non è mai stato così, da Bambi allo stesso Biancaneve.

Una curiosità: ci può descrivere la sua quotidianità lavorativa?
Dovrei essere in pensione, ma lavoro quasi più di prima. Oggi lavoro tantissimo al computer, se sto lavorando è per il computer. Ogni tanto schizzo su un foglio, spesso sulla tavoletta grafica, ora faccio una vignetta per il Corriere o per me, ora aiuto mio figlio. Ora con Pietro Pinetti, managing director dello studio Bozzetto, faccio del lavoro di divulgazione per ospedali e ditte, ora continuo la collaborazione con Quark di Piero Angela. Faccio i miei film, ne ho finito un altro ora. E poi, sto aiutando Oscar Giannino per la sua campagna elettorale: nel caos totale che c'è ora politicamente non so da che parte girarmi, e visto che Oscar lo stimo gli sto dando una mano.

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